giovedì 10 aprile 2014
SPUNTI DI ATTUALITA'
Miracoli. Il "Fatto Quotidiano" solitamente fa professione di grintoso laicismo ma l'altr'ieri - solitario - spara su due pagine una inaspettata inchiesta: prima la notizia poi tanto di commenti: "Si concluderà a metà aprile il seminario Studium organizzato a Città del Vaticano dalla Congregazione delle cause dei santi. Lo Studium, istituito da un'udienza pontificia del 1984, ha per obiettivo la formazione di postulatori e collaboratori del Dicastero, nonché delle figure di delegato episcopale e Notaio nei tribunali specifici che trattano le cause dei santi (...). Nelle 76 ore di lezione svolte presso la Pontificia Università Urbaniana si affrontano diversi temi che ai non adepti possono sembrare singolari: (...) i segni necessari e contingenti della santità, fama di martirio e teologia dei miracoli..." eccetera. Ne viene fuori una vera e propria inchiesta sui miracoli, sul "miracolo", con due commenti di peso: il teologo Vito Mancuso e l'attore e premio Nobel Dario Fo. Mancuso è sofisticato: alla tesi per cui i miracoli sono "eventi prodigiosi che vengono dal divino" contrappone quella secondo la quale i miracoli "sorgono dal basso, dall'energia della mente umana, che non dominiamo del tutto e che la scienza non è in grado di spiegare". E ricorda che i miracoli non sono appannaggio esclusivo della fede cattolica: "nel santuario greco di Esculapio, il dio della medicina, sono stati ritrovati exvoto uguali a quelli di oggi. La stessa cosa avveniva in Egitto e oggi in India". Oddio, in proposito mi pare che la chiesa primitiva combattesse aspramente le insorgenze "miracolistiche" legate alla fede in dei e culti pagani: come può un idolo - "falso e bugiardo" - produrre salute e salvezza?
Ma, più in generale: vi è tutta una letteratura di stampo libertino-illuministico che tende a spiegare in termini naturalistici gli eventi o le situazioni proprie della religiosità. David Hume scrisse la "Storia naturale della religione" a metà del XVIII secolo. Obiettivo dell'opera è trovare i fondamenti della religione nella natura umana. La religione avrebbe la sua genesi nel sentimento del timore e quale esorcizzatrice della potenza naturale, che così risulta "benigna", non più nemica dell'uomo. Un mezzo secolo dopo, Feuerbach sosterrà che di fronte al carattere illimitato dei propri desideri e delle proprie aspirazioni l'uomo si rende conto del carattere limitato dei suoi poteri. Dio viene immaginato come l'essere nel quale tutti questi desideri sono realizzati: a Dio, infatti, nulla è impossibile, tanto meno i miracoli. Ora, con Mancuso, siamo al miracolo come "prodigio dell'energia della mente umana". Non innova di molto, il suo è solo positivismo aggiornato e sofisticato. Il noto teologo non sembra curarsi del fatto che i miracoli avvengono in aree culturali nelle quali, appunto, il miracolo viene accettato, mentre non avvengono in aree - o con persone - culturalmente estranee al tema (penso alle aree pur cristiane ma protestanti). Il miracolo insomma, a mio modesto avviso, non "avviene", ma "viene percepito". Basta crederci. E Fo, Fo, che dice? Ho l'impressione che le due pagine siano state poste al servizio dell'attore, che a giorni riporterà in teatro una sua nota opera, “Lu santo Jullare Francesco”. Il quale, pare, ai miracoli non credeva.
