giovedì 3 dicembre 2015



LA CITTA' PIU' ODIATA D'ITALIA...
(da “Il Foglio”, 1° dicembre 2015)

La Roma che appare nell’ultimo film della saga di 007, “Spectre”,  è  notturna, funerea, algida, sfocata e  solo lievemente clericale.  In questo tetro scenario  James Bond  può impunemente  scorrazzare di notte al volante della sua Aston Martin DB10 e sedurre la vedova nera,  Monica Bellucci, cui lui stesso ha ammazzato il marito. La Città Eterna è ridotta a cameo,  un cameo riepilogativo degli stereotipi  che da sempre la volgarizzano.  Se, nel  film, Londra si riappropria del suo ruolo di centrale mondiale dello spionismo, del potere politico torbido, da intrigo internazionale alla Le Carré, Roma appare  votata ad una stremata  decadenza.
Chissà se l’immagine di Londra è veritiera.  A noi,  quella Roma notturna  sembra  non corrispondere  a dati effettivi. E’ solo un cliché. Certamente  non è  la Roma di Marino, il sindaco in carica quando il rombante inseguimento  di James Bond  sulle banchine del Tevere  venne girato tra l’insofferenza dei cittadini, disturbati nella loro distratta quiete.  La Roma di Marino è stata in qualche modo -  piaccia o no  -  una Roma di transizione,  sospesa tra ipotesi e tracollo: l’ipotesi di una rivoluzione tanto volontaristica quanto dilettantesca  e lo sgomento della scoperta dei miasmi AMA o ATAC,  della corruzione burocratico/malavitosa, dell’abusivismo dilagante e dell’inerzia politica. Ma la pasticciata Roma di Marino è l’inaspettato e inquietante epilogo  di una storia – anche amministrativa, oltre che politica e culturale - non del  tutto banale o vergognosa. Sindaci come Petroselli possono  meritare l’enfasi di una intitolazione stradale prestigiosa, l’arteria  che cinge il Campidoglio; accanto a Petroselli altri sindaci, di una parte o dell’altra, sono stati non indecorosi anche quando non così memorabili.
In questi giorni frenetici,  quando a destra come a sinistra si va in cerca affannosa di un nome appena appena decente da presentare per la scalata al colle capitolino, la visione del film di James Bond impone qualche pacata riflessione.  Stiamo attenti a giostrare con gli stereotipi,  c’è il rischio di dimenticare quel che è in ballo, e non solo  nella tornata elettorale ormai prossima: far uscire la capitale d’Italia dall’impasse amministrativo ma anche  dai cliché che la tradiscono. Si  tratta di restituire questa città ad una dignità che sembra perduta. Anche per colpa nostra, di quanti, per una frenesia di bassa o comunque spicciola politica hanno mediaticamente contribuito a rafforzare i sentimenti di antipatia, di avversione, di irriconoscenza e di rancore che il nome di Roma suscita nell’opinione pubblica italiana, non solo dei leghisti padani.  Roma è la città più odiata d’Italia. Anche respingendo al mittente,  con molte ottime ragioni, l’infame “Roma ladrona” , un po’ di quell’avversione se la merita.  Però, per cominciare a capire qualcosa di Roma sarebbe bene -  in partenza - non dimenticare che  è l’unica capitale d’Europa (e forse del mondo) che invece di  guidare e plasmare la formazione del  proprio paese –  come è stato per Londra o Parigi o Mosca o Madrid –  fu conquistata militarmente (va bene,  con una parodia di azione militare) ed è diventata capitale d’Italia controvoglia. L’ anomalo inizio ha avuto conseguenze negative e visibili su quanto è successo  dopo. Quando gli italiani (i piemontesi) hanno dovuto progettare la capitale di uno Stato ancora inesistente hanno subito cercato di far dimenticare un bel po’ di storia, la storia di quella che era stata capitale di uno Stato più o meno millenario, profondamente radicato, lo Stato della Chiesa.  La Roma papalina, la “seconda Roma”,  doveva essere cancellata per edificare al suo posto una “terza  Roma” fittiziamente e teatralmente  emula  di una  “prima Roma”  inventata  dal visionarismo risorgimentale  e mazziniano - dapprima  repubblicana e libertaria, con a suo idolo il vindice  Bruto ma poi, grazie a Mussolini,  imperiale, bellicosa, augustea – e artificiosamente sovrapposta  ai suoi  venerabili  ruderi: un  mito, il loro, autentico , che aveva ispirato il Rinascimento  ed esaltato Piranesi,  Goethe e  Gibbon.
L’impresa lasciò visibili tracce sul tessuto urbano, ma soprattutto sul quello della sua società.  I “buzzurri” – così vennero sarcasticamente appellati  i piemontesi  dai  Rugantino e dai  Meo Patacca, le maschere popolari  dei  tortuosi vicoli e vicoletti attorno al Pantheon   -  e i “monticiani” o “trasteverini “ (gli abitanti di due famosi quartieri dai dialetti simili ma non identici)  sono convissuti senza  forse capirsi bene,  lo sforzo di costruire una sintesi “nazionale” non ebbe risultati del tutto  felici.  Ernesto Nathan, il sindaco espressione di quei buzzurri fattisi italiani, venne sconfitto dagli eredi  di  una secolare aristocrazia sfibrata dalle bellezze dei suoi palazzi e d’improvviso divenuta -  grazie alla conquista piemontese che fece lievitare aree fino al giorno prima pascolo di pecore o giardini ornati di secolari siepi di bosso  - miracolata percettrice di ingenti  rendite fondiarie.  Comunque sia, le  classi dirigenti politico-amministrative di Roma  capitale non hanno potuto avere le  radici piantate in un comune suolo,  sentito come patrimonio di tutti  e da tutti salvaguardato.  Queste classi dirigenti - comprese le fasciste, non le peggiori - si sono sovrapposte le une alle altre, spesso  nutrendosi  di  desideri  di  rivalsa e  vendetta  nei  confronti di quelle che le avevano precedute.
Checché se ne dica, Roma  capitale d’Italia divenne presto una città moderna.  Ma quando mai è stata “pietrificata” o “museificata”, come oggi si va gridando? Semmai si è visto esattamente il contrario, Roma è stata travolta dalla e nella modernità, a strappi, a salti e sussulti,  senza un minuto di requie, di ripensamento; la  sua urbanistica è stratificata, a sfoglie, come le cipolle. E’ divenuta  moderna  molto più rapidamente , per certi versi,  di Milano, e superando difficoltà che il capoluogo lombardo non ha conosciuto,  con la sua storia di  ininterrotta e lineare continuità, della quale fa parte anche il periodo austroungarico, se non altro per l’efficienza  amministrativa  che lo caratterizzava.  L’epoca  umbertina,  a cavallo tra XIX e XX secolo, fu  per  Roma  ricca di strepitosi  avanzamenti, la città scippò a Firenze il ruolo di motore delle arti.  