lunedì 14 dicembre 2015



Dopo il lepenismo: una Europa tra nazionalismi e localismi. 

(da "Notizie Radicali" del 14/11/2015)

I risultati del ballottaggio hanno piegato le aspirazioni di Marine Le Pen, ma non cambiano i termini del “caso” francese.  Per il momento Hollande l’ha scampata,  ma anche lui va incasellato tra gli sconfitti. Il resto del panorama politico d’oltralpe, poi, ci dà sempre l’immagine di un  disastro nazionale (e, ahimè, europeo).  L’assalto del lepenismo alle istituzioni e al  governo è stato respinto, ma non si dica che ha vinto la democrazia.  Marine Le Pen non ha tutti i torti nel sostenere che in Francia destra e sinistra sono morte. Il tradizionale gioco tra destra e sinistra è scomparso, i passeggeri della nave Francia si sono buttati tutti sulla fiancata opposta a quella dove si era provocata la falla, giusto per impedire alla nave di affondare: ma  la falla sta ancora lì. Detta un po’ brutalmente, in Francia oggi si vince o si perde a seconda dell’emozione momentanea, nello scontro tra due paure. Se mai gli sarà possibile riprendere in mano le carte, il gioco del confronto democratico va rifondato ex novo.
Marine Le Pen  aveva recentemente strappato il partito dalle mani del fondatore, il padre,  ma il lepenismo  rappresenta nell’oggi  una ideologia di assai lunga durata e che ha un nome - per l’appunto -  francese:  “chauvinisme”,  sciovinismo.  Cova da sempre sotto le ceneri  della Francia profonda, ben oltre le odierne paure per l’invasione degli immigrati:  per capirlo, basterebbe ricordare  il  referendum  che seppellì  il Trattato per la Costituzione Europea  sotto  il “no” dei  francesi (29 maggio 2005) e  trascinò con sé, due giorni dopo,   il “no” dei Paesi Bassi. Allora, giocò la sua parte nel determinare il voto la paura dell”idraulico” polacco che, con la vittoria del sì alla “direttiva Bolkenstein” ,  avrebbe invaso la Francia e rubato il lavoro ai francesi.  Volendo, si potrebbe poi risalire al “no”  al Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED) espresso dall’Assemblea Nazionale francese, con l’escamotage di un  espediente procedurale,  il 30 agosto 2004. Tra le cause della  mancata approvazione di quel  rivoluzionario trattato  c’era  la morte di Stalin che attenuò le tensioni con l’Unione Sovietica,  il cattivo andamento della guerra in Indocina ma soprattutto il rifiuto dei nazionalisti - forse già lepenisti - di accettare il riarmo tedesco, sia pure sotto la bandiera stellata dell’Europa.  E alla fine - perché no? - si potrebbe riesumare con profitto il fantasma della Francia “pétainiste” di Vichy, un episodio non del tutto casuale, le cui radici forse non sono state completamente  rescisse.
Oggi, le ragioni del quasi successo lepenista  (il 42° dei voti ha comunque il suo peso negli equilibri politici dell’oggi e del domani)  vengono colte nella reazione popolare – dettata da una comprensibile  insicurezza  psicologica -  alla strage jihadista al Bataclan. Certo, quel  massacro  è stato un episodio di terrorismo gravissimo e dolorosissimo,  e può essere assunto a causa immediata e scatenante dello sconquasso elettorale;  ma forse non riesce a spiegare del  tutto  l’avanzata nazionalista. Ripetiamolo: il lepenismo  rappresenta un tassello essenziale dell’identità profonda della Francia, basta che si apra un varco e la più scapigliata Marianna si riprende  la scena. Eppure, il paese dovrebbe essere  mitridatizzato contro  certi riflussi della sua storia: nelle banlieues parigine vi sono interi quartieri (perfino la zona attorno alla cattedrale di Saint Denis, culla del gotico, dove sono sepolti alcuni Re di Francia) tra i cui abitanti è difficile scorgere un volto bianco. La Francia ha un antico retaggio di accoglienza per le genti di colore, dovuto al fatto di aver avuto  colonie dalle quali sono approdati immigrati d’ogni genere e condizione.  In questo, la Francia è simile all’Inghilterra, anche se i due paesi hanno assunto un diverso approccio al tema dell’integrazione. Ecome in Inghilterra, anche  in Francia  l’integrazione non è riuscita perfettamente, per ragioni sociali più che per motivazioni  etniche.  Si sparga su  questa  ferita sempre aperta il sale del terrorismo, e la tragedia è sicura.
Le conseguenze europee del doppio voto francese saranno  gravi. Dopo il primo turno, Salvini ha esultato, ha scambiato con la Le Pen felicitazioni e auguri. Ma - non c’è neppure bisogno di dimostrarlo - tra il lepenismo e la Lega non ci sono punti di contatto seri  e autentici, si tratta di fenomeni  sociopolitici diversissimi: non sono però i soli, in Europa c’è  un formicolare di rivendicazioni, dalla Spagna all’Inghilterra (e altrove)  che è sbagliato accorpare tutte assieme sotto l’etichetta di “populismo”, ma è giusto qualificare tutte assieme come “localiste” e antieuropee.  Con varie gradazioni, marciano assieme  nell’odio per le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo:  si va dalla semplice  diffidenza  nei  confronti di quelle  burocrazie e delle loro farraginose  politiche  fino alle orgogliose rivendicazioni delle “piccole patrie” in rivolta contro le  grandi “nazioni” istituzionalizzatesi  nel corso dei secoli a formare gli Stati nazionali che conosciamo. Il voto francese accentuerà comunque   le tante derive  isolazioniste. Schengen è formalmente salvo, di fatto  le frontiere tra i paesi europei  diventano  sempre più muraglie disagevoli da superare.
Il localismo non ha solo il volto inferocito dei piccoli nazionalismi provinciali, nostalgici o rétro. Si può presentare anche con un volto rassicurante, apparentemente inoffensivo, perfino suadente.  Questo localismo pretende - garantisce - di  essere europeista e sinanche federalista.  I suoi sostenitori  teorizzano un federalismo che nasca “dal basso”, dalle istituzioni locali, le città o i vari distretti  amministrativi - si chiamino province o regioni - secondo il principio di sussidiarietà.  E’ una visione che si ispira più al modello dei cantoni svizzeri che a quello americano, sbocciato sull’humus della  grande cultura illuministica settecentesca: secondo quanti lo professano,  un  federalismo realizzato nel  piccolo delle comunità locali favorisce o addirittura produce  - allargandosi, diciamo così, a macchia d’olio - un federalismo istituzionale di livello sovranazionale e intereuropeo.   Il  movimento federalista europeo ha già conosciuto, decenni  fa, questa deriva, specie presso i francesi. Combattuto da Spinelli e i suoi, si è dimostrato presto, sul piano teorico non meno che nella prassi, inconcludente e distraente. Oggi lo sentiamo insinuarsi, invitante, anche in case insospettabili, per esempio tra i radicali italiani: facciamo il federalismo a partire dalle nostre città, e questo fiorirà anche, rigoglioso,  nelle Istituzioni di Strasburgo e Bruxelles.  E’ su questa base che si preme per la partecipazione alla prossima tornata amministrativa. Si tratta di  fantasie,  o forse solamente di un alibi.