Il "caso" Braibanti. E' morto, a 91 anni, Aldo Braibanti, alcuni giornali ne hanno dato notizia. Per molti lettori quel nome non ha alcun significato, invece la sua è una vicenda esemplare, per molti versi, nella storia italiana del secolo scorso: quasi uno spartiacque tra due epoche profondamente diverse. Prima di Braibanti c'è l'Italia contadina, dai riflessi arretrati, che ne condizionano vita e usanze fin nei più segreti recessi familiari. Con Braibanti appare e comincia ad emergere un'Italia che cerca di recepire alcuni elementi di modernità, di laica autonomia nei comportamenti individuali e sociali (siamo, per capirci, ai tempi delle battaglie per il divirzio). Aldo Braibanti, filosofo, poeta, artista non privo di genialità, venne denunciato, processato e incarcerato per aver indotto un giovane ad abbandonare la cattolicissima famiglia e ad andare a vivere con lui. Erano omosessuali. Il reato contestato a Braibanti era quello di "plagio", residuo di un codice arcaico, risalente al 1930, che puniva "chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione". Ipotizzava, dunque, il reato di schiavitù, anche quella che si può avere quando si assoggetta impropriamente ai propri voleri una persona privandola della libertà, ma anche della volontà e, in definitiva, dell'identità. Naturalmente, nulla di questo interessava la vicenda di Braibanti e del suo amico, l'accusa era un pretesto, si voleva colpire un comportamento. Nell'occasione Marco Pannella affrontò per la prima volta, in un'aula di tribunale, il tema della giustizia italiana. Fu un bellissimo, appassionante confronto. E' lo stesso tema che porta ancora oggi Pannella ad insistere nella campagna sul carcere e la "giustizia giusta": una continuità di attenzione politica e culturale che la dice lunga sullo stato della giustizia e del diritto nel nostro paese.
lunedì 7 aprile 2014
giovedì 3 aprile 2014
VERSO L'EUROPA, I CATTOLICI SONO LAICI
(da "Il Foglio"
Uno dei temi cari alla polemica cattolica contro l’unificazione risorgimentale - tema abusato peraltro anche da polemisti marxisti e comunisti - fu che il moto unitario, opera di una èlite borghese, aveva forzosamente cancellato o comunque calpestato la più profonda sostanza culturale, etica e religiosa del paese, espressa dalle grandi maggioranze popolari e contadine. Nella polemica vennero più volte rievocati i moti antigiacobini e quelli antirisorgimentali esplosi qua e là, spesso guidati o aizzati da preti legati al territorio. La polemica antiunitaria poté contare soprattutto di una prestigiosa intellettualità della Chiesa romana, che elaborò idee e slogan pesantissimi: nel marzo del 1861, dopo che Pio IX aveva condannato il nuovo Regno d'Italia come "negazione di Dio", "Civiltà Cattolica" definì "mostruosa", "fittizia", "innaturale", l'unificazione, mettendo in guardia i cattolici dall'"idolatria della patria" e dal complotto tessuto "sotto la guida occulta della massoneria". Nel primo fascicolo della rivista, nel 1850, Matteo Liberatore sosteneva che la "rivoluzione italiana" era un'ultima tappa nella lunga catena di attacchi alla fede cattolica iniziata con la riforma protestante. La polemica dilatò i suoi obiettivi. Nel 1864, con Pio IX, arrivò la condanna delle dottrine liberali e delle “cosiddette libertà moderne”, che erano poi la libertà di pensiero, di coscienza, di parola e di stampa. Finalmente il Sillabo, pubblicato nel 1864 assieme all'Enciclica "Quanta Cura", tracciò una linea di demarcazione invalicabile tra il cattolicesimo e la modernità. Tutta roba nota, ho solo spulciato qua e là tra il lungo elenco dei documenti papalini ed ecclesiali di rifiuto della storia e della modernità. Il Concilio Vaticano II tentò di ristabilire un dialogo con i tempi, ma credo che pochi eventi siano altrettanto malvisti e persino respinti all'interno del mondo cattolico.