Il primo dopoguerra  vide nascere  la più bella architettura razionalista del  tempo  - dalle arcate di Angiolo Mazzoni sui fianchi della rinnovata Stazione Termini a quel quartiere dell’E42 che nel secondo dopoguerra  fu modello alla “Defense” parigina -  e fiorire  un decoroso classicismo letterario, matrice della lingua italiana “media” dei nostri giorni. Ma soprattutto, con Mussolini, vide  il tentativo di competere  sul piano economico  con Milano:  l’IRI di Alberto Beneduce fu un modello  imprenditoriale di livello mondiale,  su cui si impiantò, nel secondo dopoguerra -  grazie a figure come  Pasquale Saraceno, Donato Menichella e Rodolfo Morandi  - la Cassa del Mezzogiorno.  Con Mussolini nascono anche strumenti  di cultura, dalla Enciclopedia Italiana (poi Treccani) all’EIAR o  a Cinecittà, sorta come fabbrica di propaganda ma divenuta  fornace per autentici geni, esplosi nel secondo dopoguerra. Il secondo dopoguerra  è stato un periodo contraddittorio: Roma  patì  di un movimento immigratorio  ingovernabile e malgovernato che ne stravolse le fattezze  fisiche ed etiche ma su cui si innestò il primo grande dibattito urbanistico italiano. Tentò anche di avviare  una economia produttiva che la sottraesse al  cliché di città impiegatizia, burocratica:  la “Tiburtina Valley”  imitò, senza riuscirci, la Silicon Valley delle industrie tecnologiche, alla sua periferia si sviluppò un tessuto microimprenditoriale non disprezzabile (esemplare l’affollamento industriale e commerciale della Via Pontina). Infine, per un paio di decenni, la città produsse  valori indiscutibili e incredibili che le fecero scalare i vertici della considerazione mondiale, strappando a Parigi il primato europeo della modernità artistica, in un intenso  dialogo alla pari con New York.  
Non so se Roma abbia mai potuto  (o possa)  competere con Milano come “capitale morale” , certo assolse per lungo tempo  il suo compito di capitale nazionale in modo persino egregio. La sua economia, nata  molto pubblica, dirigista, datata, fu destinata  alla scomparsa  quando venne  infangata e rovinata dall’invadenza partitocratica, ma la partitocrazia fu un male non romano quanto piuttosto  nazionale:  la “Roma ladrona” è un epiteto ingiusto, non meno di ”Mafia Capitale”.  E poi,  siamo franchi, è  proprio vero che Milano quell’attributo se lo meriti? Viene rispolverato dopo il successo dell’Expo, ma l’Expo è stata salvata dal naufragio grazie all’intervento del governo che ha imposto un commissario efficiente e affidabile ad una realtà locale assai discussa:  la Milano “da bere”. ..
Le prossime elezioni  amministrative si presentano  a Roma come una avventura, un risiko pauroso. I protagonisti della corsa al Campidoglio si sono gettati allo sbaraglio per occupare le migliori posizioni di partenza.  In questi giorni fioriscono gli appelli, i progetti, le manifestazioni  dell’uno o dell’altro gruppo concorrente. Sono iniziative ovviamente enfatiche, gridate, i  loro programmi  sono o inadeguati o eccessivi; e lo si capisce, anche se credibilità e serietà  richiederebbero  che fossero piuttosto sfrondati che gonfiati, con le promesse asciugate  al minimo essenziale, se si vuole davvero mantenerle. Forse,  il miglior programma potrebbe essere quello di realizzare una città sul modello di Washington, ridotta, modesta ma efficiente capitale e basta, non  sul modello di Parigi o di Londra, metropoli  ricche e strutturalmente capaci  di  assolvere a funzioni diverse.  Perché: davvero la posta i gioco è il tronco “C” della metropolitana o il cosiddetto “risanamento” delle periferie?   
No, non è questione di infrastrutture o di periferie: lo sviluppo delle metropolitane è stato, a Roma, un problema da sempre. Per completare il primo tratto occorsero lustri: forse per colpa di intrighi e mangerie, forse però anche per reali motivi.  Il tronco “C” è in discussione anche, se non soprattutto, per definire un percorso che, se non è sbagliato, è comunque a rischio: il sottosuolo di Roma è una immensa miniera di possibili tesori archeologici che a Londra, quando cominciarono a scavare per il loro mirabile “tube” (l’Italia era ancora divisa in staterelli), non si sognavano nemmeno.  Le periferie hanno costituito un serio e drammatico problema nell’immediato secondo  dopoguerra,  si trattava  di risanare le “borgate” create frettolosamente sotto Mussolini  per  trasferirvi gli abitanti delle aree spicconate su cui far distendere la Via dell’Impero: quelle “borgate”  sì, erano orripilanti, hanno dato origine, anche nel cinema, ad una epopea che ha trovato forse il suo definitivo trionfo col Pasolini di “Mamma Roma” o di “Ragazzi di vita”. Credo che il loro risanamento  debba molto soprattutto  a Petroselli (soprannominato  “il banana”,  in ragione del suo naso storto, da pugile suonato), che si  mise di puntiglio per “unificare” Roma dal centro alle periferie.  Oggi, le periferie che cingono la città sono equiparabili a quelle di ogni altra metropoli.  Abbisognano di cure , questo sì, ma non sono favelas della disperazione.
Ripercorrendo storia e cronache, si può dire che forse il più grosso problema, o questione, che tormenta Roma è – stranamente -  una certa  carenza  di identità.  Milano riscopre (forse fondandola su presunzioni, più che su evidenze e certezze) la sua “milanesità”; forse è stata una  troppo sbandierata “romanità” a far nascere a Roma,  nel passato ma anche in tempi  recenti, equivoci e disperanti  cadute di tono.  Si pensi  al tentativo messo in atto dal Francesco  Rutelli che individuava in Alberto Sordi il  simbolo giusto per dare un nome a questa  identità:  Alberto Sordi, con il suo dialetto ormai sparito. Petroselli ricucì in gran parte il gap tra periferie e centro, ma gli abitanti dei  vari quartieri non si riconoscono gli uni con gli altri, quasi nessuno di loro è davvero un “romano de Roma”. Forse qui è buona parte delle difficoltà che i partiti - se ce ne sono ancora, degni di questo nome - incontrano nella campagna elettorale. Non si vede una “massa critica” di classe dirigente che si senta partecipe delle vicende (mica della storia, sarebbe chiedere troppo) di una città complessa e forse sempre un po’ inadeguata a se stessa.   E come potrebbe  essere altrimenti?  Anche a Roma – ma non solo a Roma - si invoca il ritorno della “politica”, che  rimetta ordine tra il trambusto di incompetenti, di arrivisti e faccendieri. Ma fino a ieri non si urlava tutto il contrario, e cioè che le responsabilità della attuale rovina erano tutta della classe politica, della “casta”, su cui ormai dovrà prendere il sopravvento la “società civile”, quella che si esprime su blog e social? A Roma, molto più che a Milano, certe  contraddizioni rischiano di non trovare una composizione decente,  se non adeguata. Le prossime elezioni amministrative ci diranno se il problema può essere risolto o se la città – la capitale d’Italia – sarà condannata a lungo ad essere “location” di film folkloristici, molto kitsch.   