giovedì 3 dicembre 2015



LA CITTA' PIU' ODIATA D'ITALIA...
(da “Il Foglio”, 1° dicembre 2015)

La Roma che appare nell’ultimo film della saga di 007, “Spectre”,  è  notturna, funerea, algida, sfocata e  solo lievemente clericale.  In questo tetro scenario  James Bond  può impunemente  scorrazzare di notte al volante della sua Aston Martin DB10 e sedurre la vedova nera,  Monica Bellucci, cui lui stesso ha ammazzato il marito. La Città Eterna è ridotta a cameo,  un cameo riepilogativo degli stereotipi  che da sempre la volgarizzano.  Se, nel  film, Londra si riappropria del suo ruolo di centrale mondiale dello spionismo, del potere politico torbido, da intrigo internazionale alla Le Carré, Roma appare  votata ad una stremata  decadenza.
Chissà se l’immagine di Londra è veritiera.  A noi,  quella Roma notturna  sembra  non corrispondere  a dati effettivi. E’ solo un cliché. Certamente  non è  la Roma di Marino, il sindaco in carica quando il rombante inseguimento  di James Bond  sulle banchine del Tevere  venne girato tra l’insofferenza dei cittadini, disturbati nella loro distratta quiete.  La Roma di Marino è stata in qualche modo -  piaccia o no  -  una Roma di transizione,  sospesa tra ipotesi e tracollo: l’ipotesi di una rivoluzione tanto volontaristica quanto dilettantesca  e lo sgomento della scoperta dei miasmi AMA o ATAC,  della corruzione burocratico/malavitosa, dell’abusivismo dilagante e dell’inerzia politica. Ma la pasticciata Roma di Marino è l’inaspettato e inquietante epilogo  di una storia – anche amministrativa, oltre che politica e culturale - non del  tutto banale o vergognosa. Sindaci come Petroselli possono  meritare l’enfasi di una intitolazione stradale prestigiosa, l’arteria  che cinge il Campidoglio; accanto a Petroselli altri sindaci, di una parte o dell’altra, sono stati non indecorosi anche quando non così memorabili.
In questi giorni frenetici,  quando a destra come a sinistra si va in cerca affannosa di un nome appena appena decente da presentare per la scalata al colle capitolino, la visione del film di James Bond impone qualche pacata riflessione.  Stiamo attenti a giostrare con gli stereotipi,  c’è il rischio di dimenticare quel che è in ballo, e non solo  nella tornata elettorale ormai prossima: far uscire la capitale d’Italia dall’impasse amministrativo ma anche  dai cliché che la tradiscono. Si  tratta di restituire questa città ad una dignità che sembra perduta. Anche per colpa nostra, di quanti, per una frenesia di bassa o comunque spicciola politica hanno mediaticamente contribuito a rafforzare i sentimenti di antipatia, di avversione, di irriconoscenza e di rancore che il nome di Roma suscita nell’opinione pubblica italiana, non solo dei leghisti padani.  Roma è la città più odiata d’Italia. Anche respingendo al mittente,  con molte ottime ragioni, l’infame “Roma ladrona” , un po’ di quell’avversione se la merita.  Però, per cominciare a capire qualcosa di Roma sarebbe bene -  in partenza - non dimenticare che  è l’unica capitale d’Europa (e forse del mondo) che invece di  guidare e plasmare la formazione del  proprio paese –  come è stato per Londra o Parigi o Mosca o Madrid –  fu conquistata militarmente (va bene,  con una parodia di azione militare) ed è diventata capitale d’Italia controvoglia. L’ anomalo inizio ha avuto conseguenze negative e visibili su quanto è successo  dopo. Quando gli italiani (i piemontesi) hanno dovuto progettare la capitale di uno Stato ancora inesistente hanno subito cercato di far dimenticare un bel po’ di storia, la storia di quella che era stata capitale di uno Stato più o meno millenario, profondamente radicato, lo Stato della Chiesa.  La Roma papalina, la “seconda Roma”,  doveva essere cancellata per edificare al suo posto una “terza  Roma” fittiziamente e teatralmente  emula  di una  “prima Roma”  inventata  dal visionarismo risorgimentale  e mazziniano - dapprima  repubblicana e libertaria, con a suo idolo il vindice  Bruto ma poi, grazie a Mussolini,  imperiale, bellicosa, augustea – e artificiosamente sovrapposta  ai suoi  venerabili  ruderi: un  mito, il loro, autentico , che aveva ispirato il Rinascimento  ed esaltato Piranesi,  Goethe e  Gibbon.
L’impresa lasciò visibili tracce sul tessuto urbano, ma soprattutto sul quello della sua società.  I “buzzurri” – così vennero sarcasticamente appellati  i piemontesi  dai  Rugantino e dai  Meo Patacca, le maschere popolari  dei  tortuosi vicoli e vicoletti attorno al Pantheon   -  e i “monticiani” o “trasteverini “ (gli abitanti di due famosi quartieri dai dialetti simili ma non identici)  sono convissuti senza  forse capirsi bene,  lo sforzo di costruire una sintesi “nazionale” non ebbe risultati del tutto  felici.  Ernesto Nathan, il sindaco espressione di quei buzzurri fattisi italiani, venne sconfitto dagli eredi  di  una secolare aristocrazia sfibrata dalle bellezze dei suoi palazzi e d’improvviso divenuta -  grazie alla conquista piemontese che fece lievitare aree fino al giorno prima pascolo di pecore o giardini ornati di secolari siepi di bosso  - miracolata percettrice di ingenti  rendite fondiarie.  Comunque sia, le  classi dirigenti politico-amministrative di Roma  capitale non hanno potuto avere le  radici piantate in un comune suolo,  sentito come patrimonio di tutti  e da tutti salvaguardato.  Queste classi dirigenti - comprese le fasciste, non le peggiori - si sono sovrapposte le une alle altre, spesso  nutrendosi  di  desideri  di  rivalsa e  vendetta  nei  confronti di quelle che le avevano precedute.
Checché se ne dica, Roma  capitale d’Italia divenne presto una città moderna.  Ma quando mai è stata “pietrificata” o “museificata”, come oggi si va gridando? Semmai si è visto esattamente il contrario, Roma è stata travolta dalla e nella modernità, a strappi, a salti e sussulti,  senza un minuto di requie, di ripensamento; la  sua urbanistica è stratificata, a sfoglie, come le cipolle. E’ divenuta  moderna  molto più rapidamente , per certi versi,  di Milano, e superando difficoltà che il capoluogo lombardo non ha conosciuto,  con la sua storia di  ininterrotta e lineare continuità, della quale fa parte anche il periodo austroungarico, se non altro per l’efficienza  amministrativa  che lo caratterizzava.  L’epoca  umbertina,  a cavallo tra XIX e XX secolo, fu  per  Roma  ricca di strepitosi  avanzamenti, la città scippò a Firenze il ruolo di motore delle arti.  