Oggi, atteggiamenti antirisorgimentali e antiunitari vengono di nuovo agitati da forze politiche non proprio marginali. E non è strano che quei temi sostengano tutt'assieme una polemica antieuropea non meno intensa di quella antiunitaria. Io ricordo che la campagna per il divorzio venne salutata nella stampa straniera come un passo verso l’Europa di una Italia "recalcitrante" come uno di quei muli che ancora popolavano un paese quasi interamente agricolo. Non solo: mi pare che con l'antieuropeismo di oggi stia riaffiorando - sia pure non esplicitamente - la grande faglia che divise il paese durante quella campagna, la faglia tra laici e integralisti - non solo cattolici, ripeto, ma anche dotti e ferrati marxisti, ostili ad una istituzione che, secondo loro, avrebbe separato e contrapposto le masse cattoliche da quelle socialiste, univocamente protese verso la conquista del potere e la grande, attesissima, vittoria proletaria sulla borghesia, la sola interessata a quella istituzione che è il divorzio, borghese appunto. Temi non molto lontani, almeno per lo spirito rancoroso, vengono oggi sbandierati contro l’Europa, denunciata come prodotto del capitale, delle banche, dei grandi interessi finanziari, di tutta una consorteria antipopolare, dunque antidemocratica. E, di nuovo, si affacciano integralismi antilaici, rivendicazioni di un passato - i localismi ne sono espressione inconscia - nel quale solo si riscontrano virtù e sentimenti autentici e validi. Non è detto che la modernità sia tutta un bene, e che intorno all'Europa non si debba e possa discutere, ma spaventa che appaiano già padrone del campo e senza alcuna opposizione seria solo le forze ostili all'Europa e alla sua modernizzazione, che non può non puntare all'incontro, la fusione e la reciproca integrazione di linguaggi ed esperienze.
C'è comunque da notare positivamente - ed è per questo che abbiamo ricordato le voci cattoliche ostili al Risorgimento - che questa volta le tesi che (almeno a me) appaiono antimoderne non provengono dalla cultura o alla dottrina cattolica. Anzi. Scomparsi come forza politica autonoma, i cattolici impegnati non sembrano affollare le schiere di Le Pen o di Grillo, semmai è il contrario. Se dobbiamo felicitarci con il mondo dei fedeli alla cattedra di San Pietro, è che oggi essi sono in larga misura nel campo dei moderati, persino illuminati, attenti alle voci della modernità, attivi sostanzialmente nel campo europeista (anche se non accontentati nella pretesa del riconoscimento delle "radici cristiane" dell'Europa). Continuano, e continueranno, a battersi per la difesa dei "valori etici", "non negoziabili", ma la legittima battaglia non ha i toni aggressivi di qualche anno fa. I cattolici impegnati in politica esercitano il loro diritto di operare nello spazio pubblico senza più la pretesa all'assolutismo antimoderno. E' una atmosfera, questa, che arricchisce e rifonda l "dialogo" con i laici fino a poco fa impaludato in una intransigenza, in definitiva, poco produttiva. Chissà se questo sta accadendo per diretto impulso di papa Francesco, ma se così è perché non felicitarsene? Perché denunciare con acredine che il papa argentino piace più ai laici che ai cattolici (dico "cattolici", non "credenti")?
