SEGMENTI DI TEORIA POLITICA RADICALE
da (Cronache del Garantista, 22/02/2015)
Le idee? Camminano sui corpi
“Dal corpo del malato al cuore della politica”. E' il motto, l'insegna, sotto la quale l'Associazione Luca Coscioni conduce le sue battaglie. E' un motto, una insegna di grande spessore: evoca i temi e i problemi che una seria e forte politica sanitaria/assistenziale dovrebbe affrontare per far sì che i corpi malati vengano seguiti, curati, secondo le migliori norme e disposizioni possibili. Su questi temi e problemi, l'Associazione è sempre attenta - addirittura da una posizione di avanguardia - pungolando costantemente le autorità responsabili perché reperiscano i mezzi economici ed umani, ammodernino le strumentazioni, adeguino i trattamenti così che il malato, il disabile, il sofferente possano ricevere l'assistenza migliore possibile e persino recuperare, grazie ai ritrovati della tecnica, una parte almeno delle abilità e capacità perdute. L'Associazione si occupa anche della morte, in quanto anch'essa è "momento" della vita. Ma con quel suo motto si spinge ben più avanti: ci avverte che il corpo è non solamente - come pure deve essere - "oggetto", "cura", della politica; della politica è soprattutto "soggetto". Forse, ne è il vero, ultimativo soggetto.
Siamo dinanzi ad una rivoluzione culturale, che ha lontane origini e determina uno specifico modello politico destinato ancora, probabilmente, ad un lungo cammino. A mettere in moto questa rivoluzione furono in Italia, oltre mezzo secolo fa, i radicali guidati da Marco Pannella. Provenivano da esperienze ideali diverse, il nucleo centrale direttamente dalla breve parabola di quel partito radicale che era nato, nel 1955, per iniziativa di liberali, azionisti, socialisti (più un nutrito gruppetto di giovani usciti dalle esperienza della politica universitaria) ma presto si era esaurito e agli inizi degli anni '60 stava agonizzando, per le inadeguatezze di una classe dirigente non preparata al compito e non sufficientemente attenta e disponibile verso le novità che stavano manifestandosi su scala mondiale e richiedevano forme nuove di impegno politico e sociale. I radicali che assunsero, dietro a Marco Pannella, la responsabilità di quella tradizione e di quel nome, seppero invee essere pienamente contemporanei delle grandi rivoluzioni che stavano sconvolgendo la scena politica americana per poi propagarsi, globalmente, in tutto l'Occidente.
i figli dei fiori
Nei primi anni '60 nasceva nella Università di Berkeley, in California, il "Free Speech Movement" in opposizione alla guerra nel Vietnam. Nel 1969, nel corso di una famosa "protesta" al Parco del Popolo circa l'utilizzazione di un lotto di terra, gli studenti entrarono in conflitto con la Guardia Nazionale: se non il seme, fu l'abbrivio di un movimento culturale e politico che rovesciò e riformulò i canoni dell'etica pubblica, delle istituzioni e persino dell'economia. Nasceva in quegli ambiti la cultura "hippie" dei cosidetti "figli dei fiori" , destinata a diffondersi in tutto il mondo. Il termine «hippie» deriva da «hipster», ed era stato inizialmente utilizzato per descrivere i "beatnik" che avevano ereditato i valori della "Beat Generation" creando comunità i cui membri esploravano, attraverso l'impiego di stupefacenti, il rock e la rivoluzione sessuale, le emozioni e gli stati profondi della coscienza. Intransigenti antimilitaristi (anche se totalmente avversari del contemporaneo pacifismo di stampo filosovietivco) si opposero alla guerra nel Vietnam, inalberando motti divenuti presto famosi, "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" e l'erasmiano "Fate l'amore, non la guerra". Nel 1967 lo "Human Be-In", un raduno giovanile tenutosi a San Francisco, rese popolare la cultura hippie preparando il terreno per la leggendaria "Summer of Love" dell'estate 1967 e per il festival di Woodstock di due anni dopo. La ricerca della totale libertà per l'individuo era il significato insito nel loro stile di vita. La rivoluzione si espanse a macchia d'olio.
Dagli anni sessanta ad oggi, la moda e i valori "hippie" hanno avuto un notevole impatto sulla società, molti suoi aspetti e stili di vita sono diventati di comune dominio. La diversità culturale e religiosa, l'attenzione prestata ad ogni elemento spirituale che si contrapponga alla società consumista, hanno raggiunto pubblici eterogenei, in una miriade di forme. Ma, al di là del folklore, la cultura hippy ha investito nel profondo la prassi e la teoria del far politica, innestando prepotentemente al suo centro, per la prima volta, il corpo. Nasceva qui il moderno libertarismo, che sostituiva - anche sul piano teorico - il tradizionale liberalismo. Del liberarismo - diciamo - alla Constant, il libertarismo nato nei campus americani coglieva il rispetto per il diritto e la legge. Prendeva però, subito dopo, altre strade. Non a caso le sue radici profonde riemergevano dalla fine dell'ottocento, dalla epopea di una Londra vittoriana attraversata dai fremiti innovatori di un socialismo "umanitario" di altissime ambizioni. In che cosa il libertarismo nato da quel socialismo premarxista si distingueva dal liberalismo, diciamo così, classico? Il liberalismo insegnava ad agire sulle istituzioni attraverso il partito e cercava di modificare e migliorare le leggi mettendo in campo procedimenti e canali legalitari e parlamentari. Il libertarismo sviluppatosi a partire da una cultura socialista e dalla prassi dei figli dei fiori pose il singolo, l'individuo, come diretto interlocutore - nella sua fisicità - delle istituzioni. Ed era un singolo che rivendicava per sé - ma non solo per sé - nuovi diritti, mai fino ad allora entrati nel circolo della politica: i "diritti civili". Nasceva il concetto e la speranza di una democrazia nuova, integrale, attenta alla "persona".