Il primo dopoguerra  vide nascere  la più bella architettura razionalista del  tempo  - dalle arcate di Angiolo Mazzoni sui fianchi della rinnovata Stazione Termini a quel quartiere dell’E42 che nel secondo dopoguerra  fu modello alla “Defense” parigina -  e fiorire  un decoroso classicismo letterario, matrice della lingua italiana “media” dei nostri giorni. Ma soprattutto, con Mussolini, vide  il tentativo di competere  sul piano economico  con Milano:  l’IRI di Alberto Beneduce fu un modello  imprenditoriale di livello mondiale,  su cui si impiantò, nel secondo dopoguerra -  grazie a figure come  Pasquale Saraceno, Donato Menichella e Rodolfo Morandi  - la Cassa del Mezzogiorno.  Con Mussolini nascono anche strumenti  di cultura, dalla Enciclopedia Italiana (poi Treccani) all’EIAR o  a Cinecittà, sorta come fabbrica di propaganda ma divenuta  fornace per autentici geni, esplosi nel secondo dopoguerra. Il secondo dopoguerra  è stato un periodo contraddittorio: Roma  patì  di un movimento immigratorio  ingovernabile e malgovernato che ne stravolse le fattezze  fisiche ed etiche ma su cui si innestò il primo grande dibattito urbanistico italiano. Tentò anche di avviare  una economia produttiva che la sottraesse al  cliché di città impiegatizia, burocratica:  la “Tiburtina Valley”  imitò, senza riuscirci, la Silicon Valley delle industrie tecnologiche, alla sua periferia si sviluppò un tessuto microimprenditoriale non disprezzabile (esemplare l’affollamento industriale e commerciale della Via Pontina). Infine, per un paio di decenni, la città produsse  valori indiscutibili e incredibili che le fecero scalare i vertici della considerazione mondiale, strappando a Parigi il primato europeo della modernità artistica, in un intenso  dialogo alla pari con New York.  
Non so se Roma abbia mai potuto  (o possa)  competere con Milano come “capitale morale” , certo assolse per lungo tempo  il suo compito di capitale nazionale in modo persino egregio. La sua economia, nata  molto pubblica, dirigista, datata, fu destinata  alla scomparsa  quando venne  infangata e rovinata dall’invadenza partitocratica, ma la partitocrazia fu un male non romano quanto piuttosto  nazionale:  la “Roma ladrona” è un epiteto ingiusto, non meno di ”Mafia Capitale”.  E poi,  siamo franchi, è  proprio vero che Milano quell’attributo se lo meriti? Viene rispolverato dopo il successo dell’Expo, ma l’Expo è stata salvata dal naufragio grazie all’intervento del governo che ha imposto un commissario efficiente e affidabile ad una realtà locale assai discussa:  la Milano “da bere”. ..
Le prossime elezioni  amministrative si presentano  a Roma come una avventura, un risiko pauroso. I protagonisti della corsa al Campidoglio si sono gettati allo sbaraglio per occupare le migliori posizioni di partenza.  In questi giorni fioriscono gli appelli, i progetti, le manifestazioni  dell’uno o dell’altro gruppo concorrente. Sono iniziative ovviamente enfatiche, gridate, i  loro programmi  sono o inadeguati o eccessivi; e lo si capisce, anche se credibilità e serietà  richiederebbero  che fossero piuttosto sfrondati che gonfiati, con le promesse asciugate  al minimo essenziale, se si vuole davvero mantenerle. Forse,  il miglior programma potrebbe essere quello di realizzare una città sul modello di Washington, ridotta, modesta ma efficiente capitale e basta, non  sul modello di Parigi o di Londra, metropoli  ricche e strutturalmente capaci  di  assolvere a funzioni diverse.  Perché: davvero la posta i gioco è il tronco “C” della metropolitana o il cosiddetto “risanamento” delle periferie?   
No, non è questione di infrastrutture o di periferie: lo sviluppo delle metropolitane è stato, a Roma, un problema da sempre. Per completare il primo tratto occorsero lustri: forse per colpa di intrighi e mangerie, forse però anche per reali motivi.  Il tronco “C” è in discussione anche, se non soprattutto, per definire un percorso che, se non è sbagliato, è comunque a rischio: il sottosuolo di Roma è una immensa miniera di possibili tesori archeologici che a Londra, quando cominciarono a scavare per il loro mirabile “tube” (l’Italia era ancora divisa in staterelli), non si sognavano nemmeno.  Le periferie hanno costituito un serio e drammatico problema nell’immediato secondo  dopoguerra,  si trattava  di risanare le “borgate” create frettolosamente sotto Mussolini  per  trasferirvi gli abitanti delle aree spicconate su cui far distendere la Via dell’Impero: quelle “borgate”  sì, erano orripilanti, hanno dato origine, anche nel cinema, ad una epopea che ha trovato forse il suo definitivo trionfo col Pasolini di “Mamma Roma” o di “Ragazzi di vita”. Credo che il loro risanamento  debba molto soprattutto  a Petroselli (soprannominato  “il banana”,  in ragione del suo naso storto, da pugile suonato), che si  mise di puntiglio per “unificare” Roma dal centro alle periferie.  Oggi, le periferie che cingono la città sono equiparabili a quelle di ogni altra metropoli.  Abbisognano di cure , questo sì, ma non sono favelas della disperazione.
Ripercorrendo storia e cronache, si può dire che forse il più grosso problema, o questione, che tormenta Roma è – stranamente -  una certa  carenza  di identità.  Milano riscopre (forse fondandola su presunzioni, più che su evidenze e certezze) la sua “milanesità”; forse è stata una  troppo sbandierata “romanità” a far nascere a Roma,  nel passato ma anche in tempi  recenti, equivoci e disperanti  cadute di tono.  Si pensi  al tentativo messo in atto dal Francesco  Rutelli che individuava in Alberto Sordi il  simbolo giusto per dare un nome a questa  identità:  Alberto Sordi, con il suo dialetto ormai sparito. Petroselli ricucì in gran parte il gap tra periferie e centro, ma gli abitanti dei  vari quartieri non si riconoscono gli uni con gli altri, quasi nessuno di loro è davvero un “romano de Roma”. Forse qui è buona parte delle difficoltà che i partiti - se ce ne sono ancora, degni di questo nome - incontrano nella campagna elettorale. Non si vede una “massa critica” di classe dirigente che si senta partecipe delle vicende (mica della storia, sarebbe chiedere troppo) di una città complessa e forse sempre un po’ inadeguata a se stessa.   E come potrebbe  essere altrimenti?  Anche a Roma – ma non solo a Roma - si invoca il ritorno della “politica”, che  rimetta ordine tra il trambusto di incompetenti, di arrivisti e faccendieri. Ma fino a ieri non si urlava tutto il contrario, e cioè che le responsabilità della attuale rovina erano tutta della classe politica, della “casta”, su cui ormai dovrà prendere il sopravvento la “società civile”, quella che si esprime su blog e social? A Roma, molto più che a Milano, certe  contraddizioni rischiano di non trovare una composizione decente,  se non adeguata. Le prossime elezioni amministrative ci diranno se il problema può essere risolto o se la città – la capitale d’Italia – sarà condannata a lungo ad essere “location” di film folkloristici, molto kitsch.   