(da "Il Foglio"
Uno dei temi cari alla polemica cattolica contro l’unificazione risorgimentale - tema abusato peraltro anche da polemisti marxisti e comunisti - fu che il moto unitario, opera di una èlite borghese, aveva forzosamente cancellato o comunque calpestato la più profonda sostanza culturale, etica e religiosa del paese, espressa dalle grandi maggioranze popolari e contadine. Nella polemica vennero più volte rievocati i moti antigiacobini e quelli antirisorgimentali esplosi qua e là, spesso guidati o aizzati da preti legati al territorio. La polemica antiunitaria poté contare soprattutto di una prestigiosa intellettualità della Chiesa romana, che elaborò idee e slogan pesantissimi: nel marzo del 1861, dopo che Pio IX aveva condannato il nuovo Regno d'Italia come "negazione di Dio", "Civiltà Cattolica" definì "mostruosa", "fittizia", "innaturale", l'unificazione, mettendo in guardia i cattolici dall'"idolatria della patria" e dal complotto tessuto "sotto la guida occulta della massoneria". Nel primo fascicolo della rivista, nel 1850, Matteo Liberatore sosteneva che la "rivoluzione italiana" era un'ultima tappa nella lunga catena di attacchi alla fede cattolica iniziata con la riforma protestante. La polemica dilatò i suoi obiettivi. Nel 1864, con Pio IX, arrivò la condanna delle dottrine liberali e delle “cosiddette libertà moderne”, che erano poi la libertà di pensiero, di coscienza, di parola e di stampa. Finalmente il Sillabo, pubblicato nel 1864 assieme all'Enciclica "Quanta Cura", tracciò una linea di demarcazione invalicabile tra il cattolicesimo e la modernità. Tutta roba nota, ho solo spulciato qua e là tra il lungo elenco dei documenti papalini ed ecclesiali di rifiuto della storia e della modernità. Il Concilio Vaticano II tentò di ristabilire un dialogo con i tempi, ma credo che pochi eventi siano altrettanto malvisti e persino respinti all'interno del mondo cattolico.
Oggi, atteggiamenti antirisorgimentali e antiunitari vengono di nuovo agitati da forze politiche non proprio marginali. E non è strano che quei temi sostengano tutt'assieme una polemica antieuropea non meno intensa di quella antiunitaria. Io ricordo che la campagna per il divorzio venne salutata nella stampa straniera come un passo verso l’Europa di una Italia "recalcitrante" come uno di quei muli che ancora popolavano un paese quasi interamente agricolo. Non solo: mi pare che con l'antieuropeismo di oggi stia riaffiorando - sia pure non esplicitamente - la grande faglia che divise il paese durante quella campagna, la faglia tra laici e integralisti - non solo cattolici, ripeto, ma anche dotti e ferrati marxisti, ostili ad una istituzione che, secondo loro, avrebbe separato e contrapposto le masse cattoliche da quelle socialiste, univocamente protese verso la conquista del potere e la grande, attesissima, vittoria proletaria sulla borghesia, la sola interessata a quella istituzione che è il divorzio, borghese appunto. Temi non molto lontani, almeno per lo spirito rancoroso, vengono oggi sbandierati contro l’Europa, denunciata come prodotto del capitale, delle banche, dei grandi interessi finanziari, di tutta una consorteria antipopolare, dunque antidemocratica. E, di nuovo, si affacciano integralismi antilaici, rivendicazioni di un passato - i localismi ne sono espressione inconscia - nel quale solo si riscontrano virtù e sentimenti autentici e validi. Non è detto che la modernità sia tutta un bene, e che intorno all'Europa non si debba e possa discutere, ma spaventa che appaiano già padrone del campo e senza alcuna opposizione seria solo le forze ostili all'Europa e alla sua modernizzazione, che non può non puntare all'incontro, la fusione e la reciproca integrazione di linguaggi ed esperienze.
C'è comunque da notare positivamente - ed è per questo che abbiamo ricordato le voci cattoliche ostili al Risorgimento - che questa volta le tesi che (almeno a me) appaiono antimoderne non provengono dalla cultura o alla dottrina cattolica. Anzi. Scomparsi come forza politica autonoma, i cattolici impegnati non sembrano affollare le schiere di Le Pen o di Grillo, semmai è il contrario. Se dobbiamo felicitarci con il mondo dei fedeli alla cattedra di San Pietro, è che oggi essi sono in larga misura nel campo dei moderati, persino illuminati, attenti alle voci della modernità, attivi sostanzialmente nel campo europeista (anche se non accontentati nella pretesa del riconoscimento delle "radici cristiane" dell'Europa). Continuano, e continueranno, a battersi per la difesa dei "valori etici", "non negoziabili", ma la legittima battaglia non ha i toni aggressivi di qualche anno fa. I cattolici impegnati in politica esercitano il loro diritto di operare nello spazio pubblico senza più la pretesa all'assolutismo antimoderno. E' una atmosfera, questa, che arricchisce e rifonda l "dialogo" con i laici fino a poco fa impaludato in una intransigenza, in definitiva, poco produttiva. Chissà se questo sta accadendo per diretto impulso di papa Francesco, ma se così è perché non felicitarsene? Perché denunciare con acredine che il papa argentino piace più ai laici che ai cattolici (dico "cattolici", non "credenti")?