lunedì 30 novembre 2015




                     L’ETA’ DEL TERRORE. UNA RISPOSTA  RADICALE.

(da “L’Opinione” telematica, 24 novembre 2015)

“Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé...”. Non poteva toccare che alla Francia l’onere – ma anche l’onore – di porsi alla testa della Guerra contro il Terrore. La Francia, un paese depresso e inquieto, che dichiara di voler  onorare senza sconti  le sue tradizioni illuminate ma anche va orgogliosa di fare alzare in volo i suoi “Rafales” per contendere  il dominio dei cieli ai “Lockheed” americani e ai “Suchoj” sovietici, può oggi assumere  il ruolo che più ama,  competere alla pari con  U.S.A.  e  Russia.  Il Bataclan replica le Torri Gemelle, nell’orrore ma anche nelle conseguenze. Il  massacro dei due grattacieli americani ha fatto scoprire appieno  l’Età del Terrore, quello del Bataclan ne rinfocola l’immaginario. E l’Età del Terrore è ormai, e resterà  a lungo, il nostro tempo psicologico, quello su cui misureremo, ad ogni momento della giornata, noi stessi e il contesto che ci circonda e in cui siamo immersi. Tutto, in questo contesto, sarà da ora in poi soggetto allo stress del terrore. Purtroppo, come è noto,  le reazioni a questo stress  sono per lo più scomposte, irrazionali, ciecamente volontaristiche e decisioniste. Quando venne  gettata, dall’attentato alle torri,  nella seconda guerra del Golfo, L’America  patì gli errori e la mendace pervicacia che portarono Bush e Blair ad aprire un conflitto che non poteva essere vinto e le cui conseguenze negative sono ancora sotto ai nostri occhi e probabilmente  vanno annoverate come causa non secondaria delle attuali crisi. Mai l’Occidente aveva dato una  così bassa immagine di sé:  dalle bugie sostenute all’ONU dal Segretario di Stato Colin Powell  circa le armi chimiche di Saddam  fino all’osceno processo  e alla messa  a morte del despota di Baghdad, reo soprattutto di essere detentore di segreti, o di verità, che non dovevano essere rese pubbliche.  Dopo di allora, l’America non è più stata la stessa,  si è avvolta in una spirale di crisi da cui non è ancora riemersa abbastanza da poter riprendere il suo storico ruolo di guida morale, economica e politica dei paesi democratici.  Per conseguenza,  assistiamo oggi ad una nuova inedita corsa al primato nella leadership mondiale: se l’America non ce la fa più, la Russia di Putin è ben più che una comparsa, la Cina ha sostituito un  Giappone pago dei  suoi “ninja”  ipertecnologici,  la Germania resta un nano politico, l’Europa latita. Ecco allora la Francia dare un colpo di coda, e arrampicarsi di nuovo su palcoscenico della Storia. Mica dice “noi, l’Europa”, dice “io, Francia”. Per la verità, è dall’epoca di De Gaulle e del rifiuto della Comunità Europea di Difesa (1955) che lo dice; però non si perita di chiedere  l’aiuto militare ai - riluttanti -  paesi  europei.
Oggi come ai tempi di Bush e Blair, l’Età del Terrore sarà tutt’altro che  inclusiva. Imporrà  un distacco incolmabile tra noi e l’altro, il nostro prossimo. Il vicino del pianerottolo già può  apparirci come un subdolo nemico. L’illuminismo era, almeno nelle intenzioni, inclusivo, anche se la Ragione non sempre seppe contenere gli effetti  torbidi del suo estremismo e conobbe l’arte della discriminazione ostile.  Ma  le sue migliori predicazioni  vengono pretestuosamente accantonate. Solo per  leggi  di “emergenza”, si dirà, destinate ad una vita breve, a data di scadenza fissa.  Ma, come ha ricordato sul “Corsera” Sergio Romano, “dopo gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, il ‘Patriot Act’ emanato da Bush conteneva misure repressive e inquisitive che l’apparato poliziesco degli Stati Uniti  richiedeva da tempo, e fu l’occasione per la più brusca svolta illiberale del sistema americano dai primi anni della Guerra Fredda”: come non ricordare Guantanamo? Dopo Bataclan, Hollande ha chiesto leggi eccezionali di sicurezza.  Va bene, non nuove e solo per tre mesi:  come si dice, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni ...
Renzi si è rifiutato di emanare analoghe “leggi speciali”, e di fomentare “l’isteria”, un’isteria  – alla Houellebecq o alla Oriana Fallaci, diciamo -   pronta ad accendersi,  se è vero che, come riporta il “Corsera”,  “a Pisa, un detenuto musulmano ha indossato una maglietta con scritto ‘Parigi’, destando qualche sospetto”...  Speriamo bene. Perché  Sergio Romano ci avverte che l’ISIS “può continuare a reclutare solo se riesce ad infiammare l’immaginazione dei suoi giovani ‘martiri’, e la sua mostrusa sfida “suscita ammirazione in molti giovani che vanno alla ricerca di una causa in cui affogare la rabbia e le frustrazioni accumulate nei  ghetti delle banlieue di Parigi”. Lo vediamo in questi giorni con i focolai di morte che si accendono da Bruxelles a Bamako:  l’ISIS, col suo fondamentalismo, è in primo luogo  uno stato d’animo, una reazione, follia. Nasce e rinasce ovunque, basta che trovi un brodo di cultura. Chiudere le frontiere, accentuare controlli,  innalzare muraglie attorno alla “Fortezza Schengen”, ecc.,   faranno ancor più lievitare quelle rabbie giovanili.
Alle iniziative militari, all’opportunismo delle strane alleanze, occorre al più presto sovrapporre (e imporre)  una strategia più lungimirante. E, per quel che ne sappiamo, non c’è migliore stategia  -  per dare agli animi esacerbati  un punto di riferimento certo, un briciolo di sicurezza non passeggera  e di speranze concrete  -    che il rafforzare le garanzie del diritto, della legge:  non solo “eguale per tutti”, ma anche capace di prevedere e soddisfare i bisogni profondi,  e  nuovi, dell’umanità di domani, l’umanità globalizzata, l’umanità 2.0. Orizzonti nuovi  si aprono all’umanità di domani, ma sono orizzonti incerti, senza principi stabilizzati, senza norme. Questa umanità, una umanità tutta di “migranti”, di individui, di soggetti  che mutano, evolvono, si staccano dalle loro radici per proiettarsi avanti, per plasmarsi e riplasmarsi, per adeguarsi al nuovo prima che questo divenga uno  “ieri”,  sarà molto diversa da quella di oggi. Oggi, le ragioni dell’individuo, del soggetto, vengono spesso ignorate o conculcate  dalle ragioni del diritto positivo, un diritto che ha come orizzonte gli Stati nazionali  e l’etica che da essi si è, nei secoli, generata. Ma  già oggi l’individuo vuole sentirsi  libero di essere un “cittadino del mondo”, vuole andare a cercare la propria felicità dovunque essa  si  presenti. L’individuo di oggi è sempre, consapevolmente o no, un “migrante”. Anche quando sedentario.

 Molti, di fronte a queste  drammatiche incertezze proclamano la fine della civiltà, dell’Occidente, e propongono il richiamo religioso. A noi pare che occorra piuttosto cercare di lavorare, laicamente, alla fondazione di un diritto adeguato ai nuovi tempi. E’ quanto cercano di fare i radicali del Partito Radicale, con la loro iniziativa di investire l’ONU della responsabilità di affermare un nuovo diritto umano alla conoscenza, e di promuovere una transizione alla democrazia che coinvolga assieme i paesi dell’Occidente e il mondo arabo.  Ha scritto Rita Bernardini, già segretaria nazionale di Radicali Italiani: “Noi dobbiamoi sostenere all'Onu - con un nostro diretto, forte impegno e adeguate lotte - la battaglia già incardinata per la transizione verso lo Stato di Diritto attraverso l'affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro la Ragion di Stato.  Ed è all'Italia (che vogliamo divenga finalmente consapevole di sé, dei suoi limiti e delle ferite da decenni inferte alla democrazia e ai diritti umani) che noi intendiamo affidare la leadership della campagna alle Nazioni Unite, cosicché la sua candidatura -  già avanzata - a membro del Consiglio di Sicurezza non sia la scontata occupazione di un posto di potere, ma abbia il respiro di una strategia politica per il futuro”...” Ciò che non mi ha fatto scoraggiare fino a mollare è stato vivere giorno dopo giorno con Marco Pannella, il quale continua a testimoniare con la sua forza morale ed intellettuale ciò di cui è intimamente convinto e che ci ha portato in passato ad ottenere, proprio all’ONU, la moratoria delle esecuzioni capitali e l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale. ..”

mercoledì 28 ottobre 2015

L'ANTISEMITISMO FILOSOFICO DI HEIDEGGER
(da "Il Foglio")

In un testo del 1940 - dunque tardo e in piena guerra - Martin Heidegger chiarì definitivamente che il problema dell'ebraismo non va posto sul piano delle contingenti polemiche razziali, ma su quello della metafisica: "la questione del ruolo dell'ebraismo mondiale (…) indaga la specie di umanità che, in assoluto svincolata, sia in grado di farsi carico dello sradicamento di tutto l'ente dall'essere, come 'compito' di portata storica mondiale”. L'ebraismo mondiale, afferma insomma il filosofo di Friburgo, si renderebbe responsabile di un "crimine globale", in quanto punta ad allontanare l'uomo (l'ente) da ciò che lo sostanzia, cioè il "radicamento" nell'essere. Il "radicamento" è per lui un concetto fondamentale. Il "radicamento" di un popolo alla sua terra, al suolo, è il contrassegno - positivo -  della razza. Solo grazie al "radicamento", un popolo-razza (i due termini, in Heidegger, hanno spesso valenza ambigua) ha la possibilità di accedere alla storia dell'essere (Seinsgeschichte, contrapposta alla mera storiografia, Historie) . Tanto più quando il popolo è quello tedesco, al quale è affidato il compito di incarnare quella storia e dunque, nell'oggi, di contrastare la tendenza allo "sradicamento" dei popoli richiesto dalla "macchinazione" della modernità. Questa sradica i popoli dalla terra perseguendo la sua vocazione per quella "vuota razionalità" e  quel "carattere calcolante" - in cui gli ebrei sono maestri - che negano ed odiano la filosofia e la poesia, per Heidegger le due sole forme del pensare pienamente partecipi del disegno storico-ontologico dell'essere.