l'individuo, non il partito
Pur rispettoso dell'iniziativa partitico-parlamentare di stampo liberale, il libertario apre l'interlocuzione con l'Istituzione ponendo in atto una serie di pratiche a carattere fortemente individuale, soggettivo. Il modello essenziale e fondamentale della sua prassi politica è l'"azione diretta": il libertario utilizza, come strumento di lotta, innanzitutto il suo proprio corpo, nella sua fisicità e visibilità. La politica liberale si fa in parlamento, quella libertaria nasce per la strada. Con i più classici sit.in (o i "walk around" e le "cartellonate" dei radicali italiani) grazie ai quali attirare l'attenzione dei media e della stampa (e quindi fare informazione) ma anche con l'arma dello sciopero della fame, può porre all'opinione pubblica, direttamente piuttosto che attraverso il parlamento, le sue domande, i suoi interrogativi. L'iniziativa dei pochi, addirittura del singolo, diventa tema di una più vasta riflessione e iniziativa. Il libertario non è però un violento, non può essere assimilato ad alcuni movimenti di "dissenso" che hanno occupato recentemente le piazze americane o europee, dagli "Occupy" agli "Indignados" ai "Podemos", ai rivoluzionari delle primavere arabe fino ai grillini italiani che pure si richiamano all'individualismo e praticano un antistatualismo esasperato. Anche in questi movimenti è viva una carica libertaria (che si nutre anche dall'uso del web e dei "social network", ambiziosi di praticare una informazione "alternativa", svincolata dalle pastoie, dagli obblighi, dalle reticenze, dai silenzi e anche dalle menzogne di quella praticata dai "media" istituzionali) ma i metodi non sono paragonabili con quelli del libertario nato dal grande filone anglosassone/americano degli anni sessanta e dalle sue attuali propaggini, quando e dove esistano. Questo libertario pone innanzitutto un problema di legalità, chiede che i suoi diritti ("diritti civili") vengano riconosciuti da una legge votata in parlamento. Il diritto è esempre un punto obbligatorio di riferimento, la legge richiesta viene spesso presentata e suggerita nelle sue articolazioni, mentre i movimenti di tipo "Occupy" - movimenti più di rivolta che di proposta - non hanno una pari rigorosa determinatezza negli obiettivi e molto spesso si (auto)limitano all'agitazione di una protesta diretta contro la "casta" politica, indicata cone responsabile dell'attuale, globale, crisi, o anche contro un "mercatismo" che favorirebbe (anche secondo uno studioso oggi di moda, Picketty) una inaccettabile diseguaglianza nella ripartizione dei beni e dlle ricchezze.
Sicuramente, dietro alla protesta ci sono ragioni politicamente anche profonde, che però richiederebbero un altro, diverso approccio (forse ce ne occuperemo più avanti).
l'individuo, non la massa
Per gli attuali movimenti, comunque, quel che conta è la massa: la massa che gremisce la piazza, che sfida la polizia e le forze dell'ordine con la massiccia quantità dei patecipanti all'evento, ecc. Il libertario agisce invece, al meglio, da solo. In questa sua visibile solitudine sprigiona tutta la dialettica politica del confronto tra, appunto, l'individo, e l'istituzione. All'istituzione anonima, il libertario oppone se stesso, con tanto di nome e cognome, ponendo a volte a repentaglio, comunque sempre esponendo il suo proprio corpo: non si copre il volto con il fazzoletto, non fa nulla per sfuggire alla arresto o alla cattura. Al massimo, darà vita ad un sit-in per rimuoverlo da quale le forze dell'ordine dovranno sollevarlo di peso. Mette così in moto una dialettica carica di implicazioni teoriche di estrema attualità, se è vero che la (ri)fondazione delle istituzioni statuali e di governo dovrà tener conto dei "ciritti civili", che per definizione sono diritti dell'individuo. Da questa differenza di metodo, oltre che di obiettivi, la preoccupazione che i recenti movimenti del dissenso possano naufragare nei loro intenti: essi non danno spazio all'individuo, all'individuo che con la sua consapevole iniziativa di "disobbedienza civile" si trasforma in "soggetto", visibile e determinato, della politica. Questa incapacità a proporre un interlocutore precisamente individuabile, un vero "soggetto", può avere la conseguenza che i movimenti del dissenso non ottengano i risultati prefissi ed anzi, in molti casi, finiscano col rafforzare l'elemento autoritario e "reazionario" del potere, che si arrocca in sé giustificando questa sua chiusura con la necessità di difendere le istituzioni dalla violenza cieca della piazza, accusata di essere disgregatrice, incapace di assumere responsabilità di governo. I radicali italiani nati negli anni sessanta sono libertari nel senso più stretto: ogni loro iniziativa è responsabile iniziativa di governo.
l'individuo si fa "soggetto"
Il potere teme il confronto con l' "individuo", avverte che costui richiama e mette in moto cospicui elementi di confronto ideale e istituzionale. Per questo cerca di demonizzarlo, ne distorce l'immagine dinanzi all'opinione pubblica, quando non riesce a seppellirla nel silenzio. Il potere (volto violento dell'autorità) fa informazione, fa persino pubblicità alla rivolta delle masse dissenzienti, ben sapendo che l'immagine della massa scomposta e violenta spaventa l'opinione pubblica; cerca invece accuratamente di non far vedere il volto e il corpo di chi fa lo sciopero della fame o pratica un sit-in mentre viene caricato dalla polizia assieme al suo cartello, perché sa bene che l'opinione pubblica - anche la più moderata e restia - finirà col parteggiare simpateticamente con l'inerme manifestante. Che in quel momento non è più solamente l'"individuo", ma diventa "soggetto". L'individuo, nel suo storico manifestarsi ad opera dell'Illuminismo settecentesco, si "contrappone" allo Stato ed al potere, ma in forme inadeguate e confuse. Nel contrapporsi, il "soggetto" libertario agisce, opera, dialoga, si muove attraverso la cronaca e cerca di toccare la Storia.
