la solitudine
è evocativa
l'evocativo
è solitario
mercoledì 2 aprile 2014
martedì 18 marzo 2014
venerdì 14 marzo 2014
lunedì 10 marzo 2014
SCRITTORI CATTOLICI
Gerard Manley Hopkins è uno dei massimi poeti inglesi dell'ottocento, dell'età vittoriana. Era un prete, anzi un gesuita, mi pare che dovette chiedere ai suoi superiori la dispensa per potersi dedicare alla diletta Musa. Il suo capolavoro è "The wreck of the Deutschland", un lungo poema ispirato ad un naufragio nel quale erano morte 157 persone, tra cui cinque suore francescane in fuga dalla Germania per sottrarsi alla politica anticattolica nota come "Kulturkampf". Hopkins è un grande poeta, ed è poeta intensamente cattolico, il suo percorso esistenziale ci richiama quello di Clemente Rebora, anche lui sacerdote e poeta. In questa sede mi interessa segnalare che Hopkins fu un formidabile sperimentatore linguistico. La sua poesia è tecnicamente difficilissima, ne conosco una sola traduzione in italiano, una vera impresa. Come dire che in Hopkins la fede religiosa non si oppose alla "modernità" più spinta e rischiosa: Hopkins fu addirittura un protagonista della più spericolata avanguardia letteraria. Ciò è stato possibile perché era (anche lui) un gesuita?
Mi chiedo cosa possa significare, in generale, essere uno “scrittore cattolico”. Che è altra cosa - mi pare - dall'essere uno scrittore “cattolico” (ci sono poi anche scrittori che chiamerei "di chiesa": io, da ragazzino, lessi proficuamente una raccolta di splendide lettere di Santa Saterina da Siena, dense di umori politici e civili). La mia curiosità viene soddisfatta da Wikipedia, che mi offre una intera paginata di "scrittori cattolici". Nella lista incontro nomi eccellenti, quasi tutti contemporanei (e già questo dice qualcosa). Cito a caso: da Jean Guitton a Sigrid Undset, da Francois Mauriac a Giovanni Testori, da Bruce Marshall a Thomas Merton, a Susanna Tamaro, e via via gli altri. Nome eccellente su tutti? Verlaine, credo. Ma cosa li distingue, e cosa li accomuna? Ci sono snob come Waugh e Claudel, peccatori come Verlaine e Tommaseo (lui però non è su Wikipedia) che, secondo Manzoni, stava con un piede in sagrestia e l'altro in bordello, probabilmente ci sono asceti - anche se, nella lista, non riesco ad individuarne uno - ma non si può dire che questi o quelli trattino di argomenti apparentabili. Una qualche comunanza tra loro possono vantarla i polemisti francesi, da De Maistre a Bloy a Péguy, che facevano fronte comune contro la laicizzazione progressista, in forme e con una vigoria che non hanno riscontro in Italia. Graham Greene può essere collocato vicino a Chesterton, per loro la fede è una ricerca dell'Altro nelle pieghe della vita, ecc. Robert Lowell si convertì al cattolicesimo ("...gli occhi di Bernadette/che vide Nostra Signora, alta nella grotta/di Massabielle - così chiara la vide/ che la visione acciecò gli occhi/ della ragione...", traduz. mia) ma la fede non lo salvò dall'alcoolismo né dai disturbi psichiatrici.
La lista è, come ho detto, innanzitutto di contemporanei, però non c'è dubbio, per dire, che già Manzoni sia fortemente connotato sotto quella etichetta (o insegna?). Manzoni è cattolico, anche se con tendenze gianseniste assai forti e una spessa patinatura illuminista, e in quella veste appartiene ad un secolo, l'ottocento, ricco di scrittori immersi nel religioso o comunque con problematiche etiche, il senso del peccato, la colpa, l'angoscia, ecc.: c'è Melville, c'è Dostojewsky e il cardinale Newman, c'è Kierkegaard... Nietzsche si occupa addirittura della "morte di dio".