Questo antisemitismo  non si limita ad essere, avverte Peter Trawny, studioso del filosofo di "Essere e Tempo" (Peter Trawny, "Heidegger e il mito della cospirazione ebraica", Bompiani, 2015, 13 euro) “un pregiudizio antisemita”, quello dell'ebreo "mercanteggiatore, avido, avaro, ben dentro alle trame politico-economiche che avvolgono il mondo". No, per Heidegger l'ebreo è figura (nel linguaggio heideggeriano) onto-storica, metafisica: forse, alla fin fine, lui stesso travolto dal “mammonismo”, la schiavitù a Mammona, l'idolatria del denaro che gli viene comunemente imputata.

Heidegger prese a un certo punto le distanze da Hitler. Attraverso una accurata esegesi dei testi  - in particolare dei famosi "Quaderni neri" - Trawny ricorda come il filosofo fosse venuto via via convincendosi che i tedeschi del suo tempo, insomma i nazisti, non fossero in grado di adempiere con la purezza necessaria ai compiti assegnati al popolo tedesco, ormai divenuto anche esso vittima della "macchinazione" della modernità tecnologica, espressa in primo luogo dall'"americanismo" e la sua "cultura di massa nichilista". Nei confronti di Hitler Heidegger avrebbe anzi provato una "delusione" presto seguita da una "reazione filosofica vera e propria". Trawny ipotizza che il filosofo possa aver manifestato contrarietà e avversione per le leggi razziali emanate nel 1933 a Norimberga. Non manca comunque di notare il carattere ambiguo di un pensiero che oscilla tra l'assolutezza del rigore metafisico e l'occasionalità della considerazione meramente storico-storiografica.

Abbia aderito o meno al nazismo, sia stato o meno influenzato dai vergognosi "Protocolli dei Savi di Sion" - il pamphlet che è alla base di molto antisemitismo - Heidegger partecipa pienamente al collasso irrazionalista dell'Europa continentale del suo tempo, con il suo sostanziale totalitarismo ed odio contro la democrazia e gli ebrei: se non è antisemitismo, come vorremo chiamarlo?

giovedì 1 ottobre 2015



QUEL BISCHERO DI NONNO BETTO
(da "Il Foglio" del 26 settembre 2015)

Mio nonno materno si chiamava Benedetto, ma era toscano e quindi si ritrovò subito, appiccicato, un soprannome, o meglio un diminutivo: Betto. Come Betto l'ho conosciuto anche io, lo frequentai di più quando era ormai vecchio e viveva a Roma. Era piccolo e segaligno, portò per tutta la vita un piccolo baffo sotto il naso, un po' come quello di Hitler. La sua vita l'aveva passata nel paese nativo, un paese del contado senese, Chianciano. Di Chianciano, per pochi mesi, nonno Betto fu anche, agli inizi dell'altro secolo, sindaco. Sindaco socialista, per la precisione, Chianciano è stato sempre un paese rosso, credo lo sia ancora, come penso sia la maggior parte dei paesi e paesini toscani.  Era il rosso di quando - raccontavano - il 1° Maggio il popolo, tutto il popolo, usciva fuori della Porta del Sole, l'arco di pietra sette-ottocentesco di accesso al bellissimo abitato medievale, sotto bandiere (rosse, naturalmente) ondeggianti al vento, per celebrare la festa proletaria, e a un certo momento arrivava la cavalleria e disperdeva la folla a colpi di piattonate. Quel socialismo romantico e sincero, barricadiero e operaio, avrebbe fatto una inaspettata fine, di cui le storie parlano, accademicamente e documentariamente, ma con parecchia puzza sotto il naso: invece successe proprio che a un certo punto mio nonno passò entusiasticamente, armi e bagagli, tra i seguaci di Mussolini. Vedeva in lui il realizzatore dei suoi ideali socialisti. Mussolini non era ancora fascista, il fascismo lo fondò dopo la guerra, mio nonno lo seguì sempre. E fascista restò per tutta la vita.

Veniva da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Quando ero bambino sentivo parlare, in casa, della “Poderina”, un podere appunto, sicuramente coltivato soprattutto a uva, olio (pregiatissimo)  e a grano, più, immagino, un paio di scrofe di razza "cinta senese", galline, oche ("ochi" al maschile, in dialetto), tacchini (in dialetto "dindi", dal francese "dindon")  e le immancabili, bianchissime, setose vacche chianine. L'economia di Chianciano si basava su due  risorse: l'agricoltura, fiorente come in tutta quella zona della Toscana, e il turismo. Dietro Chianciano si profilava, azzurro e imprendibile, l'Amiata. L'Amiata è un vero e proprio vulcano, sempre  attivo. La sua ultima eruzione viene fatta risalire a 700.000 anni fa, tuttavia nelle sue viscere fermenta un fuoco inestinguibile che fa ribollire acque sotterranee che a loro volta sciolgono i minerali delle rocce attraverso cui filtrano. Quando le acque affiorano danno vita a stazioni termali le più varie, con piscine o fonti salubri e famose. A San Casciano ci sono terme di acque calde, ottime per la pelle e i reumatismi, alle Terme San Filippo l'acqua è così ricca di calcio che la pelle sui sia stata spalmata  sembra di gesso, Bagno Vignoni ha una struttura rimasta inalterata nei secoli, la piazza centrale è una enorme vasca di acqua che sgorga a a 52°, chiusa su tre lati da una cinta di mura, da edifici realizzati da Bernardo Rossellino in onore di Pio II e dal loggiato dove sostò Santa Caterina da Siena. Per gli etruschi l'Amiata era la terra sacra nelle cui cavità dimorava la loro divinità più importante: Tinia, il Giove dei romani. Nell'ottocento, alle sue falde - nel paese di Abbadia San Salvatore - venne aperta una importante miniera di mercurio del mondo, che contribuì allo sviluppo industriale ed economico della zona ma portò anche una tremenda e spesso mortale malattia, il mercurialismo, prodotta dal contatto coi vapori di mercurio. La miniera fu chiusa intorno alla metà degli anni settanta. Il socialismo di mio nonno aveva le sue radici proprio lì, intorno all'Amiata, nelle terre dove si svolse l'avventura mistica e rivoluzionaria di David Lazzaretti, il profeta che si immolò nel 1878 per il riscatto religioso e sociale della sua gente, nella condanna delle ingiustizie del mondo e del corrotto clero romano. Lazzaretti venne ammazzato in uno scontro a fuoco con i carabinieri, tra i desolati calanchi e le "crete" della montagna, habitat di vipere, istrici e volpi. La sua testa mozzata era fino a pochi anni fa conservata nella formalina del Museo lombrosiano di Torino, assieme a quelle dei comuni delinquenti studiati da quello scienziato. Lazzaretti fondò un movimento religioso, il Giurisdavidismo, che fino a pochi anni fa aveva ancora qualche adepto, ma c'è chi ricostruisce la sua storia rigorosamente sul piano politico e vede in quel suo movimento revivalistico una forma grezza di rivolta sociale se non ancora socialista. Penso sempre al socialismo di mio nonno alla luce di quella storia, raccontatami spesso, quando mi recavo a Chianciano in vacanza (dopo poco tempo dalla nascita tornai a Roma: ero nato a Chianciano perché mia madre volle partorire a casa della su' mamma).

Stando alla saga  familiare, a un certo punto la "Poderina" entrò in crisi. I figli di mio nonno, mia mamma e i suoi fratelli, scesero tutti a Roma per trovarvi lavoro. Due erano maschi: Loris fece il barista, mi voleva molto bene e quando veniva a trovarmi mi lasciava sempre una bella moneta con la quale potevo comperare gli album di Cino e Franco, Mandrake e Gordon Flash, Carlo invece fu un agiato bancario, aveva i baffetti come il padre, un dente canino d'argento che mi impressionava, e una fiammante Guzzi rossa; mi ci portava in giro, a cavalcioni sul serbatoio, per le strade di quella Toscana fragrante: io ero attentissimo a deporre un sassolino alla base di questa o quella delle grandi croci di ferro che assieme ai cipressi segnavano un bivio tra strade polverose, il mio era un tradizionale e rispettatissimo gesto di devozione popolare. Su zio Carlo circolavano storie tenute sempre un po' nascoste, o raccontate, in famiglia, a mezza bocca: si diceva che, anche lui fascista, avesse partecipato a un conflitto a revolverate con elementi socialisti o comunisti, proprio sotto la Torre dell'Orologio, al centro del paese. Sentii sussurrare anche di un morto. Di certo, nel punto dove la via principale curva a sinistra per immettersi, con una breve e ripida salita, nella grande piazza centrale, sul muro di un edificio proprio dirimpetto alla Torre, all'altezza del secondo piano, c'è una lapide: "Il 20 ottobre del 1922/fulminato dalla barbarie fascista/cadeva A.E./ I cittadini, vindici, posero/il 20 ottobre 1947". Poco dopo la fine della guerra, zio Carlo subì un processo, di cui io seppi poco. Quando i carabineri vennero a prenderlo, la bellissima moglie dal volto di creola lo fece nascondere in un armadio, in mezzo ai suoi vestiti. Credo che al processo se la cavò.