martedì 18 marzo 2014
venerdì 14 marzo 2014
lunedì 10 marzo 2014
SCRITTORI CATTOLICI
Gerard Manley Hopkins è uno dei massimi poeti inglesi dell'ottocento, dell'età vittoriana. Era un prete, anzi un gesuita, mi pare che dovette chiedere ai suoi superiori la dispensa per potersi dedicare alla diletta Musa. Il suo capolavoro è "The wreck of the Deutschland", un lungo poema ispirato ad un naufragio nel quale erano morte 157 persone, tra cui cinque suore francescane in fuga dalla Germania per sottrarsi alla politica anticattolica nota come "Kulturkampf". Hopkins è un grande poeta, ed è poeta intensamente cattolico, il suo percorso esistenziale ci richiama quello di Clemente Rebora, anche lui sacerdote e poeta. In questa sede mi interessa segnalare che Hopkins fu un formidabile sperimentatore linguistico. La sua poesia è tecnicamente difficilissima, ne conosco una sola traduzione in italiano, una vera impresa. Come dire che in Hopkins la fede religiosa non si oppose alla "modernità" più spinta e rischiosa: Hopkins fu addirittura un protagonista della più spericolata avanguardia letteraria. Ciò è stato possibile perché era (anche lui) un gesuita?
Mi chiedo cosa possa significare, in generale, essere uno “scrittore cattolico”. Che è altra cosa - mi pare - dall'essere uno scrittore “cattolico” (ci sono poi anche scrittori che chiamerei "di chiesa": io, da ragazzino, lessi proficuamente una raccolta di splendide lettere di Santa Saterina da Siena, dense di umori politici e civili). La mia curiosità viene soddisfatta da Wikipedia, che mi offre una intera paginata di "scrittori cattolici". Nella lista incontro nomi eccellenti, quasi tutti contemporanei (e già questo dice qualcosa). Cito a caso: da Jean Guitton a Sigrid Undset, da Francois Mauriac a Giovanni Testori, da Bruce Marshall a Thomas Merton, a Susanna Tamaro, e via via gli altri. Nome eccellente su tutti? Verlaine, credo. Ma cosa li distingue, e cosa li accomuna? Ci sono snob come Waugh e Claudel, peccatori come Verlaine e Tommaseo (lui però non è su Wikipedia) che, secondo Manzoni, stava con un piede in sagrestia e l'altro in bordello, probabilmente ci sono asceti - anche se, nella lista, non riesco ad individuarne uno - ma non si può dire che questi o quelli trattino di argomenti apparentabili. Una qualche comunanza tra loro possono vantarla i polemisti francesi, da De Maistre a Bloy a Péguy, che facevano fronte comune contro la laicizzazione progressista, in forme e con una vigoria che non hanno riscontro in Italia. Graham Greene può essere collocato vicino a Chesterton, per loro la fede è una ricerca dell'Altro nelle pieghe della vita, ecc. Robert Lowell si convertì al cattolicesimo ("...gli occhi di Bernadette/che vide Nostra Signora, alta nella grotta/di Massabielle - così chiara la vide/ che la visione acciecò gli occhi/ della ragione...", traduz. mia) ma la fede non lo salvò dall'alcoolismo né dai disturbi psichiatrici.