Ho interrogato Google, ovviamente, ma non mi pare di avervi incontrato una analoga lista di "scrittori protestanti". Se dovessi individuare uno scrittore che possa essere definito tale è Melville, con il suo “Moby Dick”. Melville è protestante come Manzoni è cattolico, ma i due hanno in comune l'attenzione verso il destino, il confronto con il male, il tema della salvezza. Achab sfida il destino per potersi confrontare con il Male, la balena bianca, demone esterno ma anche interiore. Manzoni descrive la lotta del bene contro il male in termini individuali - con Borromeo e l'Innominato come simboli e protagonisti - ma la sfida tra i due poli della morale lui la vede dispiegarsi soprattutto nella storia, nella grande storia dell'umanità e della società. Per Manzoni, gli uomini dovrebbero seguire i precetti della ragione illuminista, per esempio adottando leggi economiche liberiste (!!!) che favoriscano il commercio dei grani ed evitino la carestia; se non lo fanno, la loro disattenzione si tramuta in colpa, e dio li punirà abbattendosi giansenisticamente, con la peste, sul mucchio: Padre Cristoforo muore (accanto a Don Rodrigo) mentre si salva, accanto a Renzo e Lucia, il povero Don Abbondio, incolpevole ma certo non attento ai suoi doveri. Quello degli "scrittori cattolici" è insomma un variato "melting pot". Se dovessi - maliziosamente - dire quale è l'espressione che meglio mi fa identificare lo scrittore cattolico, sceglierei Charles Péguy: "Il peccatore è al centro della Cristianità. Nessuno è così competente quanto il peccatore in materia di Cristianità. Nessuno, tranne il Santo".
Gerard Manley Hopkins è uno dei massimi poeti inglesi dell'ottocento, dell'età vittoriana. Era un prete, anzi un gesuita, mi pare che dovette chiedere ai suoi superiori la dispensa per potersi dedicare alla diletta Musa. Il suo capolavoro è "The wreck of the Deutschland", un lungo poema ispirato ad un naufragio nel quale erano morte 157 persone, tra cui cinque suore francescane in fuga dalla Germania per sottrarsi alla politica anticattolica nota come "Kulturkampf". Hopkins è un grande poeta, ed è poeta intensamente cattolico, il suo percorso esistenziale ci richiama quello di Clemente Rebora, anche lui sacerdote e poeta. In questa sede mi interessa segnalare che Hopkins fu un formidabile sperimentatore linguistico. La sua poesia è tecnicamente difficilissima, ne conosco una sola traduzione in italiano, una vera impresa. Come dire che in Hopkins la fede religiosa non si oppose alla "modernità" più spinta e rischiosa: Hopkins fu addirittura un protagonista della più spericolata avanguardia letteraria. Ciò è stato possibile perché era (anche lui) un gesuita?
Mi chiedo cosa possa significare, in generale, essere uno “scrittore cattolico”. Che è altra cosa - mi pare - dall'essere uno scrittore “cattolico” (ci sono poi anche scrittori che chiamerei "di chiesa": io, da ragazzino, lessi proficuamente una raccolta di splendide lettere di Santa Saterina da Siena, dense di umori politici e civili). La mia curiosità viene soddisfatta da Wikipedia, che mi offre una intera paginata di "scrittori cattolici". Nella lista incontro nomi eccellenti, quasi tutti contemporanei (e già questo dice qualcosa). Cito a caso: da Jean Guitton a Sigrid Undset, da Francois Mauriac a Giovanni Testori, da Bruce Marshall a Thomas Merton, a Susanna Tamaro, e via via gli altri. Nome eccellente su tutti? Verlaine, credo. Ma cosa li distingue, e cosa li accomuna? Ci sono snob come Waugh e Claudel, peccatori come Verlaine e Tommaseo (lui però non è su Wikipedia) che, secondo Manzoni, stava con un piede in sagrestia e l'altro in bordello, probabilmente ci sono asceti - anche se, nella lista, non riesco ad individuarne uno - ma non si può dire che questi o quelli trattino di argomenti apparentabili. Una qualche comunanza tra loro possono vantarla i polemisti francesi, da De Maistre a Bloy a Péguy, che facevano fronte comune contro la laicizzazione progressista, in forme e con una vigoria che non hanno riscontro in Italia. Graham Greene può essere collocato vicino a Chesterton, per loro la fede è una ricerca dell'Altro nelle pieghe della vita, ecc. Robert Lowell si convertì al cattolicesimo ("...gli occhi di Bernadette/che vide Nostra Signora, alta nella grotta/di Massabielle - così chiara la vide/ che la visione acciecò gli occhi/ della ragione...", traduz. mia) ma la fede non lo salvò dall'alcoolismo né dai disturbi psichiatrici.