Oltre al diminutivo di Betto, mio nonno ebbe anche un nomignolo, lo "strozzino". Allora usava così: mio padre, quando andava a trovare la fidanzata, poi mia madre, a Chianciano, si beccò il soprannome di "culofino"; in effetti era, se non azzimato, di portatura elegante e un po' distaccata. Io stesso non mi salvai da questo gusto storpiatore dei nomi. Mi chiamo Angiolo, fino a trenta anni venni chiamato Gioli. Ma il parossismo esplodeva nei nomi delle tre figlie del "sor Betto", mia madre e le due sorelle. Erano nomi derivati dalle tragedie greche e, chissà, da Dante, un rimasuglio della infarinatura classicheggiante tipica della piccolissima borghesia artigiana e paesana che probabilmente costituì il nerbo del mazzinianesimo e del radicalismo postrisorgimentale italiano. Mia madre venne battezzata come Ifigenia, ma per tutta la vita fu chiamata Tina, diminutivo di Oresta, che era a sua volta il nome di un'altra sorella,  invece comunemente chiamata Francesca. Francesca era in origine il nome della terza sorella, che io e tutti chiamavamo Lia. Il perché di questo strano intreccio non l'ho mai saputo. La famiglia di mio nonno abitava in un appartamento su due piani, vastissimo, nel cuore del paese, anzi in cima al castello medievale che lo domina, il castello dei conti Manenti, signori di vaste terre nel circondario. Prima di essere suddiviso in appartamenti, il maniero era stato anche un monastero: sul muro in fondo al cortile più interno era dipinto, in bianco calce, un angelo (o San Giorgio?) che uccideva non so che drago con la spada sguainata: quell'angelo popolò per anni i miei sogni o incubi. Sotto l'angelo si apriva la bottega da falegname di Martino, tra i cui profumati trucioli io amavo giocare: potrei ancora lavorare con ogni tipo di sega, di pialla e di sgorbia, sarei bravissmo. Con una sgorbia, peraltro, mi tagliai alla base di un pollice, ancora ne ho la cicatrice. Il figlio di Martino si chiamava Marx, non so come quel nome possa essere stato accettato all'anagrafe, a quei tempi. Credo che in quel castello sia nato anche Bonaventura Somma, il musicista gloria di Chianciano.

Forse a seguito delle condizioni di famiglia, certo non floride nel decadere dall'agricoltura e nella crisi della Poderina, mia nonna d'estate teneva pensione, affittando alcune delle molte camere da letto ai signori che venivano da tutta Italia a "passare le acque" della fonte dell'Acqua Santa o alla "Foce", gli stabilimenti termali noti già in epoca romana. Le acque facevano bene al fegato. Mia nonna lavorava il pane in casa. Si svegliava che era ancora notte fonda e, nella vasta e fresca cantina scavata nella roccia, impastava la farina versata nella madia la sera prima assieme al lievito. Dal bulicante impasto tirava parecchie forme, che poneva in fila su lunghe palanche di legno e, dopo averle incise con il coltello, copriva con un panno profumato di farina. Con l'ultimo pugno di pasta faceva - solo per me - una "ciaccia", un pizzetta, su cui imprimeva con le dita piccoli incavi nei quali versava olio dorato. Poi lei si arrotolava sulla testa un cercine di panno, vi poneva sopra, in equilibrio, la palanca con il pane e la ciaccia, e la portava al forno, in piazza. Io la seguivo. Mia nonna era anche bravissima a cucinare, i suoi sformati di spinaci erno squisiti. Si mangiava tutti assieme, pigionanti e famiglia, attorno a un lunghissimo tavolo, nella stanza più vasta della casa, con le finestre spalancate sulla valle assolata. Lei era, per così dire, il mulo della casa, non ricordo che mio nonno lavorasse, lei a un certo punto faticò anche a tener aperta una drogheria in fondo al paese, un locale pieno di tutti gli odori del mondo, dai fagioli e dai ceci nei sacchi di juta, al tonno, ai salami appesi ai ganci, al pane e soprattutto al baccalà e allo stoccafisso. Sul bancone c'erano anche attrezzi mitici, l'affettatrice con la sua lucida lama rotante per i salumi e la mortadella, o il massello di legno che allineava i pesi di ottone della bilancia, da quello minuscolo per qualche grammo a quello, maestoso, da un chilo. E, nelle cassette di legno, i grani del sale luccicavano come minuscoli diamanti.

Non saprei dire quando, anche mio nonno fu costretto a venire a Roma. Sua moglie, la nonna Dide (il nome di battesimo era Aderiade, un nome oggi scomparso del tutto) morì quando ero ragazzo, mi dispiacque molto non poter più avere la sua ciaccia. Era un donna silenziosa e triste, forse fiaccata dai tradimenti (veri o presunti) del marito. Comunque, restato solo, nell'immediato dopoguerra nonno Betto venne a Roma e fu ospitato da zia Francesca. Aveva una sua stanza con una branda e poco altro arredo. Le tre sorelle, ma soprattutto Francesca e Lia, lo utilizzavano come messaggero, quando una o l'altra voleva inviare qualcosa all'altra sorella le spediva il "babbo" (cui peraltro dava del "voi"). Il vecchio prendeva il pacco sottobraccio e usciva. Naturalmente, la figlia gli dava qualche spicciolo per il tram. Dopo un po' si venne a scoprire, tra rabbia e ilarità, che nonno Betto non prendeva mai il tram, traversava mezza Roma a piedi per consegnare la commissione e poi tornarsene a casa sempre a piedi. Con ancor maggiore raccapriccio, le figlie scoprirono anche che il nonno, mentre camminava per strada, raccoglieva da terra le cicche delle sigarette. Se le metteva in tasca, poi le apriva accuratamente e faceva del tabacco un mucchietto. Lui fumava una sua pipetta vecchia, puzzolente e intarmolita. Mi dava un senso di ammirazione quando, dopo aver riempito il fornello, premeva accuratamente il tabacco con il pollice. A me sembrava una operazione complessa e ardua. Accendeva poi il tabacco così ben pressato e le prime boccate che ne tirava producevano buffi di nuvole azzurre e profumate. Quando le figlie si accorsero della faccenda delle cicche lo sgridarono aspramente, pensavano che lui stava intaccando la reputazione familiare. Non ricordo che lo Strozzino abbia mai smesso da quella sua abitudine.

Talvolta, passava anche a casa nostra. Credo che fosse la tappa più tormentosa. Era rimasto fascista anche dopo la sconfitta, e di Piazzale Loreto e quanto ne seguì non si diede mai pace, noi toscani abbiamo la politica nel sangue. Mio padre, che in questo non fu generoso, lo punzecchiava e lui, il povero vecchio sconfitto dalla vita e deluso dalla politica, ci rimaneva male e si arrabbiava. Quando era arrabbiato, da buon toscano bestemmiava, una bestemmia frequente gli usciva dalle labbra, "Madonna maiala".  Mia madre, quando veniva da noi, gli dava da mangiare, lui mangiava assieme a noi poi ripartiva per riattraversare mezza Roma, sempre a piedi e raccogliendo cicche. A me quel bischero di nonno Betto piaceva. Era ruvido, vestiva con stracci smessi e dimessi, teneva avvolta attorno al collo una striscia di stoffa, credo per nascondere il taglio di una operazione alla laringe, o roba così. Da quel pezzo di stoffa mai troppo pulito emergevano le pieghe e le rughe del collo, rossiccie, forse bisognose di un buon lavaggio o di un bagno. Mi voleva bene, anche se non era molto prodigo di saluti, di baci o di carezze, con i suoi modi bruschi a volte poteva apparire lontano, trasognato, immerso in crudi pensieri.