rischi ed equivoci
C'è un rischio, che qualcuno ha recentemente avvertito: quello di dare una interpretazione estetizzante al tema del rapporto tra politica e corpo. Il fascismo, come - paradossalmente - il terrorismo (o, durante la seconda guerra mondiale, i kamikaze giapponesi che si suicidavano gettandosi con il loro aereo sulle navi avversarie) pose il corpo al centro della sua azione politica: ma lo fece offrendolo alla morte. Solo con la morte ("la bella morte") il corpo entrava in politica, ieri per i fascismi, oggi per i vari fondamentalismi. Per i radicali è il contrario. Per i radicali il corpo chiede di vivere, chiede salute. Il motto è "Vita del diritto, diritto alla vita".
lunedì 27 aprile 2015
mercoledì 8 aprile 2015
RISORGIMENTO LEOPARDIANO
di Angiolo Bandinelli
(da "Cronache del Garantista", 8 aprile 2015)
Leopardi è oggi di moda. Grazie ad un bel film, un pubblico non particolarmente interessato alla poesia se ne è avidamente incuriosito, facendo avviare anche una produzione editorial/mediatica probabilmente di buon successo commerciale. Il mondo culturale alto avrà sicuramente apprezzato la recente traduzione integrale in inglese dello "Zibaldone", un lavoro di spessore critico e filologico costato sette anni di impegno ad una équipe di otto professionisti inglesi e americani e pubblicato da una casa editrice americana. Ai due poli dell'attenzione e dell'interesse, quello popolare e quello colto, Leopardi sta insomma conquistando un posto centrale nell'immaginario culturale e non solo. La posizione gli era sempre garantita dalla fama e dalla vulgata nazionale ma non era troppo solida nella pratica effettiva, neanche della critica che su di lui ha conosciuto alti e bassi, entusiasmi e misconoscimenti se non proprio, potremmo dire con Boine, "plausi e botte". Ha superato comunque il Manzoni, che sul Leopardi ebbe il vantaggio di essere tra gli autori la cui lettura era, nelle scuole, obbligatoria, mentre del Leopardi si avevano cognizioni scolastiche limitate ad alcuni dei “Canti” e a un paio di "Operette Morali".
Interesserà quindi, e già da alcuni è attesa con curiosità, la (ri)proposizione degli scritti di uno studioso cui la morte precoce impedì di svolgere più a fondo originali quanto semisconosciute ricerche leopardiane. Citiamo a caso: "Heidegger, continuatore e rinnovatore nel campo della fenomenologia tedesca colla propria opera fondamentale, 'Sein und Zeit', nel breve saggio posteriore a quella, 'Was ist Metaphysik?', giunge alla conclusione della necessità di sovvertire la logica classica. Ma mentre per il Leopardi tale sovvertimento, che mette in rapporto con la profondità intrinseca dell'essere, è assoluto e totale, per lo Heidegger forse tale non è...". Credo sia la prima volta che il poeta recanatese viene analizzato in parallelo con il filosofo tedesco, e proprio sul suo più accidentato terreno metafisico. L'insospettato confronto venne fatto nel lontano 1932, nella tesi di laurea sostenuta con il filosofo e docente Giuseppe Rensi da un giovanissimo studioso, Giovanni Amelotti, la cui esistenza e la cui carriera furono troncate, nel 1936, da immatura morte. La tesi di laurea è del 1932, ma vide la luce postuma ("La filosofia del Leopardi", R.Fabris, 1937).
Lo storicismo idealistico crociano non ammetteva che potesse esservi una lettura del processo storico diversa, alternativa o comunque divergente, da quella sviluppata dalla grande filosofia tedesca dell'ottocento e, nel suo ambito, dal dittatoriale Hegel. Quello di Hegel non era un volgare ottimismo ma senz'altro il rifiuto di ogni forma di pessimismo, cosmico, psicologico o razionalista che fosse. Per l'idealismo nelle sue varie forme, più che all'individuo si pensa al "soggetto" costruttore di storia, comunque positiva. Col suo immenso "Zibaldone", Leopardi addirittura anticipava invece la corrente di cultura europea intrigata nel pessimismo nichilista, da Schopenhauer a Nietzsche e derivati. L'idealista Benedetto Croce stroncò il Leopardi pensatore. L'altro idealista, Giovanni Gentile, tentò il salvataggio della poetica del recanatese, ma a prezzo di una interpretazione che la volgeva verso un ottimismo assolutamente, nell'originale, inesistente. Va da sé che la maggior parte dell'esegesi anche della poesia leopardiana è stata influenzata (a partire dal pur grande suo ammiratore De Sanctis) dalla pesante diffidenza verso i temi negativi e oscuri propri del saggista/poeta.
Ma torniamo alla lettura parallela che di Leopardi ed Heidegger fa Amelotti: "Lo Heidegger muove, appunto in 'Was ist Metaphysik?', da una concezione della 'Angst', che è molto vicina a quella leopardiana della noia..."... “Nella Angst - noi tedeschi diciamo - 'es ist einem unheimlich': ci si sente profondamente a disagio...". E' il tema dell'angoscia ('Angst'), a Heidegger carissimo. Per lui, l'angoscia "è una sensazione indeterminata. Tutte le cose e noi stessi cadiamo in una sorta di indifferenza. Non è tuttavia un semplice dileguarsi: nell’atto stesso del loro sottrarsi, le cose si voltano verso di noi. Questo sottrarsi della concretezza ('des Seienden') nel suo intero, che ci avvolge nella Angst, ci opprime. Manca ogni sostegno. Resta solamente e ci afferra – nello scivolar via di sotto della concretezza – questa mancanza”. Per Amelotti, la "noia" leopardiana - "un tedio così veemente, che si assomiglia a dolore e a spasimo...” - è assai affine alla "Angst" heideggeriana, ma ancor più radicale di questa.