lunedì 30 novembre 2015




                     L’ETA’ DEL TERRORE. UNA RISPOSTA  RADICALE.

(da “L’Opinione” telematica, 24 novembre 2015)

“Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé...”. Non poteva toccare che alla Francia l’onere – ma anche l’onore – di porsi alla testa della Guerra contro il Terrore. La Francia, un paese depresso e inquieto, che dichiara di voler  onorare senza sconti  le sue tradizioni illuminate ma anche va orgogliosa di fare alzare in volo i suoi “Rafales” per contendere  il dominio dei cieli ai “Lockheed” americani e ai “Suchoj” sovietici, può oggi assumere  il ruolo che più ama,  competere alla pari con  U.S.A.  e  Russia.  Il Bataclan replica le Torri Gemelle, nell’orrore ma anche nelle conseguenze. Il  massacro dei due grattacieli americani ha fatto scoprire appieno  l’Età del Terrore, quello del Bataclan ne rinfocola l’immaginario. E l’Età del Terrore è ormai, e resterà  a lungo, il nostro tempo psicologico, quello su cui misureremo, ad ogni momento della giornata, noi stessi e il contesto che ci circonda e in cui siamo immersi. Tutto, in questo contesto, sarà da ora in poi soggetto allo stress del terrore. Purtroppo, come è noto,  le reazioni a questo stress  sono per lo più scomposte, irrazionali, ciecamente volontaristiche e decisioniste. Quando venne  gettata, dall’attentato alle torri,  nella seconda guerra del Golfo, L’America  patì gli errori e la mendace pervicacia che portarono Bush e Blair ad aprire un conflitto che non poteva essere vinto e le cui conseguenze negative sono ancora sotto ai nostri occhi e probabilmente  vanno annoverate come causa non secondaria delle attuali crisi. Mai l’Occidente aveva dato una  così bassa immagine di sé:  dalle bugie sostenute all’ONU dal Segretario di Stato Colin Powell  circa le armi chimiche di Saddam  fino all’osceno processo  e alla messa  a morte del despota di Baghdad, reo soprattutto di essere detentore di segreti, o di verità, che non dovevano essere rese pubbliche.  Dopo di allora, l’America non è più stata la stessa,  si è avvolta in una spirale di crisi da cui non è ancora riemersa abbastanza da poter riprendere il suo storico ruolo di guida morale, economica e politica dei paesi democratici.  Per conseguenza,  assistiamo oggi ad una nuova inedita corsa al primato nella leadership mondiale: se l’America non ce la fa più, la Russia di Putin è ben più che una comparsa, la Cina ha sostituito un  Giappone pago dei  suoi “ninja”  ipertecnologici,  la Germania resta un nano politico, l’Europa latita. Ecco allora la Francia dare un colpo di coda, e arrampicarsi di nuovo su palcoscenico della Storia. Mica dice “noi, l’Europa”, dice “io, Francia”. Per la verità, è dall’epoca di De Gaulle e del rifiuto della Comunità Europea di Difesa (1955) che lo dice; però non si perita di chiedere  l’aiuto militare ai - riluttanti -  paesi  europei.
Oggi come ai tempi di Bush e Blair, l’Età del Terrore sarà tutt’altro che  inclusiva. Imporrà  un distacco incolmabile tra noi e l’altro, il nostro prossimo. Il vicino del pianerottolo già può  apparirci come un subdolo nemico. L’illuminismo era, almeno nelle intenzioni, inclusivo, anche se la Ragione non sempre seppe contenere gli effetti  torbidi del suo estremismo e conobbe l’arte della discriminazione ostile.  Ma  le sue migliori predicazioni  vengono pretestuosamente accantonate. Solo per  leggi  di “emergenza”, si dirà, destinate ad una vita breve, a data di scadenza fissa.  Ma, come ha ricordato sul “Corsera” Sergio Romano, “dopo gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, il ‘Patriot Act’ emanato da Bush conteneva misure repressive e inquisitive che l’apparato poliziesco degli Stati Uniti  richiedeva da tempo, e fu l’occasione per la più brusca svolta illiberale del sistema americano dai primi anni della Guerra Fredda”: come non ricordare Guantanamo? Dopo Bataclan, Hollande ha chiesto leggi eccezionali di sicurezza.  Va bene, non nuove e solo per tre mesi:  come si dice, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni ...
Renzi si è rifiutato di emanare analoghe “leggi speciali”, e di fomentare “l’isteria”, un’isteria  – alla Houellebecq o alla Oriana Fallaci, diciamo -   pronta ad accendersi,  se è vero che, come riporta il “Corsera”,  “a Pisa, un detenuto musulmano ha indossato una maglietta con scritto ‘Parigi’, destando qualche sospetto”...  Speriamo bene. Perché  Sergio Romano ci avverte che l’ISIS “può continuare a reclutare solo se riesce ad infiammare l’immaginazione dei suoi giovani ‘martiri’, e la sua mostrusa sfida “suscita ammirazione in molti giovani che vanno alla ricerca di una causa in cui affogare la rabbia e le frustrazioni accumulate nei  ghetti delle banlieue di Parigi”. Lo vediamo in questi giorni con i focolai di morte che si accendono da Bruxelles a Bamako:  l’ISIS, col suo fondamentalismo, è in primo luogo  uno stato d’animo, una reazione, follia. Nasce e rinasce ovunque, basta che trovi un brodo di cultura. Chiudere le frontiere, accentuare controlli,  innalzare muraglie attorno alla “Fortezza Schengen”, ecc.,   faranno ancor più lievitare quelle rabbie giovanili.