La lista è, come ho detto, innanzitutto di contemporanei, però non c'è dubbio, per dire, che già Manzoni sia fortemente connotato sotto quella etichetta (o insegna?). Manzoni è cattolico, anche se con tendenze gianseniste assai forti e una spessa patinatura illuminista, e in quella veste appartiene ad un secolo, l'ottocento, ricco di scrittori immersi nel religioso o comunque con problematiche etiche, il senso del peccato, la colpa, l'angoscia, ecc.: c'è Melville, c'è Dostojewsky e il cardinale Newman, c'è Kierkegaard... Nietzsche si occupa addirittura della "morte di dio".
Ho interrogato Google, ovviamente, ma non mi pare di avervi incontrato una analoga lista di "scrittori protestanti". Se dovessi individuare uno scrittore che possa essere definito tale è Melville, con il suo “Moby Dick”. Melville è protestante come Manzoni è cattolico, ma i due hanno in comune l'attenzione verso il destino, il confronto con il male, il tema della salvezza. Achab sfida il destino per potersi confrontare con il Male, la balena bianca, demone esterno ma anche interiore. Manzoni descrive la lotta del bene contro il male in termini individuali - con Borromeo e l'Innominato come simboli e protagonisti - ma la sfida tra i due poli della morale lui la vede dispiegarsi soprattutto nella storia, nella grande storia dell'umanità e della società. Per Manzoni, gli uomini dovrebbero seguire i precetti della ragione illuminista, per esempio adottando leggi economiche liberiste (!!!) che favoriscano il commercio dei grani ed evitino la carestia; se non lo fanno, la loro disattenzione si tramuta in colpa, e dio li punirà abbattendosi giansenisticamente, con la peste, sul mucchio: Padre Cristoforo muore (accanto a Don Rodrigo) mentre si salva, accanto a Renzo e Lucia, il povero Don Abbondio, incolpevole ma certo non attento ai suoi doveri. Quello degli "scrittori cattolici" è insomma un variato "melting pot". Se dovessi - maliziosamente - dire quale è l'espressione che meglio mi fa identificare lo scrittore cattolico, sceglierei Charles Péguy: "Il peccatore è al centro della Cristianità. Nessuno è così competente quanto il peccatore in materia di Cristianità. Nessuno, tranne il Santo".
Gerard Manley Hopkins è uno dei massimi poeti inglesi dell'ottocento, dell'età vittoriana. Era un prete, anzi un gesuita, mi pare che dovette chiedere ai suoi superiori la dispensa per potersi dedicare alla diletta Musa. Il suo capolavoro è "The wreck of the Deutschland", un lungo poema ispirato ad un naufragio nel quale erano morte 157 persone, tra cui cinque suore francescane in fuga dalla Germania per sottrarsi alla politica anticattolica nota come "Kulturkampf". Hopkins è un grande poeta, ed è poeta intensamente cattolico, il suo percorso esistenziale ci richiama quello di Clemente Rebora, anche lui sacerdote e poeta. In questa sede mi interessa segnalare che Hopkins fu un formidabile sperimentatore linguistico. La sua poesia è tecnicamente difficilissima, ne conosco una sola traduzione in italiano, una vera impresa. Come dire che in Hopkins la fede religiosa non si oppose alla "modernità" più spinta e rischiosa: Hopkins fu addirittura un protagonista della più spericolata avanguardia letteraria. Ciò è stato possibile perché era (anche lui) un gesuita?