Morì a casa di zia Lia, che in quel momento lo ospitava. Non so perché, fui informato subito della sua morte. Corsi dalla zia, lui giaceva ancora, vestito, sul lettino, una branda o poco più. Allora non c'erano grandi servizi funebri, eppoi noi toscani siamo un po' tirchi. Zia mi disse che dovevamo vestirlo come si vestono i morti, con gli abiti di festa. Io e lei lo spogliammo nudo, le sue povere magre membra giacquero indifese nel bianco grigiastro delle lenzuola. Lo rivestimmo quindi con vestiti appena un po' decenti, non ne aveva altri. Sollevare le gambe una dopo l'altra, le braccia una dopo l'altra, fu cosa non facile, i corpi dei morti sono pesantissimi, fose nonno era già un po' rigido. Gli annodammo al collo anche un cravatta, una delle sue vecchie, lise cravatte.  Fu seppellito nella tomba della famiglia, a Chianciano, sotto i cipressi resinosi, accanto a Dide, la moglie. Forse per la prima volta furono davvero uniti.

giovedì 10 settembre 2015


 AL DIRETTORE DE "IL GARANTISTA" (pubblicata in data 5 settembre)

Caro direttore,
quando ieri ho letto su un quotidiano che in Commissione Giustizia del Senato si è trovato l'accordo sul come definire le “unioni civili”, l'istituto parallelo ma differente dal matrimonio che dovrebbe regolarizzare le convivenze tra individui anche dello stesso sesso, mi sono rallegrato: sia pure attraverso compromessi dolorosi, anche l'Italia sembra avviarsi a riconoscere un diritto che ormai sta entrando stabilmente nella legislazione di moltissimi paesi, europei e non. Ma la mia soddisfazione è sfumata non appena ho letto che l'accordo è stato raggiunto sulla definizione “specifica formazione sociale”. Mi sono subito detto che sarebbe assurdo se un orrore simile trovasse posto nella legislazione italiana. Mai! Questa terminologia è espressione di una crudeltà che sfiora la tortura. Coloro che dovessero, una volta fosse  accolta nella normativa italiana, utilizzare tale formula per legittimare la loro convivenza, sarebbero paragonabili agli ebrei marcati dalla stella gialla. Non sarebbero esseri umani saldati in una “unione” che garantisca loro diritti, doveri, ma anche un sicuro e dignitoso status sociale pur se ancora segnato da una “diversità” non del tutto accettabile: sarebbero dei ghettizzati, indicati a dito alla società come “diversi” nel senso peggiore, più mortificante. Non sarebbero una coppia di esseri umani, ma gli esemplari di una classificazione parascientifica, non molto lontani da minerali o rari uccelli esotici impagliati nel Museo di Scienze Naurali.

Sembra che l'infamante definizione sia stata escogitata come compromesso per soddisfare le esigenze dei parlamentari cristiani, anzi - per dire - cattolici. Non mi stupisce, il mondo cattolico ha spesso avuto, nelle sue vene, il gusto sadico della Inquisizione, della tortura: solo da poco Papa Francesco cerca di far dimenticare il lontano, ma anche recente, passato, e di far accettare alla chiesa l'imperativo primario della misericordia caritatevole. La definizione elucubrata in Parlamento non identifica, non definisce una coppia, una "unione" (termine apparso come disdicevole e inaccettabile) quanto piuttosto bolla con un marchio infamante la loro "diversità". Penso che un autentico credente, un credente nel dio cristiano, non possa che respingere con orrore il vergognoso esito di questo mercato di coscienze.
Non sono né parlamentare né credente. Ma invito con forza i parlamentari credenti a ribellarsi, a respingere l'osceno ricatto imposto loro e al paese intero prima che agli omosessuali, e a votare responsabilmente contro, senza se e senza ma.
ordialmente.
Grazie dell'ospitalità
Angiolo Bandinelli

sabato 5 settembre 2015




il "grande romanzo americano" e i "piccoli" imitatori italiani

da "Il Garantista", 3 e 4 settembre 2015
Il battage è avviato, in America uscirà a settembre, nelle librerie italiane è atteso per febbraio. Si lavora perché divenga l'avvenimento letterario della stagione che si apre, e magari raggiunga il top ten delle vendite insidiando il successo dei vari Don Brown e Harry Potter: la grande letteratura non disdegna più il botteghino, il cult e il kitsch si incontrano volentieri in zona profitto. Insomma, le ambizioni scalpitano. Almeno quanto quelle che fecero galoppare il "Soumission" di Houllebecq, il cui effetto intanto è svaporato lasciando libero il campo. E, soprattutto, il tema: siamo sempre lì, la catastrofe dell'uomo, della civiltà, dell'Occidente, con al centro del ciclone, stavolta, non la Francia ma l'America.

Sto parlando di un libro, ovviamente: per l'esattezza, dell'ultima fatica di Jonathan Franzen, "Purity", che Einaudi presenta al lettore italiano nella traduzione di Silvia Pareschi. Non amo Frantzen romanziere, non riesco a finire la lettura di quello che credo sia considerato il suo capolavoro, "Le correzioni", ma mi incuriosisce il tema del "Grande Romanzo Americano" (in acronimo, GRA). E non da oggi: spesso consulto la lunghissima lista e qualcuno dei saggi che ne hanno parlato e ne traggo ulteriori stimoli per la mia curiosità. Ma perché deve esserci il GRA e non il corrispondente italiano (in acronimo, sarà il GRI)? Fin'ora la mia domanda era restata inevasa, oggi finalmente una qualche risposta mi viene. Me la dà un giovane critico di valore, Matteo Marchesini. Matteo Marchesini si occupa di letteratura, di saggistica, con scorribande negli ardui terreni della filosofia. E' incisivo, aggressivo, la sua “pars destruens” è migliore della “pars costruens” ma, nella attuale situazione delle nostre lettere, questo finisce con essere un pregio, perché le nostre lettere sono murate dentro costruzioni e torri massicce, asserragliate dietro ogni concepibile cascame ideologico o accademico-conformista e dovere prioritario del critico, in questa situazione, mi pare sia quello di abbatterle per cercare di raggiungere la polpa e l'osso di qualcosa riferibile a una buona, sincera, valida letteratura: se e dove c'è.

Ma innanzitutto, cosa si intende per "Grande Romanzo Americano"?  Non sono un critico né un esperto della questione, mi atterrò quindi a citazioni raccolte qua e là ma, a occhio e croce, valide. Secondo il saggista James Wood il GRA è un "grande, ambizioso romanzo" che persegue "la vitalità a tutti i costi". Wood gli appiccicò anche l'etichetta di "realismo isterico", una scrittura intrisa di "recherché postmodernism" ("ricercato postmodernismo"), caratterizzata da "lunghezza spropositata", "personaggi maniacali", "frequenti digressioni" e trattamento stravagante di argomenti secondari ed eventi del quotidiano. La scrittrice Zadie Smith, una tra gli scrittori tirati in ballo da Wood, osservò che "realismo isterico" è un termine "dolorosamente accurato" per quel tipo di prosa "esagerata e maniacale". Stando invece a Jeffrey Eugenides - autore de "Il giardino delle vergini suicide" (da cui l'omonimo film di Sofia Coppola) e dell'imponente saga di "Middlesex" con cui ha vinto il Pulitzer -  "si tratta semplicemente di uno slogan efficace" che si è affermato grazie all'ossessione che di esso hanno i giornalisti europei "e che è sopravvissuto alla sua inconsistenza". Insomma, esiste o no, il GRA?

Nel suo (toh!) "The Great American Novel" ("Il Grande Romanzo Americano") - scritto nel 1973 e pubblicato, in Italia, nel 1982 dagli Editori Riuniti e da Einaudi nel 2014 - Philip Roth ha rovesciato sul GRA (che, dunque, per lui c'è) una esilarante e graffiante satira. L'autore de "Il lamento di Portnoy" nel 2004 aveva già affrontato il tema in un altro suo romanzo, "Plot against America", ("Complotto contro l'America"), un esemplare consapevolmente perfetto del modello GRA standard, anche se in atmosfera grottesca. Ne "Il "Grande Romanzo Americano", Roth rovescia il più pesante sarcasmo sui suoi autori. Il libro è  un immaginario dialogo tra il protagonista, Word Smith, novantenne ex cronista di baseball, e un ancor più immaginario Hemingway, durante una battuta di pesca. Inizia con "Chiamatemi Smitty", ironico calco del celeberrimo incipit di "Moby Dick", "Chiamatemi Ishmael".