Alle iniziative militari, all’opportunismo delle strane alleanze, occorre al più presto sovrapporre (e imporre)  una strategia più lungimirante. E, per quel che ne sappiamo, non c’è migliore stategia  -  per dare agli animi esacerbati  un punto di riferimento certo, un briciolo di sicurezza non passeggera  e di speranze concrete  -    che il rafforzare le garanzie del diritto, della legge:  non solo “eguale per tutti”, ma anche capace di prevedere e soddisfare i bisogni profondi,  e  nuovi, dell’umanità di domani, l’umanità globalizzata, l’umanità 2.0. Orizzonti nuovi  si aprono all’umanità di domani, ma sono orizzonti incerti, senza principi stabilizzati, senza norme. Questa umanità, una umanità tutta di “migranti”, di individui, di soggetti  che mutano, evolvono, si staccano dalle loro radici per proiettarsi avanti, per plasmarsi e riplasmarsi, per adeguarsi al nuovo prima che questo divenga uno  “ieri”,  sarà molto diversa da quella di oggi. Oggi, le ragioni dell’individuo, del soggetto, vengono spesso ignorate o conculcate  dalle ragioni del diritto positivo, un diritto che ha come orizzonte gli Stati nazionali  e l’etica che da essi si è, nei secoli, generata. Ma  già oggi l’individuo vuole sentirsi  libero di essere un “cittadino del mondo”, vuole andare a cercare la propria felicità dovunque essa  si  presenti. L’individuo di oggi è sempre, consapevolmente o no, un “migrante”. Anche quando sedentario.

 Molti, di fronte a queste  drammatiche incertezze proclamano la fine della civiltà, dell’Occidente, e propongono il richiamo religioso. A noi pare che occorra piuttosto cercare di lavorare, laicamente, alla fondazione di un diritto adeguato ai nuovi tempi. E’ quanto cercano di fare i radicali del Partito Radicale, con la loro iniziativa di investire l’ONU della responsabilità di affermare un nuovo diritto umano alla conoscenza, e di promuovere una transizione alla democrazia che coinvolga assieme i paesi dell’Occidente e il mondo arabo.  Ha scritto Rita Bernardini, già segretaria nazionale di Radicali Italiani: “Noi dobbiamoi sostenere all'Onu - con un nostro diretto, forte impegno e adeguate lotte - la battaglia già incardinata per la transizione verso lo Stato di Diritto attraverso l'affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro la Ragion di Stato.  Ed è all'Italia (che vogliamo divenga finalmente consapevole di sé, dei suoi limiti e delle ferite da decenni inferte alla democrazia e ai diritti umani) che noi intendiamo affidare la leadership della campagna alle Nazioni Unite, cosicché la sua candidatura -  già avanzata - a membro del Consiglio di Sicurezza non sia la scontata occupazione di un posto di potere, ma abbia il respiro di una strategia politica per il futuro”...” Ciò che non mi ha fatto scoraggiare fino a mollare è stato vivere giorno dopo giorno con Marco Pannella, il quale continua a testimoniare con la sua forza morale ed intellettuale ciò di cui è intimamente convinto e che ci ha portato in passato ad ottenere, proprio all’ONU, la moratoria delle esecuzioni capitali e l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale. ..”

mercoledì 28 ottobre 2015

L'ANTISEMITISMO FILOSOFICO DI HEIDEGGER
(da "Il Foglio")

In un testo del 1940 - dunque tardo e in piena guerra - Martin Heidegger chiarì definitivamente che il problema dell'ebraismo non va posto sul piano delle contingenti polemiche razziali, ma su quello della metafisica: "la questione del ruolo dell'ebraismo mondiale (…) indaga la specie di umanità che, in assoluto svincolata, sia in grado di farsi carico dello sradicamento di tutto l'ente dall'essere, come 'compito' di portata storica mondiale”. L'ebraismo mondiale, afferma insomma il filosofo di Friburgo, si renderebbe responsabile di un "crimine globale", in quanto punta ad allontanare l'uomo (l'ente) da ciò che lo sostanzia, cioè il "radicamento" nell'essere. Il "radicamento" è per lui un concetto fondamentale. Il "radicamento" di un popolo alla sua terra, al suolo, è il contrassegno - positivo -  della razza. Solo grazie al "radicamento", un popolo-razza (i due termini, in Heidegger, hanno spesso valenza ambigua) ha la possibilità di accedere alla storia dell'essere (Seinsgeschichte, contrapposta alla mera storiografia, Historie) . Tanto più quando il popolo è quello tedesco, al quale è affidato il compito di incarnare quella storia e dunque, nell'oggi, di contrastare la tendenza allo "sradicamento" dei popoli richiesto dalla "macchinazione" della modernità. Questa sradica i popoli dalla terra perseguendo la sua vocazione per quella "vuota razionalità" e  quel "carattere calcolante" - in cui gli ebrei sono maestri - che negano ed odiano la filosofia e la poesia, per Heidegger le due sole forme del pensare pienamente partecipi del disegno storico-ontologico dell'essere.