La lista è, come ho detto, innanzitutto di contemporanei, però non c'è dubbio, per dire, che già Manzoni sia fortemente connotato sotto quella etichetta (o insegna?). Manzoni è cattolico, anche se con tendenze gianseniste assai forti e una spessa patinatura illuminista, e in quella veste appartiene ad un secolo, l'ottocento, ricco di scrittori immersi nel religioso o comunque con problematiche etiche, il senso del peccato, la colpa, l'angoscia, ecc.: c'è Melville, c'è Dostojewsky e il cardinale Newman, c'è Kierkegaard... Nietzsche si occupa addirittura della "morte di dio".
Ho interrogato Google, ovviamente, ma non mi pare di avervi incontrato una analoga lista di "scrittori protestanti". Se dovessi individuare uno scrittore che possa essere definito tale è Melville, con il suo “Moby Dick”. Melville è protestante come Manzoni è cattolico, ma i due hanno in comune l'attenzione verso il destino, il confronto con il male, il tema della salvezza. Achab sfida il destino per potersi confrontare con il Male, la balena bianca, demone esterno ma anche interiore. Manzoni descrive la lotta del bene contro il male in termini individuali - con Borromeo e l'Innominato come simboli e protagonisti - ma la sfida tra i due poli della morale lui la vede dispiegarsi soprattutto nella storia, nella grande storia dell'umanità e della società. Per Manzoni, gli uomini dovrebbero seguire i precetti della ragione illuminista, per esempio adottando leggi economiche liberiste (!!!) che favoriscano il commercio dei grani ed evitino la carestia; se non lo fanno, la loro disattenzione si tramuta in colpa, e dio li punirà abbattendosi giansenisticamente, con la peste, sul mucchio: Padre Cristoforo muore (accanto a Don Rodrigo) mentre si salva, accanto a Renzo e Lucia, il povero Don Abbondio, incolpevole ma certo non attento ai suoi doveri. Quello degli "scrittori cattolici" è insomma un variato "melting pot". Se dovessi - maliziosamente - dire quale è l'espressione che meglio mi fa identificare lo scrittore cattolico, sceglierei Charles Péguy: "Il peccatore è al centro della Cristianità. Nessuno è così competente quanto il peccatore in materia di Cristianità. Nessuno, tranne il Santo".
sabato 22 febbraio 2014
DUE O TRE COSE SULLA DEMOCRAZIA
(da "Il Foglio")
Girellando in libreria mi imbatto in un titolo, banale e parecchio abusato: “L'Islam è conciliabile con la democrazia?" Oggi è un po' logorato ma ci ha perseguitato a lungo, da quando la crisi mediorientale ha portato l'Islam, tra fondamentalismo e terrorismo, a confrontarsi con le democrazie occidentali non più in posizione subordinata e magari folkloristica ma con la pretesa di essere soggetto storico/politico a pieno diritto. Sulla questione si è speso un diluvio di parole, si sono foggiate da una parte e dall'altra - in un infinito ping pong - dimostrazioni ugualmente persuasive e improbabili. Ad un incompetente come me, il dilemma si trasformava in un interrogativo un po' sarcastico, mi ricordava che lo stesso dubbio è stato più volte sollevato nei confronti, per dire, della Chiesa cattolica. Poi lo spunto si dilata, mi vien fatto di pensare che oggi la democrazia è in crisi non tanto perché insidiata dall'Islam ma perché si è fatta fragile, inquieta e vacillante in paesi nei quali pur era storicamente ben radicata. Al riparo del comodo alibi delle deficienze dell'Islam, nell'Occidente democratico ed accusatore sono stati commessi, contro la democrazia, parecchi misfatti, fino al punto da metterne in forse se non la sopravvivenza almeno la buona salute. Risolvo almeno momentaneamente i miei dubbi deliberando che la democrazia è sempre inconciliabile, incompatibile, con ogni altra presenza istituzionale. Mi ripeto che la democrazia, se è, è una sfida: ed è una balla che sia neutra, o che sia il luogo del "politically correct", del "pensiero unico". La democrazia è la posta di una battaglia continua e incerta. Almeno per l'oggi.