Amelotti sviluppò le sue ricerche leopardiane, oltre che nella tesi di laurea, nella raccolta di studi "Il Leopardi maggiore", che vide la luce, anche essa postuma, nel 1937. I critici e gli studiosi di Leopardi che hanno potuto consultare le due opere ne hanno anche scritto con ammirazione. Saranno tra poco a disposizione di un più vasto pubblico grazie all'attenzione di una neonata intraprendente casa editrice romana, la "Emiliano degli Orfini" (vecchia e nobile testata genovese) e sicuramente entreranno nel canone della moderna e migliore saggistica leopardiana. Intanto, possiamo sfogliare una raffinata anticipazione delle opere di Amelotti, perché l'ambiziosa casa editrice ha già fatto uscire uno smilzo elegante volume con le poesie, "Diario Umano", che il giovane pubblicò in vita (1934). La prefatrice (ed editrice), Michelle Muller, le giudica "espressione delle sue letture dei classici, delle contaminazioni dai suoi contemporanei (Ungaretti) e della suggestione di quelle scoperte letterarie che stavano vivificando il panorama poetico italiano ed europeo (un nome su tutti, Lautréamont)". Sono dunque composizioni giovanili, un po' immature. Ma attendiamo con curiosità (e non solo) le opere dello studioso e critico leopardiano. Sarà un altro tassello della ricognizione di un pensiero che appartiene totalmente al grande filone europeo di rifiuto della dominante linea idealista, di cui rovescia tesi e conclusioni. Segnalarlo ci pare un dovere verso un recupero del Leopardi più essenziale di un film, sia pure serio e ben fatto.
sabato 21 marzo 2015
Fiele, un cazzo, Professo'. Lei cancella il post al quale era indirizzato il mio commento, che peraltro rimaneggia, e non risponde alla domanda, alla quale mi pare sia tenuto come (qui mi viene un po' da ridere, ma fa nulla) personaggio pubblico. Gliela riformulo: come può aver accettato una soluzione che lei definiva di privilegio, nel mentre si batteva perché a tutti fosse concessa una soluzione di legalità? I miei rispetti, eh.
venerdì 20 marzo 2015
Ho trovato molto bello: "L'ipocrita pensa che nessuna verità sia davvero innocente". Non sia ipocrita, professore (di Lettere presso un Istituto tecnico), mi dimostri quanto sia innocente la verità relativa all'annullamento del suo primo matrimonio che lei chiese e ottenne alla Sacra Rota (ne ho trovato notizia su un numero di Panorama del 1971). M'ha dato molto da pensare, sa? Nel metodo e nel merito. In primis, erano gli anni - sul finire dei Sessanta - nei quali lei scriveva vibranti pezzulli in favore del divorzio, stigmatizzando l'ipocrisia di quanti erano contrari ma poi ricorrevano alla Sacra Rota per sistemare i cazzi propri, potendo permetterselo (ho trovato tre suoi incisi sull'esosità delle pratiche burocratiche, un'altra volta, se vuole, potrà intrattenersi sull'innocente verità del dove ha trovato il denaro necessario). Sulla carta l'argomento tiene: divorzio (legalità) contro annullamento (privilegio), un po' come con la legge 194 contro l'aborto clandestino.
giovedì 19 marzo 2015
DOPO IL "SELMA BRIDGE", QUALI SCELTE PER OBAMA?
da "L'Opinione" di martedì 17 marzo
L'America - l'America di Obama - è in difficoltà, sul fronte interno ma soprattutto sul fronte della politica estera. Sul fronte interno i dati relativi all'economia sembrano discreti, con una ripresa, anche nel cruciale settore dell'occupazione, abbastanza sostanziosa. Si tratta ora di valutare il significato dell'apprezzamento del dollaro sull'euro, un dato positivo per l'economia e le esportazioni europee ma che non favorisce la moneta e l'economia statunitense. Probabilmente, l'iniziativa di partecipare attivamente, il 7 marzo scorso, alle celebrazioni dello storico evento della “marcia” del Selma Bridge (1965), attirerà di nuovo su Obama le simpatie (e il voto, nel 2016) della minoranza nera e forse anche delle nuove grandi minoranze dei “ladinos” che soffrono di discriminazioni, si vedono contrastato l'ingresso negli States più o meno come accade alle ondate dei “migrantes” del Mediterraneo e, quando vi riescono, spesso vivono in piena illegalità. Sul piano interno, insomma, Obama ha avviato una operazione di recupero e risalita, anche se l'opposizione repubblicana, al Congresso e fuori, cercherà con tutte le sue forze (e i suoi dollari) di contrastarla. E' nel settore della politica estera che le difficoltà, invece, non accennano a diminuire. Il premier israeliano, Netanhyau, ha pronunciato dinanzi al Congresso americano (dominato dai repubblicani) parole pesanti contro la politica mediorientale di Obama. L'obiettivo immediato ed urgente era di attirare l'attenzione sul suo partito in vista delle elezioni del 17: per Netanhyau non c'è possibiltà di compromesso di fronte alla possibile emergenza atomica dell'Iran, nei confronti del quale è dunque necessario un intervento immediato e radicale con il pieno coinvolgimento degli USA. Ugualmente in difficoltà è Obama per quel che riguarda le modalità del contrasto nei confronti dell'ISIS, che Obama sembra contrario ad affrontare con il diretto intervento dell'esercito americano.
Ma, al di là di questo o quell'episodio, al di là dispecifici errori o possibili difetti del primo Presidente americano “nero”, quello che si rimprovera a lui e al suo paese è la mancanza - perché tale sembra essere – di un disegno globale che faccia tornare l'America ai fasti di un tempo, quando era la superpotenza capace di tenere in ordine il mondo e di impedire ai nuovi totalitarismi e fondamentalismi, alle antidemocrazie, alle forze comunque ostili o riottose, di minacciare l'Occidente e la sua concezione della democrazia e i suoi valori di fondo. Riemerge, anche se non palese, l'esortazione, così cara ai "neocons" di un tempo, perché l'America torni ad essere il paese “marziano”, guerriero, bellicoso, che si contrappone idealmente ad una Europa “venusiana”, votata al culto della molle dea dell'amore, incapace di assumersi responsabilità, fiaccata da un pacifismo irenico e sostanzialmente impotente. Secondo quei neocons ( e i loro assimilati) l'America doveva (anzi, deve, perché i termini della questione sembrano ancor oggi gli stessi) contrastare quella che sembrava (e sembra ancor oggi) la inevitabile sindrome di un “declino imperiale" - riprendo il termine da un vecchio articolo di Irving Kristol - cui l'America non può o non deve sottrarsi: i confini di questo impero non sono segnati da bandierine a stelle-e-strisce piantate sulle carte geografiche, ma da vincoli e impegni ideali e morali che vanno sentiti come parte integrante della “american way of life”. Concordava pienamente con Kristol un altro eminente intellettuale quale Robert Kagan, per il quale “sostenere la promozione della democrazia all'estero non è un segno di arroganza, bensì di umiltà”, perché “quando una democrazia fallisce, dovremmo aiutarla a rimettersi in piedi”.