Mi chiedo cosa possa significare, in generale, essere uno “scrittore cattolico”. Che è altra cosa - mi pare - dall'essere uno scrittore “cattolico” (ci sono poi anche scrittori che chiamerei "di chiesa": io, da ragazzino, lessi proficuamente una raccolta di splendide lettere di Santa Saterina da Siena, dense di umori politici e civili). La mia curiosità viene soddisfatta da Wikipedia, che mi offre una intera paginata di "scrittori cattolici". Nella lista incontro nomi eccellenti, quasi tutti contemporanei (e già questo dice qualcosa). Cito a caso: da Jean Guitton a Sigrid Undset, da Francois Mauriac a Giovanni Testori, da Bruce Marshall a Thomas Merton, a Susanna Tamaro, e via via gli altri. Nome eccellente su tutti? Verlaine, credo. Ma cosa li distingue, e cosa li accomuna? Ci sono snob come Waugh e Claudel, peccatori come Verlaine e Tommaseo (lui però non è su Wikipedia) che, secondo Manzoni, stava con un piede in sagrestia e l'altro in bordello, probabilmente ci sono asceti - anche se, nella lista, non riesco ad individuarne uno - ma non si può dire che questi o quelli trattino di argomenti apparentabili. Una qualche comunanza tra loro possono vantarla i polemisti francesi, da De Maistre a Bloy a Péguy, che facevano fronte comune contro la laicizzazione progressista, in forme e con una vigoria che non hanno riscontro in Italia. Graham Greene può essere collocato vicino a Chesterton, per loro la fede è una ricerca dell'Altro nelle pieghe della vita, ecc. Robert Lowell si convertì al cattolicesimo ("...gli occhi di Bernadette/che vide Nostra Signora, alta nella grotta/di Massabielle - così chiara la vide/ che la visione acciecò gli occhi/ della ragione...", traduz. mia) ma la fede non lo salvò dall'alcoolismo né dai disturbi psichiatrici.
La lista è, come ho detto, innanzitutto di contemporanei, però non c'è dubbio, per dire, che già Manzoni sia fortemente connotato sotto quella etichetta (o insegna?). Manzoni è cattolico, anche se con tendenze gianseniste assai forti e una spessa patinatura illuminista, e in quella veste appartiene ad un secolo, l'ottocento, ricco di scrittori immersi nel religioso o comunque con problematiche etiche, il senso del peccato, la colpa, l'angoscia, ecc.: c'è Melville, c'è Dostojewsky e il cardinale Newman, c'è Kierkegaard... Nietzsche si occupa addirittura della "morte di dio".
Ho interrogato Google, ovviamente, ma non mi pare di avervi incontrato una analoga lista di "scrittori protestanti". Se dovessi individuare uno scrittore che possa essere definito tale è Melville, con il suo “Moby Dick”. Melville è protestante come Manzoni è cattolico, ma i due hanno in comune l'attenzione verso il destino, il confronto con il male, il tema della salvezza. Achab sfida il destino per potersi confrontare con il Male, la balena bianca, demone esterno ma anche interiore. Manzoni descrive la lotta del bene contro il male in termini individuali - con Borromeo e l'Innominato come simboli e protagonisti - ma la sfida tra i due poli della morale lui la vede dispiegarsi soprattutto nella storia, nella grande storia dell'umanità e della società. Per Manzoni, gli uomini dovrebbero seguire i precetti della ragione illuminista, per esempio adottando leggi economiche liberiste (!!!) che favoriscano il commercio dei grani ed evitino la carestia; se non lo fanno, la loro disattenzione si tramuta in colpa, e dio li punirà abbattendosi giansenisticamente, con la peste, sul mucchio: Padre Cristoforo muore (accanto a Don Rodrigo) mentre si salva, accanto a Renzo e Lucia, il povero Don Abbondio, incolpevole ma certo non attento ai suoi doveri. Quello degli "scrittori cattolici" è insomma un variato "melting pot". Se dovessi - maliziosamente - dire quale è l'espressione che meglio mi fa identificare lo scrittore cattolico, sceglierei Charles Péguy: "Il peccatore è al centro della Cristianità. Nessuno è così competente quanto il peccatore in materia di Cristianità. Nessuno, tranne il Santo".
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