Questo antisemitismo  non si limita ad essere, avverte Peter Trawny, studioso del filosofo di "Essere e Tempo" (Peter Trawny, "Heidegger e il mito della cospirazione ebraica", Bompiani, 2015, 13 euro) “un pregiudizio antisemita”, quello dell'ebreo "mercanteggiatore, avido, avaro, ben dentro alle trame politico-economiche che avvolgono il mondo". No, per Heidegger l'ebreo è figura (nel linguaggio heideggeriano) onto-storica, metafisica: forse, alla fin fine, lui stesso travolto dal “mammonismo”, la schiavitù a Mammona, l'idolatria del denaro che gli viene comunemente imputata.

Heidegger prese a un certo punto le distanze da Hitler. Attraverso una accurata esegesi dei testi  - in particolare dei famosi "Quaderni neri" - Trawny ricorda come il filosofo fosse venuto via via convincendosi che i tedeschi del suo tempo, insomma i nazisti, non fossero in grado di adempiere con la purezza necessaria ai compiti assegnati al popolo tedesco, ormai divenuto anche esso vittima della "macchinazione" della modernità tecnologica, espressa in primo luogo dall'"americanismo" e la sua "cultura di massa nichilista". Nei confronti di Hitler Heidegger avrebbe anzi provato una "delusione" presto seguita da una "reazione filosofica vera e propria". Trawny ipotizza che il filosofo possa aver manifestato contrarietà e avversione per le leggi razziali emanate nel 1933 a Norimberga. Non manca comunque di notare il carattere ambiguo di un pensiero che oscilla tra l'assolutezza del rigore metafisico e l'occasionalità della considerazione meramente storico-storiografica.

Abbia aderito o meno al nazismo, sia stato o meno influenzato dai vergognosi "Protocolli dei Savi di Sion" - il pamphlet che è alla base di molto antisemitismo - Heidegger partecipa pienamente al collasso irrazionalista dell'Europa continentale del suo tempo, con il suo sostanziale totalitarismo ed odio contro la democrazia e gli ebrei: se non è antisemitismo, come vorremo chiamarlo?

giovedì 1 ottobre 2015



QUEL BISCHERO DI NONNO BETTO
(da "Il Foglio" del 26 settembre 2015)

Mio nonno materno si chiamava Benedetto, ma era toscano e quindi si ritrovò subito, appiccicato, un soprannome, o meglio un diminutivo: Betto. Come Betto l'ho conosciuto anche io, lo frequentai di più quando era ormai vecchio e viveva a Roma. Era piccolo e segaligno, portò per tutta la vita un piccolo baffo sotto il naso, un po' come quello di Hitler. La sua vita l'aveva passata nel paese nativo, un paese del contado senese, Chianciano. Di Chianciano, per pochi mesi, nonno Betto fu anche, agli inizi dell'altro secolo, sindaco. Sindaco socialista, per la precisione, Chianciano è stato sempre un paese rosso, credo lo sia ancora, come penso sia la maggior parte dei paesi e paesini toscani.  Era il rosso di quando - raccontavano - il 1° Maggio il popolo, tutto il popolo, usciva fuori della Porta del Sole, l'arco di pietra sette-ottocentesco di accesso al bellissimo abitato medievale, sotto bandiere (rosse, naturalmente) ondeggianti al vento, per celebrare la festa proletaria, e a un certo momento arrivava la cavalleria e disperdeva la folla a colpi di piattonate. Quel socialismo romantico e sincero, barricadiero e operaio, avrebbe fatto una inaspettata fine, di cui le storie parlano, accademicamente e documentariamente, ma con parecchia puzza sotto il naso: invece successe proprio che a un certo punto mio nonno passò entusiasticamente, armi e bagagli, tra i seguaci di Mussolini. Vedeva in lui il realizzatore dei suoi ideali socialisti. Mussolini non era ancora fascista, il fascismo lo fondò dopo la guerra, mio nonno lo seguì sempre. E fascista restò per tutta la vita.