La conseguenza di queste idee fu l'intervento militare in Iraq, iniziato il 20 marzo 2003 con l'invasione di quel paese da parte di una coalizione multinazionale di circa 300.000 uomini guidata dagli Stati Uniti d'America, e terminato il 15 dicembre 2011 col passaggio dei poteri all'autorità irachena. Quell'intervento fu disastroso, innanzitutto per l'immagine internazionale degli Stati Uniti. Il presidente George Bush (junior) aveva dichiarato, ricevendo la piena solidarietà del premier inglese Tony Blair, che Saddam Hussein, il dittatore iracheno, era in possesso di "armi di distruzione di massa" che costituivano un pericolo per il mondo intero. La guerra fu vinta facilmente, grazie forse al tradimento di alcuni generali iracheni, Hussein venne catturato, consegnato alle nuove autorità del paese, e da queste messo a morte nel 2006. Secondo Marco Pannella, sarebbe stato invece possibile evitare la guerra senza distruzioni o vittime umane, civili oltreché militari, perché Hussein si era dichiarato pronto ad uscire di scena e ad andare in esilio se gli fosse stata risparmiata la vita. Comunque si voglia giudicare la vicenda, la seconda guerra irachena ha segnato probabilmente l'ultimo atto di quella concezione imperiale che i neocons avevano difeso e promosso accanitamente.
Quando Obama si presentò per la prima volta alle elezioni presidenziali inalberò un motto, "Yes, we can", che ci dice eloquentemente quanto profonda fosse la depressione, la frustrazione, lo smarrimento del popolo americano per la seconda volta, dopo la disfatta nel Vietnam, colpito nel suo orgoglio e nelle sue certezze e in cerca di rassicurazioni e di qualche iniezione di speranza e di fiducia. Sono molti a pensare che Obama abbia tradito i suoi impegni e mancato all'attesa. Un giudizio complessivo ed equilibrato dovrà essere affidato agli storici ma è difficile, per l'oggi, sottrarsi al dubbio che quell'America depressa e in preda a una devastanzte crisi economica potesse sobbarcarsi ad un onere così gravoso come quello di sostenere un costoso ed impegnativo ruolo "imperiale". C'è anche da considerare che il mondo di oggi, globalizzato e multipolare, difficilmente potrebbe accettare l'immagine di una America "gendarme" del mondo.
Con il bellissimo discorso tenuto alla commemorazione di "Selma Bridge", Obama sembra aver affidato i destini politici suoi e dei democratici alla ripresa dei grandi temi dei diritti civili che furono propri all'America degli anni '60, e che giustificarono anche il primato del paese nel mondo. I prossimi mesi diranno qualcosa di più. La corsa alla Presidenza degli USA è comunque cominciata.
lunedì 16 marzo 2015
A V V I S O U T I L E
Colf rumena, cinquantenne, abile, zelante, massima serietà, assolutamente affidabile, cerca lavoro per uno/due giorni alla settimana, (min. 3 ore) in zone facilmente raggiungibili da Termini.
Contattare me attraverso il blog o all'indirizzo e.mail:
angiolo.bandinelli@tiscali.it
(accordi diretti, nessun problema contributi)
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domenica 15 marzo 2015
LO SPAZIO SACRO DELLA BOXE
da "Cronache del Garantista", 13 marzo 2015
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Tempo fa ho (ri)visto in TV un film di John Ford del 1952, "The quiet man", starring John Wayne e Maureen O'Hara, forse la più bella rossa di Hollywood. Il film è prettamente fordiano anche se la location è in un borgo d'Irlanda, paese di origine del regista. Dall'idillio dell'innamoramento dei due si sale in crescendo verso un finale, possiamo dire, epico, anzi epico-grottesco, con una memorabile scazzottata tra John Wayne e Victor Mac Laglen che coinvolgerà via via l'intero paese, compresi il prete cattolico e il pastore protestante, in una generale ammucchiata tra pascoli di pecore e stradine di pietra. Ovvia conclusione al pub, tra fiumi di birra - immaginiamo la scura Guinness, gloria d'Irlanda. Sì, Ford è sempre affettuoso.
La scazzottata è un topos forse oggi un po' dimenticato e desueto, ma ha funzionato a lungo come elemento catalizzatore nel quale scaricare le tensioni - serie e drammatiche o, come in questo caso, ironiche e giocose - di un film. Nei western, poi, è (o era) un elemento indispensabile. In uno tra i più famosi, "Il cavaliere della valle solitaria" (George Stevens, 1953), la scazzottata ha sottili risvolti psicologici: Alan Ladd e Van Heflin sono innamorati della stessa donna, la moglie di Van Heflin. Non se lo dicono, ma alla fine daranno vita a una scazzottata anch'essa memorabile, nella quale le non confessate gelosie, i sotterranei e sottaciuti risentimenti, alla fine esplodono. Anche qui, come nel film di Ford, la scazzottata è un momento di catarsi benefica. Direi anzi che la scazzottata filmistica, specie nei western, raramente è provocata da odi e violenze negative. Per questo è piuttosto dettagliata, la sequenza è lunga, insistita, godibile: tanto, alla fine c'è la riconciliazione positiva. Qualche volta i cazzotti sono invece espressione di odio o di sentimenti negativi, e allora la sequenza è solo aspettativa e attesa di morte; come ad esempio la scazzottata di un altro grande film, "I giovani leoni" (Edward Dmytryk, 1958), con Montgomery Clift nella parte del debole, del "piccolo" che attraverso la dura prova difende la sua identità (di ebreo) maltrattata e vilipesa dalla società violenta.