Le critiche di Roth sono insieme impietose ed esilaranti: " 'Moby Dick' di Herman Melville? 'Cinquecento pagine di grasso di balena, cento pagine sul pazzo Achab e una ventina su come sono bravi i negri con l'arpione'. 'Hucleberry Finn' di Mark Twain? 'Un libro su un ragazzo e uno schiavo che cercano di scappare di casa. Sugli ubriaconi e sui ladri e i matti che incontrano. Una storia di avventura per ragazzi. Un libro di un tale che sta pensando come sarebbe bello essere ancora giovani. A quando i matti e gli alcolizzati erano sempre gli altri e non tu. Roba per piccoli'. 'La lettera scarlatta' di Nathaniel Hawthorne? 'Un libro dove l'unico che ha le palle è la protagonista'. Francis Scott Fitzgerald? 'Un poeta minore'. 'L'urlo e il furore' di William Faulkner? 'Una storia narrata da un idiota. Illeggibile'. 'Gli ambasciatori' di Henry James? 'Merda policroma. Cinquecento parole dove ne bastava una'". Il romanzo rivisita gli anni successivi alla Grande Depressione del 1929 fino al maccartismo con il suo clima da "caccia alle streghe": nel 1946 un complotto comunista e uno "scandalo capitalista" decidono di eliminare la "Patriot League", la "Lega" del baseball degli Stati Uniti.  Ne nasce una saga, il baseball assurge a emblema ideologico di quel periodo offrendoci una parodia tragicomica del sogno americano. Nella quarta di copertina è riportato un estratto della recensione del "New Repubblic": "Roth reinventa il baseball, trasformandolo in puro slapstick". "Slapstick" è la gag filmistica tipica dei film di Charlot o di Stanlio e Ollio. Ma il GRA non è un romanzo sostanzialmente epico?

La spicconatura di Marchesini agli sforzi di questo o quello scrittore italiano avventuratosi a scrivere il "Grande Romanzo Italiano" (GRI) la trovo nell'ultimo numero di in un noto supplemento del “Sole-24 Ore” dal titolo sofisticato, “IL” (Idee e Lifestyle). Consiglio il suo acquisto perché oltre al saggio di Marchesini altri ne contiene, a fargli da sapido contorno, tutti dedicati al tema del “Grande Romanzo Americano” e soprattutto ai suoi imitatori (o aspiranti tali) italiani: Sotto l'ala di una presentazione al vetriolo di Christian Rocca - “Il Grande Romanzo Americano (e la caricatura nostrana)" - oltre a Marchesini intervengono Marco Rossari, Antonio Sgobba e Guido Vitiello, mentre Francesco Pacifico presenta la figura e l'opera di Jonathan Franzen (“il più grande scrittore contemporaneo”) di cui ci viene offerta anche una anteprima del suo nuovo romanzo, "Purity" appunto: un lungo capitolo dal titolo "La Repubblica del Cattivo Gusto".

Frantzen è scrittore americano, la location dei suoi romanzi è in questa o quella città o provincia degli Stati Uniti - dalla costa atlantica a quella del Pacifico - e "Purity" immagino non faccia eccezione. E comunque l'America viene in "Purity" esplorata, criticata, messa in dubbio: addirittura - scrivono - in uno dei suoi aspetti più tipici ma anche sensibili, quello delle tecnologie. Però Frantzen vuole  mettere a frutto la sua conoscenza della Germania e del tedesco, così il capitolo presentato su "IL" si svolge proprio in Germania. L'ho letto e, se me lo consentite, penso che questa digressione metta sufficientemente allo scoperto le debolezze dello scrittore. Perché se, per poca precisione e per superficialità, si può sbagliare, però sempre azzeccandoci, nel descrivere gli ambienti a noi noti, quando dobbiamo ritrarre situazioni di cui abbiamo una conoscenza più superficiale è facile che, per essere credibili (e vogliamo innanzitutto essere credibili), eccediamo in particolari connotativi. Siamo ansiosi ma così, alla fine, scadiamo di stile e diventiamo - chi lo avrebbe detto - superficiali. Le pagine presentate da "IL", parlano di una coppia di giovani che vivono nella Germania dell'Est all'epoca del comunismo. E cosa fa Frantzen? Per essere, appunto, credibile, inanella particolari e scorci delle vergogne di quel sistema, convinto di restituirci così uno spaccato fedele, credibile, di quei tempi e luoghi. Ma i dettagli, le situazioni, gli eventi sciorinati dall'abile scrittore sono alla fin fine banali, ovvi, prevedibili, fanno da sempre parte del repertorio, del genere "denuncia del comunismo...".

I due ragazzi compiono un omicidio, uccidono un uomo che insidia la ragazza riuscendo (forse) a sfuggire alla Stasi, l'onnipotente organizzazione di sicurezza e spionaggio del regime. Il fattaccio coincide con l'avvento di Gorbaciov e della glasnost nell'URSS, insomma con l'inizio della crisi del comunismo orientale. Ma nonostante lo stillicidio pointilliste di particolari credibili, perché la vicenda si svolga esattamente in quel periodo appare del tutto casuale. Il racconto serve solo a raccontare se stesso, la trama diventa il racconto, l'oggetto stesso del raccontare. Quando la vicenda dei due giovani finisce ( non ne conosco la conclusione, sicuramente non sarà un lieto fine) si chiude su se stessa: la vicenda stessa è la ragione, lo scopo del raccontare. Anche Dostojewski ha a che fare con un  omicidio, ma la vicenda dostojewskiana è il dramma del passaggio dal crimine - logico portato del clima nichilistico del tempo - alla espiazione riparatrice, che con quel clima si confronta direttamente e dialetticamente. C'è, in "Delitto e castigo", un progredire, un divenire necessario. Per quel che ne ho letto, la vicenda di Andreas e Annagret si avvolge solo attorno al conflitto tra desiderio lussurioso e desiderio di un amore più pulito. Posso sbagliare, ma mi sembra troppo poco per coinvolgere Gorbaciov, la Stasi o la glasnost. In fondo, già il titolo del capitolo ne sminuisce le ambizioni: "La Repubblica del Cattivo Gusto". 

La deviazione geopolitica serve però a Frantzen per rivolgere la sua denuncia contro l'America, l'America pervasa di tecnologia mediatica: "La Stasi è la tecnologia stessa. La tecnologia è il genio della lampada. La Stasi non aveva realmente bisogno di fare poi molto. Non arrestò così tante persone (...) puntava sul fatto che le persone si auteocensurassero". Per Frantzen gli effetti prodotti dalle subdole tecnologie  possono essere gli stessi, scatenano gli stessi meccanismi di autocensura: "Le persone diventano molto caute. Ed essere creativi diventa molto difficile. Perché ti preoccupi di come potrebbero etichettarti". Per colpa dei marchingegni messi a disposizione dalle tecnologie noi viviamo,  anzi in America si vive,  in un'epoca più conformista - sostiene Frantzen - che negli anni cinquanta. Spero di aver correttamente riportato almeno il filo della trama di un libro che non ho potuto leggere ma di cui ho diligentemente scorso recensioni e presentazioni.

In genere, pur essendo affascinato della questione, diffido del Grande Romanzo Americano. Ha ambizioni eccessive, vorrebbe darci una definizione credibile del dramma o dei drammi della società contemporanea. Ma non riesco a capire perché le vicende quotidiane di una qualche famigliola americana standard che popolano la gran parte di tali romanzi debbano o possano darmi quello spaccato. Possono interessare la sociologia, ma l'arte dovrebbe volare più in alto, o scendere più nel profondo. Se devo leggere qualcosa di molto americano, preferisco risalire alle scaturigini riconosciute del GRA, all'essenziale, asciutto "Winesburg, Ohio" di  Sherwood Anderson -  che mi pare non sia compreso nelle varie liste di autori di GRA - oppure al Truman Capote di "Colazione da Tiffany", felicemente leggero ma che mi restituisce empaticamente il clima, quasi gli odori di un ambiente americano tipico. Meglio anche Carver, in lui la dimensione del quotidiano americano viene restituita con l'esattezza del bulino. Posso divertirmi anche con il Roth di "Lamento di Portnoy", ma quando entrano in ballo i grossi calibri, i loro ponderosi volumi, non ce la faccio, poso il libro da qualche parte e cerco di dimenticarlo.