Il nome, il termine che la designa ci viene dalla Grecia classica, ma è vero forse quel che alcuni storici contemporanei arguiscono, e cioè che nemmeno in quella Grecia, nell'Atene dell'Agorà e di Pericle, essa ebbe piena e autentica realizzazione, restando piuttosto come un mito, un simbolo, una aspirazione (altri parlano di vero e proprio "alibi") rispetto a pratiche "effettuali" - come direbbe il Guicciardini - di ben altro sapore. E tuttavia alla Grecia dobbiamo essere grati perché, pur irrealizzato, questo simbolo, questo mito, si fa o tende a farsi progetto continuamente rinnovantesi, come ossessione latente e positiva. Pare che germi di democrazia siano stati seminati in medievali abbazie monastiche, nelle quali il progetto di comunità di persone intese secondo l'approfondimento cristiano portava come conseguenza l'accettazione, la promozione, di un metodo di reggimento nel quale tutti e ciascuno avessero tendenzialmente gli stessi diritti e le stesse possibilità. La democrazia come governo tra pari è poi cresciuta, si è scontrata con mille ostacoli, di censo, di classe, di genere, di razza: con un andamento di cui Croce fu profeta ("la storia è storia di libertà") la democrazia si è fusa con il concetto di laicità. Per quel tanto o quel poco che essa è possibile, la democrazia ha bisogno della laicità, così come questa ha bisogno di quella. Perciò sono così sempre impazienti e infelici, l'una nei confronti dell'altra: l'una non vede pienamente realizzata quell'altra di cui ha bisogno. E reciprocamente. Intorno a loro c'è sempre un assedio di forze avverse e ostili, non solo i fondamentalismi religiosi ma ogni sorta di fondamentalismo, compresi quello laicista e quello scientista.
Quanto, nella sua semplicità e trasparenza, sia complicato e quanti problemi possa sollevare il concetto di democrazia ce lo dice, curiosamente, quel che sta avvenendo oltreTevere. "I vescovi italiani intendono conservare al Santo Padre la liberta' di nomina del loro presidente". Lo ha annunciato recentemente il neo segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino: "io non so cosa avesse in mente il Papa, di sicuro voleva un maggior coinvolgimento dei vescovi". Insomma, il Papa aveva concesso facoltà ai vescovi italiani di eleggersi il Presidente, e loro hanno respinto l'offerta: che era un'offerta, credo si possa dire, di democrazia. "Se il Papa poi dirà che non abbiamo capito, e ci chiederà: 'voglio che siate voi a fare il nome', allora noi lo faremo - ha proseguito il monsignore - ma al momento ci e' piaciuto conservare il legame con il Papa". Analogamente, dalla consultazione di base tra i reverendissimi emerge una preferenza per quanto riguarda la figura del segretario generale: "La maggioranza chiede che sia un vescovo e che anche lui sia nominato dal Papa su una rosa di nomi, proposta dalla Presidenza, sentito il Consiglio Episcopale Permanente". "I pastori - si legge nel comunicato finale del Consiglio - hanno sottolineato che tale forma, prevista dallo Statuto, appare come un buon punto di equilibrio che tutela rispettivamente la liberta' del Santo Padre, il rapporto particolare del presidente con il segretario generale e le istanze di partecipazione del Consiglio Permanente". Storicamente è quasi sempre accaduto che sia stata l'autorità (figurarsi poi se l'autorità è il Papa) a resistere alla concessione di una qualche forma di coinvolgimento democratico. In Vaticano la situazione si è rovesciata.
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