uno sport molto americano
Credo che la scazzottata filmistica sia un topos molto americano, non ho ricordo (potrei però sbagliare) di grandi scazzottate nella filmistica europea. In fondo, la scazzottata è un altro modo di raccontare l'etica americana, l'etica del confronto a due, del duello aperto, virile, quasi sempre leale, ma anche un po' machista. Nel suo godibilissimo libro "Sulla boxe" (edizioni 66THAND2ND, 2015, 17,00 euro), la scrittrice (americana) Joyce Carol Oates percorre e ripercorre storia e cronache di boxe che hanno al loro centro l'America - "è il nostro sport più controverso", afferma - e i suoi impareggiabili campioni, tra i quali brillano Tyson e Cassius Clay alias Muhammad Alì, "il peso massimo più geniale dei tempi moderni". Per lei non vi è dubbio che quello sport (o non sport: "Ma che cos'è poi lo sport?"...) è essenzialmente machista, forse anche "potentemente omoerotico" (e stupisce che lei, donna, se ne sia così ardentemente appassionata, fino a diventarne - il libro ce lo garantisce - una autentica esperta). Secondo la Oates il culmine della parabola americana di questo sport va collocato negli anni venti, ma anche nell'immediato secondo dopoguerra la boxe era, non solo attorno al ring del mitico Madison Square Garden, sport assai diffuso, popolare e seguito. Persino da intellettuali snob: Hemingway pare se ne intendesse, scrittore eccellente di boxe fu Norman Mailer. Fuori d'America, il francese Marcel Cerdan, amante della cantante Edith Piaf, ebbe fan nella migliore società.
io, boxeur immaginario
Ho sempre amato la boxe, purtroppo ho mai visto un incontro se non alla televisione. Oggi è difficile assistere ad un incontro di qualità, la TV ne trasmette qualcuno, piuttosto mediocre, in ore impossibili, ma un tempo la boxe offriva spettacoli indimenticabili. I grandi pugili erano come ballerini, come scultori, artisti in piena regola, era un autentico piacere osservarli mentre danzavano (si dice proprio così, i pugili "danzano" saltellando qua e là per non offrire un bersaglio all'avversario) e ogni mossa, ogni spostamento del corpo o del capo ha un senso preciso, segue regole ferree da cui dipende molto, a volte anche la vita. Io stesso ho fatto boxe anche se, correttamente, dovrei dire che ho fatto a pugni. Ero un adolescente, frequentavo le scuole medie, non avevo dunque più di tredici-quattordici anni. Avevo allora un grande amico, Lucio, con cui condividevo la giornata e tutto quello che la giornata potesse contenere, dai giochi alle illusioni e fantasie dell'età, fino alla preparazione dei compiti scolastici, che ci dividevamo equamente e ci scambiavamo spudoratamente, alla faccia dei professori. Andavamo a scuola assieme, la mattina, e tornavamo a casa assieme. Dovevamo a un certo punto traversare un prato incolto, uno straccio ondulato di erbacce tra due strade parallele su cui non si era ancora affacciata la speculazione edilizia. Arrivavamo al centro del prato, gettavamo a terra le cartelle, ci toglievamo, quando le avevamo, giacche o cappotti, e cominciavamo a fare a pugni. Non c'era un motivo perché ci picchiassimo, eravamo molto amici, ma i nostri pugni calavano, con voluttà direi, sulle guance arrossate o in mezzo all'esile torace del poco attendibile avversario. Dopo un po', stanchi, smettevamo, riprendevamo abiti e cartelle e tornavamo, sempre assieme, a casa.
La cosa ci piaceva, escogitai un modo per renderla ancora più attraente. Tra la cianfrusaglie di mia madre pescai un pezzo di stoffa robusta, mi pare di ricordare fosse di quel tessuto che si usava per le divise militari, detto grigioverde ma in realtà più verde che grigio. Chiesi a mia madre di ritagliarvi e di cucirne quattro sacchetti di cui le diedi le misure. Li riempii di stracci di ogni stoffa, colore e tipo. Infilando la mano tra questi ritagli, avevamo quasi dei veri guantoni da boxe. Perfino il colore si addiceva alla funzione. Chiamai Lucio, nella mia stanza spostammo da un lato il tavolo su cui di solito facevo i compiti, e cominciammo a darcele di santa ragione. Fieri dei nostri bellissimi guantoni, cercammo di imitare i veri boxeurs, il loro repertorio di mosse, i colpi essenziali, il jab e il cross, l'uppercut, il punch o lo hook, le finte, le schivate, il continuo saltellare. Della variegata terminologia, specialmente quella - così affascinante - inglese, divenni esperto quando, anni dopo, divorai un paio di manuali di boxe. I miei assaggi adolescenziali come boxeur non furono un gran che, pochi lo sanno ma la boxe è una pratica complessa. Nel suo film "Million dollar baby" (Clint Eastwood, 2004), l'allenatore Clint Eastwood dice alla giovane appassionata allieva che "nella boxe devi sempre fare il contrario di quello che ti sentiresti di dover fare". La Oates va sul lirico, e sostiene che "sul ring...il pugile 'nato'...coltiverà una...doppia personalità per vanificare la strategia di gioco" dell'avversario. I pugili, "come i giocatori di scacchi, devono prendere decisioni su due piedi, devono essere capaci di improvvisare nel bel mezzo del combattimento". Cita poi José Torres, un ex campione del mondo dei pesi mediomassimi: "Noi pugili c'intendiamo di bugie. Cos'è una finta? Cos'è un gancio sinistro che parte come un jab? Cos'è un colpo d'assaggio? Cos'è pensare una cosa e farne un'altra?" Oddio, lo stesso si può sostenere anche per altri sport, ma nel pugilato la velocità psicologica, la reattività servono ad evitare il devastante pugno del ko.