Veniva da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Quando ero bambino sentivo parlare, in casa, della “Poderina”, un podere appunto, sicuramente coltivato soprattutto a uva, olio (pregiatissimo)  e a grano, più, immagino, un paio di scrofe di razza "cinta senese", galline, oche ("ochi" al maschile, in dialetto), tacchini (in dialetto "dindi", dal francese "dindon")  e le immancabili, bianchissime, setose vacche chianine. L'economia di Chianciano si basava su due  risorse: l'agricoltura, fiorente come in tutta quella zona della Toscana, e il turismo. Dietro Chianciano si profilava, azzurro e imprendibile, l'Amiata. L'Amiata è un vero e proprio vulcano, sempre  attivo. La sua ultima eruzione viene fatta risalire a 700.000 anni fa, tuttavia nelle sue viscere fermenta un fuoco inestinguibile che fa ribollire acque sotterranee che a loro volta sciolgono i minerali delle rocce attraverso cui filtrano. Quando le acque affiorano danno vita a stazioni termali le più varie, con piscine o fonti salubri e famose. A San Casciano ci sono terme di acque calde, ottime per la pelle e i reumatismi, alle Terme San Filippo l'acqua è così ricca di calcio che la pelle sui sia stata spalmata  sembra di gesso, Bagno Vignoni ha una struttura rimasta inalterata nei secoli, la piazza centrale è una enorme vasca di acqua che sgorga a a 52°, chiusa su tre lati da una cinta di mura, da edifici realizzati da Bernardo Rossellino in onore di Pio II e dal loggiato dove sostò Santa Caterina da Siena. Per gli etruschi l'Amiata era la terra sacra nelle cui cavità dimorava la loro divinità più importante: Tinia, il Giove dei romani. Nell'ottocento, alle sue falde - nel paese di Abbadia San Salvatore - venne aperta una importante miniera di mercurio del mondo, che contribuì allo sviluppo industriale ed economico della zona ma portò anche una tremenda e spesso mortale malattia, il mercurialismo, prodotta dal contatto coi vapori di mercurio. La miniera fu chiusa intorno alla metà degli anni settanta. Il socialismo di mio nonno aveva le sue radici proprio lì, intorno all'Amiata, nelle terre dove si svolse l'avventura mistica e rivoluzionaria di David Lazzaretti, il profeta che si immolò nel 1878 per il riscatto religioso e sociale della sua gente, nella condanna delle ingiustizie del mondo e del corrotto clero romano. Lazzaretti venne ammazzato in uno scontro a fuoco con i carabinieri, tra i desolati calanchi e le "crete" della montagna, habitat di vipere, istrici e volpi. La sua testa mozzata era fino a pochi anni fa conservata nella formalina del Museo lombrosiano di Torino, assieme a quelle dei comuni delinquenti studiati da quello scienziato. Lazzaretti fondò un movimento religioso, il Giurisdavidismo, che fino a pochi anni fa aveva ancora qualche adepto, ma c'è chi ricostruisce la sua storia rigorosamente sul piano politico e vede in quel suo movimento revivalistico una forma grezza di rivolta sociale se non ancora socialista. Penso sempre al socialismo di mio nonno alla luce di quella storia, raccontatami spesso, quando mi recavo a Chianciano in vacanza (dopo poco tempo dalla nascita tornai a Roma: ero nato a Chianciano perché mia madre volle partorire a casa della su' mamma).

Stando alla saga  familiare, a un certo punto la "Poderina" entrò in crisi. I figli di mio nonno, mia mamma e i suoi fratelli, scesero tutti a Roma per trovarvi lavoro. Due erano maschi: Loris fece il barista, mi voleva molto bene e quando veniva a trovarmi mi lasciava sempre una bella moneta con la quale potevo comperare gli album di Cino e Franco, Mandrake e Gordon Flash, Carlo invece fu un agiato bancario, aveva i baffetti come il padre, un dente canino d'argento che mi impressionava, e una fiammante Guzzi rossa; mi ci portava in giro, a cavalcioni sul serbatoio, per le strade di quella Toscana fragrante: io ero attentissimo a deporre un sassolino alla base di questa o quella delle grandi croci di ferro che assieme ai cipressi segnavano un bivio tra strade polverose, il mio era un tradizionale e rispettatissimo gesto di devozione popolare. Su zio Carlo circolavano storie tenute sempre un po' nascoste, o raccontate, in famiglia, a mezza bocca: si diceva che, anche lui fascista, avesse partecipato a un conflitto a revolverate con elementi socialisti o comunisti, proprio sotto la Torre dell'Orologio, al centro del paese. Sentii sussurrare anche di un morto. Di certo, nel punto dove la via principale curva a sinistra per immettersi, con una breve e ripida salita, nella grande piazza centrale, sul muro di un edificio proprio dirimpetto alla Torre, all'altezza del secondo piano, c'è una lapide: "Il 20 ottobre del 1922/fulminato dalla barbarie fascista/cadeva A.E./ I cittadini, vindici, posero/il 20 ottobre 1947". Poco dopo la fine della guerra, zio Carlo subì un processo, di cui io seppi poco. Quando i carabineri vennero a prenderlo, la bellissima moglie dal volto di creola lo fece nascondere in un armadio, in mezzo ai suoi vestiti. Credo che al processo se la cavò.

Oltre al diminutivo di Betto, mio nonno ebbe anche un nomignolo, lo "strozzino". Allora usava così: mio padre, quando andava a trovare la fidanzata, poi mia madre, a Chianciano, si beccò il soprannome di "culofino"; in effetti era, se non azzimato, di portatura elegante e un po' distaccata. Io stesso non mi salvai da questo gusto storpiatore dei nomi. Mi chiamo Angiolo, fino a trenta anni venni chiamato Gioli. Ma il parossismo esplodeva nei nomi delle tre figlie del "sor Betto", mia madre e le due sorelle. Erano nomi derivati dalle tragedie greche e, chissà, da Dante, un rimasuglio della infarinatura classicheggiante tipica della piccolissima borghesia artigiana e paesana che probabilmente costituì il nerbo del mazzinianesimo e del radicalismo postrisorgimentale italiano. Mia madre venne battezzata come Ifigenia, ma per tutta la vita fu chiamata Tina, diminutivo di Oresta, che era a sua volta il nome di un'altra sorella,  invece comunemente chiamata Francesca. Francesca era in origine il nome della terza sorella, che io e tutti chiamavamo Lia. Il perché di questo strano intreccio non l'ho mai saputo. La famiglia di mio nonno abitava in un appartamento su due piani, vastissimo, nel cuore del paese, anzi in cima al castello medievale che lo domina, il castello dei conti Manenti, signori di vaste terre nel circondario. Prima di essere suddiviso in appartamenti, il maniero era stato anche un monastero: sul muro in fondo al cortile più interno era dipinto, in bianco calce, un angelo (o San Giorgio?) che uccideva non so che drago con la spada sguainata: quell'angelo popolò per anni i miei sogni o incubi. Sotto l'angelo si apriva la bottega da falegname di Martino, tra i cui profumati trucioli io amavo giocare: potrei ancora lavorare con ogni tipo di sega, di pialla e di sgorbia, sarei bravissmo. Con una sgorbia, peraltro, mi tagliai alla base di un pollice, ancora ne ho la cicatrice. Il figlio di Martino si chiamava Marx, non so come quel nome possa essere stato accettato all'anagrafe, a quei tempi. Credo che in quel castello sia nato anche Bonaventura Somma, il musicista gloria di Chianciano.