Comunque, un appunto mi viene da fare all'intervento di Marco Rossari, che elenca i ventiquattro volumi, o testi,  che nella vulgata critica formano il pacchetto del GRA. A mio (modesto) avviso, nell'elenco ci sono scrittori che nulla hanno a che fare col GRA - Hawthorne o Mark Twain, autore - questo, sì - del primo romanzo americano tipico, nell'ambientazione impregnata di folklore e  persino nel linguaggio, o anche il leggero/e/profondo Scott Fitzgerald. L'uno e l'altro sono "contemporanei" di James Fenimore Cooper, che nella lista però non c'è.  Deploro che  nella lista manchi, invece, lo scrittore che mi pare abbia forse più di ogni altro messo a fuoco la tematica del "Grande Romanzo Americano", John Dos Passos, l'autore della immensa trilogia in cui esplora in ogni dettaglio non solamente la città di New York, ma tutta l'America, impiegando tecniche di scrittura sperimentali, inserendo ritagli di giornali, autobiografia, biografia e finzione realista per dipingere un esaustivo panorama della cultura americana nei primi decenni del XX secolo. Anche se ciascuno dei tre romanzi è autonomo, la trilogia è progettata per essere letta come un'unica entità, prodotto di un'unica tensione. Nel secondo volume, "1919" (che lessi nell'immediato dopoguerra) viene raccontato il massacro avvenuto a Centralia (un paesino della Pennsyvania divenuto noto per il disastro che colpì nel 1962 le sue miniere e provocò l'evacuazione forzata di tutta la sua popolazione) nel giorno commemorativo dell'armistizio della prima guerra mondiale: uno scontro sanguinoso tra operai e reduci dell'American Legion, determinato dalla paura del "pericolo rosso". Qui, credo, siamo nel vissuto della storia vera. E perché non menzionare nemmeno il London de "Il tallone di ferro" o "The grapes of wrath" (in Italia, "Furore"), di John Steinbeck, che pure hanno l'ambizione di mostrarci spaccati poderosi della società americana in momenti drammatici, di epocale passaggio culturale?

Alla fine credo di poter dare una risposta del perché delle scelte, dei nomi attorno ai quali si esercita la disputa sul GRA. Per aspirare ad esserlo, il GRA deve trattare dell'America che si riconosce nella sociologia della crisi entre deux guerres, darci l'impietoso ritratto, la fotografia, a colori o in b/n non importa, di questa specifica epoca. Marchesini nota come in Italia l'aspirazione al "grande romanzo" derivi direttamente da certo marxismo memore dei "Manoscritti economico-filosofici del 1844" nei quali Marx già ci presenta una solida e duratura definizione del comunismo, come "la vera risoluzione dell'antagonismo fra esistenza ed essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra l'individuo e la specie"; se al posto della darwiniana "specie" mettete la "storia", avete la definizione del comunismo più universalmente utilizzata. Bene, venuta a cadere anche per lui la chiave universale marxista, lo scrittore (americano) del GRA si avvoltola senza risparmio nella sociologia dell'uomo massa, della folla solitaria tipica della cultura urbana (o suburbana) americana tra le due guerre, con la sua ossessione fordista. Ha poderose lenti di ingrandimento, da quelle concave a quelle convesse, che possono trasformare un uomo di più o meno normale complessione, e anche passabilmente sano, in un nano idropico e isterico o in un Frankenstein che trascina penosamente i suoi arti elefantiaci attraverso la stanza del delitto appena commesso, dalle pareti schizzate di sangue, in versione tragica o come in una comica di Laurel-Hardy. Rimane sempre un contemporaneo di Hopper, il pittore delle grandi solitudini dei suburbia: i personaggi del "Giovane Holden" di J.D.Salinger sono gli stessi di David Forster Wallace, nevrastenici e furibondi, corretti (e/o corrotti) figli di una stessa sociologia, quella che punta la sua critica inesorabile sulla odiata middle class. L'individuo protagonista di questo tipo di romanzo è figura tendenzialmente vicina allo zero, di lui resta sì e no un residuo esistenziale. Bene o male, staziona anche lui nella dimensione dell'heideggeriano "inautentico". E' - vuole consapevolmente essere - uno stereotipo, incapace di fare la storia. La storia viene fatta sulla sua testa.

La figura del piccolo individuo travolto dagli eventi, sempre troppo grandi per lui, ha una sua tradizione romanzesca. Forse l'archetipo è in qualche figurina dei racconti di Gogol, abbontanti tracce ne troviamo nelle novelle di Pirandello. L'ambizione del GRA (il "focus", avrebbe detto Barthes) è nella convinzione che le spicciole nevrosi e schizofrenie della middle class americana, con il suo conformismo eccitato solo dal sesso (peraltro anche monotono), alla fine rispecchiano i destini del mondo, addirittura del mondo globalizzato. Ma una vicenda che si sviluppi secondo la sua necessità e interiore coerenza artistica (Cechov diceva che se al Primo Atto appare un fucile appeso al muro, quel fucile al Terzo Atto dovrà sparare) non può avere le  radici e la spiegazione nella sociologia o nell'antropologia, ma solo nella storia, nel destino, come avrebbe detto Giacomo Debenedetti. Lo sguardo dell'artista che si nutra davvero di storia, di destino, deve somigliare allo sguardo del politico, cioè di colui che non accetta lo status quo come fa il sociologo, e rifugge dalle sue semplificazioni (reificazioni?). Deve avere lo sguardo mobile, empatico, partecipativo. Quello che è in gioco, forse, è la stessa necessità del romanzo come genere.

E adesso veniamo agli imitatori italiani, gli aspiranti a scrivere il GRI. Cosa viene loro rimproverato? Per Guido Vitiello, il "giovane scrittore che lotta per emergere" evitando la sorte di due scrittori "falliti", Guido Morselli o Antonio Moresco, cercherà di "affiliarsi a una delle tante camarille che possono far capo a un venerato maestro, a una venerata rivista, o a entrambi, sorte di correnti di partito che funzionano anche come sistemi di mutuo riconoscimento e di mutua adulazione...". Il metodo disinnesca al "mancato talento" del romanziere in carriera "la possibilità del fallimento"... "Il rischio d'impresa letterario è annullato, non si dovrà mai dichiarare bancarotta, e si può andare avanti così: apocalittici e cassintegrati".  Forse sì, la tesi tratteggiata da Vitiello potrebbe essere una eccellente trama per un Grande Romanzo Italiano: manca purtroppo il Dostojewski capace di esplorare il percorso dal delitto (letterario) alla redenzione sociale, con rientro del giovane nella classe degli impiegati al catasto.

Se Vitiello è ironico, Marchesini è rovente. Nella cultura letteraria italiana si aggira da sempre lo spettro del Grande Romanzo. Ma se la "filosofia della storia" - presupposta da una vulgata marxista di cui quella cultura si è nutrita per decenni - è finalmente svanita, l'Italia letteraria "ha inghiottito il cadavere marxista trasformandolo in storyelling".  Il (vetero) marxismo presupponeva, abbiamo detto,  "un'omologia tra le vicende degli individui e le vicende della società". Ma "appena questa fede s'incrina, il genere vacilla". Però lo scrittore italiano contemporaneo va avanti imperterrito, continua ad utilizzare le sue ormai vuote categorie. La conseguenza è una "malafede endemica" che attraversa il suo prodotto. Marchesini fa alcuni nomi, noi (io) preferiamo tacerli, riportando solo scheggie degli impietosi giudizi dell'irriverente critico.

Marchesini sostiene che l'Italia ha già il suo GRI, sconosciuto o misconosciuto, "I Viceré" di De  Roberto. Giusta menzione, che però dimentica che un altro, e forse assai più grande e profondo, GRI annovera la nostra letteratura, "I Promessi Sposi", un libro che ha addirittura inventato e imposto, per oltre un secolo, la sua lettura della storia secolare del paese..

Ma alla fine, dopo tanto discettare ed elucubrare, perché non immergerci fiduciosi nella lettura di Elena Ferrante? Ha scritto addirittura una fortunata "quadrilogia". Potrebbe essere questo il GRI. Buona lettura.