Io e Lucio ci appassionammo poco alle vicende di Carnera, ci appariva un mito, una leggenda, ma sfocata e lontana dai nostri interessi; solo nel dopoguerra cominciai ad imbattermi in figure di pugili che attrassero la mia attenzione. Li ritrovo ora nei ritratti che ne fa la Oates. Il repertorio dei nomi da lei citati è infinito, anche se nella lista non troviamo, mi pare, nessun italiano oltre il folkloristico Carnera, nemmeno i bravissimi Nino Benvenuti, Patrizio Oliva o il più grande in assoluto, Bruno Arcari. Per lei, massima espressione della boxe moderna è, l'ho già accennato, Cassius Clay, che famoso lo divenne già da dilettante, vincendo il titolo dei mediomassimi alle olimpiadi romane del 1960. Gli contendono il primo posto nella classifica il grandissimo Joe Louis o "l'imbattuto" Rocky Marciano, ma Cassius Clay assunse presto, "come atleta, campione e icona culturale", un significato "che va al di là dello sport e che nessun altro pugile ha mai raggiunto, né è probabile che raggiunga...".
la leggenda di Cassius Clay
Clay era un nero. Secondo la Oates "i pugili più straordinari sono neri", forse "the niggers" scaricano o, meglio, scaricavano in quel duro sport tutto il peso di frustrazione e di risentimento che covava la loro condizione di "coloured", "diseredati dalla nostra società del benessere" e condannati a vivere in "ghetti impoveriti... dove la rabbia, se non il furore, ha ragione di esistere". Prima di Muhammad, Joe Louis aveva quasi assunto il ruolo di "vendicatore" della razza battendo per k.o. nel 1938, nei soli centoventiquattro secondi dell' "incontro di boxe più famoso della storia americana", il rappresentante della razza superiore ariana, il tedesco Max Schmeling. Ma Muhammad divenne "il portatore dell'immagine di un'epoca" influenzando, con i suoi comportamenti "ostentati e controversi", seguiti spasmodicamente dall'"attezione mediatica", "una nuova generazione di neri". Al di là dell'evento sportivo e delle sue cinquantasei vittorie (e solo cinque sconfitte) Cassius Clay fu figura carismatica. Assunse il nome di Muhammad Alì all'epoca delle grandi battaglie per i diritti civili dei neri e della guerra in Vietnam, diventando così, oltre che un pugile, una figura politica. Polemizzò con il governo e l'autorità e nel 1967, durante la guerra nel Vietnam, rifiutò di vestire la divisa militare ("Sentite, io non ho nente contro questi vietcong") così diventando "una delle figure più denigrate d'America"; addirittura, secondo il Dipartimento di Stato,"un possibile rischio per la sicurezza". Figuriamoci cosa gli accadrebbe oggi, la conversione all'islamismo lo farebbe diventare bersaglio di ogni polemica antiterrorista.
L'ente americano preposto al pugilato gli tolse la licenza e Cassius/ Ali perse, credo, cinque anni di carriera. Dopo vari processi e appelli, la Corte Suprema degli Stati Uniti lo reintegrò nei suoi diritti e il grande pugile ritornò a combattere. Poté così sostenere incontri passati alla storia, del costume prima ancora che della boxe. Tre (la cosidetta "Ali-Frazier trilogy") furono quelli che sostenne con Joe Frazier, uno con George Foreman. Il primo incontro con Frazier si svolse nel 1971 e viene definito come "Fight of the Century", "Incontro del secolo" (8 marzo 1971, New York). Era valido per il Campionato del mondo WBA-WBC, e fu vinto da Frazier. I due sostennero il secondo match nel 1974 sempre a New York, il terzo a Thrilla a Manila, nelle Filippine, nell'ottobre del 1975. Vinse Ali.
un astuto stratagemma
Il match tra Ali e Foreman ebbe luogo nell'ottobre del 1974. Viene ricordato come "The Rumble in The Jungle" ("La rissa nella giungla") perché si svolse allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). George Foreman era il campione del mondo in carica, Alì lo era stato e voleva riprendersi il titolo per diventare così il secondo a riuscire nell'impresa dopo Floyd Patterson. Fu in questa occasione che Ali utilizzò in modo sopraffino la tecnica del "rope-a-dope". Il nome, dicono le leggende, era originalmente "dope on the ropes", la forma con cui divenne famoso è dovuta ad un pubblicista, tal John Condon. Durante le prime sette riprese, Ali continuamente indietreggiava davanti agli attacchi di Foreman, appoggiandosi alle corde del ring. Da una parte, grazie alla loro elasticità, la trovata attutiva i colpi di Foreman, dall'altra lo sfiancava costringendolo ad un dispendio enorme di energie nello sforzo di inseguire e aggredire Ali e buttarlo giù. Quando, verso la fine dell'ottavo round, si accorse che Foreman era stremato, Ali sferrò una serie di jab e uppercut che fecero crollare il rivale al tappeto per il conteggio finale. Foreman accusò gli allenatori di Ali di aver allentato le corde per favorire il loro campione, e accampò numerose altre scuse per spiegare la sconfitta. Tempo dopo, i due si riconciliarono. Alla consegna dei Premi Oscar dove Ali veniva premiato per "When We Were Kings" - un documentario sull'incontro in Zaire - il fuoriclasse ebbe difficoltà a salire sul palco per via del Parkinson. Fu aiutato a salire i gradini da Foreman. in seguito Foreman si sarebbe ripreso il titolo confermandosi come un vero campione.