Forse a seguito delle condizioni di famiglia, certo non floride nel decadere dall'agricoltura e nella crisi della Poderina, mia nonna d'estate teneva pensione, affittando alcune delle molte camere da letto ai signori che venivano da tutta Italia a "passare le acque" della fonte dell'Acqua Santa o alla "Foce", gli stabilimenti termali noti già in epoca romana. Le acque facevano bene al fegato. Mia nonna lavorava il pane in casa. Si svegliava che era ancora notte fonda e, nella vasta e fresca cantina scavata nella roccia, impastava la farina versata nella madia la sera prima assieme al lievito. Dal bulicante impasto tirava parecchie forme, che poneva in fila su lunghe palanche di legno e, dopo averle incise con il coltello, copriva con un panno profumato di farina. Con l'ultimo pugno di pasta faceva - solo per me - una "ciaccia", un pizzetta, su cui imprimeva con le dita piccoli incavi nei quali versava olio dorato. Poi lei si arrotolava sulla testa un cercine di panno, vi poneva sopra, in equilibrio, la palanca con il pane e la ciaccia, e la portava al forno, in piazza. Io la seguivo. Mia nonna era anche bravissima a cucinare, i suoi sformati di spinaci erno squisiti. Si mangiava tutti assieme, pigionanti e famiglia, attorno a un lunghissimo tavolo, nella stanza più vasta della casa, con le finestre spalancate sulla valle assolata. Lei era, per così dire, il mulo della casa, non ricordo che mio nonno lavorasse, lei a un certo punto faticò anche a tener aperta una drogheria in fondo al paese, un locale pieno di tutti gli odori del mondo, dai fagioli e dai ceci nei sacchi di juta, al tonno, ai salami appesi ai ganci, al pane e soprattutto al baccalà e allo stoccafisso. Sul bancone c'erano anche attrezzi mitici, l'affettatrice con la sua lucida lama rotante per i salumi e la mortadella, o il massello di legno che allineava i pesi di ottone della bilancia, da quello minuscolo per qualche grammo a quello, maestoso, da un chilo. E, nelle cassette di legno, i grani del sale luccicavano come minuscoli diamanti.

Non saprei dire quando, anche mio nonno fu costretto a venire a Roma. Sua moglie, la nonna Dide (il nome di battesimo era Aderiade, un nome oggi scomparso del tutto) morì quando ero ragazzo, mi dispiacque molto non poter più avere la sua ciaccia. Era un donna silenziosa e triste, forse fiaccata dai tradimenti (veri o presunti) del marito. Comunque, restato solo, nell'immediato dopoguerra nonno Betto venne a Roma e fu ospitato da zia Francesca. Aveva una sua stanza con una branda e poco altro arredo. Le tre sorelle, ma soprattutto Francesca e Lia, lo utilizzavano come messaggero, quando una o l'altra voleva inviare qualcosa all'altra sorella le spediva il "babbo" (cui peraltro dava del "voi"). Il vecchio prendeva il pacco sottobraccio e usciva. Naturalmente, la figlia gli dava qualche spicciolo per il tram. Dopo un po' si venne a scoprire, tra rabbia e ilarità, che nonno Betto non prendeva mai il tram, traversava mezza Roma a piedi per consegnare la commissione e poi tornarsene a casa sempre a piedi. Con ancor maggiore raccapriccio, le figlie scoprirono anche che il nonno, mentre camminava per strada, raccoglieva da terra le cicche delle sigarette. Se le metteva in tasca, poi le apriva accuratamente e faceva del tabacco un mucchietto. Lui fumava una sua pipetta vecchia, puzzolente e intarmolita. Mi dava un senso di ammirazione quando, dopo aver riempito il fornello, premeva accuratamente il tabacco con il pollice. A me sembrava una operazione complessa e ardua. Accendeva poi il tabacco così ben pressato e le prime boccate che ne tirava producevano buffi di nuvole azzurre e profumate. Quando le figlie si accorsero della faccenda delle cicche lo sgridarono aspramente, pensavano che lui stava intaccando la reputazione familiare. Non ricordo che lo Strozzino abbia mai smesso da quella sua abitudine.

Talvolta, passava anche a casa nostra. Credo che fosse la tappa più tormentosa. Era rimasto fascista anche dopo la sconfitta, e di Piazzale Loreto e quanto ne seguì non si diede mai pace, noi toscani abbiamo la politica nel sangue. Mio padre, che in questo non fu generoso, lo punzecchiava e lui, il povero vecchio sconfitto dalla vita e deluso dalla politica, ci rimaneva male e si arrabbiava. Quando era arrabbiato, da buon toscano bestemmiava, una bestemmia frequente gli usciva dalle labbra, "Madonna maiala".  Mia madre, quando veniva da noi, gli dava da mangiare, lui mangiava assieme a noi poi ripartiva per riattraversare mezza Roma, sempre a piedi e raccogliendo cicche. A me quel bischero di nonno Betto piaceva. Era ruvido, vestiva con stracci smessi e dimessi, teneva avvolta attorno al collo una striscia di stoffa, credo per nascondere il taglio di una operazione alla laringe, o roba così. Da quel pezzo di stoffa mai troppo pulito emergevano le pieghe e le rughe del collo, rossiccie, forse bisognose di un buon lavaggio o di un bagno. Mi voleva bene, anche se non era molto prodigo di saluti, di baci o di carezze, con i suoi modi bruschi a volte poteva apparire lontano, trasognato, immerso in crudi pensieri.

Morì a casa di zia Lia, che in quel momento lo ospitava. Non so perché, fui informato subito della sua morte. Corsi dalla zia, lui giaceva ancora, vestito, sul lettino, una branda o poco più. Allora non c'erano grandi servizi funebri, eppoi noi toscani siamo un po' tirchi. Zia mi disse che dovevamo vestirlo come si vestono i morti, con gli abiti di festa. Io e lei lo spogliammo nudo, le sue povere magre membra giacquero indifese nel bianco grigiastro delle lenzuola. Lo rivestimmo quindi con vestiti appena un po' decenti, non ne aveva altri. Sollevare le gambe una dopo l'altra, le braccia una dopo l'altra, fu cosa non facile, i corpi dei morti sono pesantissimi, fose nonno era già un po' rigido. Gli annodammo al collo anche un cravatta, una delle sue vecchie, lise cravatte.  Fu seppellito nella tomba della famiglia, a Chianciano, sotto i cipressi resinosi, accanto a Dide, la moglie. Forse per la prima volta furono davvero uniti.