Un bel libro che si legge d'un fiato, quello della Oates, seria documentazione ma anche omaggio a quella che, protetta ma anche praticata nel XVIII secolo dagli aristorcratici inglesi, venne definita la "noble art". Affettuosamente, la Oates ci ricorda infine che "la boxe è calata in uno spazio sacro che esisteva prima della civiltà o, per usare una frase di D.H. Lawrence, 'prima che Dio fosse amore' ".
da "Cronache del Garantista", 13 marzo 2015
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Tempo fa ho (ri)visto in TV un film di John Ford del 1952, "The quiet man", starring John Wayne e Maureen O'Hara, forse la più bella rossa di Hollywood. Il film è prettamente fordiano anche se la location è in un borgo d'Irlanda, paese di origine del regista. Dall'idillio dell'innamoramento dei due si sale in crescendo verso un finale, possiamo dire, epico, anzi epico-grottesco, con una memorabile scazzottata tra John Wayne e Victor Mac Laglen che coinvolgerà via via l'intero paese, compresi il prete cattolico e il pastore protestante, in una generale ammucchiata tra pascoli di pecore e stradine di pietra. Ovvia conclusione al pub, tra fiumi di birra - immaginiamo la scura Guinness, gloria d'Irlanda. Sì, Ford è sempre affettuoso.
La scazzottata è un topos forse oggi un po' dimenticato e desueto, ma ha funzionato a lungo come elemento catalizzatore nel quale scaricare le tensioni - serie e drammatiche o, come in questo caso, ironiche e giocose - di un film. Nei western, poi, è (o era) un elemento indispensabile. In uno tra i più famosi, "Il cavaliere della valle solitaria" (George Stevens, 1953), la scazzottata ha sottili risvolti psicologici: Alan Ladd e Van Heflin sono innamorati della stessa donna, la moglie di Van Heflin. Non se lo dicono, ma alla fine daranno vita a una scazzottata anch'essa memorabile, nella quale le non confessate gelosie, i sotterranei e sottaciuti risentimenti, alla fine esplodono. Anche qui, come nel film di Ford, la scazzottata è un momento di catarsi benefica. Direi anzi che la scazzottata filmistica, specie nei western, raramente è provocata da odi e violenze negative. Per questo è piuttosto dettagliata, la sequenza è lunga, insistita, godibile: tanto, alla fine c'è la riconciliazione positiva. Qualche volta i cazzotti sono invece espressione di odio o di sentimenti negativi, e allora la sequenza è solo aspettativa e attesa di morte; come ad esempio la scazzottata di un altro grande film, "I giovani leoni" (Edward Dmytryk, 1958), con Montgomery Clift nella parte del debole, del "piccolo" che attraverso la dura prova difende la sua identità (di ebreo) maltrattata e vilipesa dalla società violenta.
uno sport molto americano
Credo che la scazzottata filmistica sia un topos molto americano, non ho ricordo (potrei però sbagliare) di grandi scazzottate nella filmistica europea. In fondo, la scazzottata è un altro modo di raccontare l'etica americana, l'etica del confronto a due, del duello aperto, virile, quasi sempre leale, ma anche un po' machista. Nel suo godibilissimo libro "Sulla boxe" (edizioni 66THAND2ND, 2015, 17,00 euro), la scrittrice (americana) Joyce Carol Oates percorre e ripercorre storia e cronache di boxe che hanno al loro centro l'America - "è il nostro sport più controverso", afferma - e i suoi impareggiabili campioni, tra i quali brillano Tyson e Cassius Clay alias Muhammad Alì, "il peso massimo più geniale dei tempi moderni". Per lei non vi è dubbio che quello sport (o non sport: "Ma che cos'è poi lo sport?"...) è essenzialmente machista, forse anche "potentemente omoerotico" (e stupisce che lei, donna, se ne sia così ardentemente appassionata, fino a diventarne - il libro ce lo garantisce - una autentica esperta). Secondo la Oates il culmine della parabola americana di questo sport va collocato negli anni venti, ma anche nell'immediato secondo dopoguerra la boxe era, non solo attorno al ring del mitico Madison Square Garden, sport assai diffuso, popolare e seguito. Persino da intellettuali snob: Hemingway pare se ne intendesse, scrittore eccellente di boxe fu Norman Mailer. Fuori d'America, il francese Marcel Cerdan, amante della cantante Edith Piaf, ebbe fan nella migliore società.
io, boxeur immaginario
Ho sempre amato la boxe, purtroppo ho mai visto un incontro se non alla televisione. Oggi è difficile assistere ad un incontro di qualità, la TV ne trasmette qualcuno, piuttosto mediocre, in ore impossibili, ma un tempo la boxe offriva spettacoli indimenticabili. I grandi pugili erano come ballerini, come scultori, artisti in piena regola, era un autentico piacere osservarli mentre danzavano (si dice proprio così, i pugili "danzano" saltellando qua e là per non offrire un bersaglio all'avversario) e ogni mossa, ogni spostamento del corpo o del capo ha un senso preciso, segue regole ferree da cui dipende molto, a volte anche la vita. Io stesso ho fatto boxe anche se, correttamente, dovrei dire che ho fatto a pugni. Ero un adolescente, frequentavo le scuole medie, non avevo dunque più di tredici-quattordici anni. Avevo allora un grande amico, Lucio, con cui condividevo la giornata e tutto quello che la giornata potesse contenere, dai giochi alle illusioni e fantasie dell'età, fino alla preparazione dei compiti scolastici, che ci dividevamo equamente e ci scambiavamo spudoratamente, alla faccia dei professori. Andavamo a scuola assieme, la mattina, e tornavamo a casa assieme. Dovevamo a un certo punto traversare un prato incolto, uno straccio ondulato di erbacce tra due strade parallele su cui non si era ancora affacciata la speculazione edilizia. Arrivavamo al centro del prato, gettavamo a terra le cartelle, ci toglievamo, quando le avevamo, giacche o cappotti, e cominciavamo a fare a pugni. Non c'era un motivo perché ci picchiassimo, eravamo molto amici, ma i nostri pugni calavano, con voluttà direi, sulle guance arrossate o in mezzo all'esile torace del poco attendibile avversario. Dopo un po', stanchi, smettevamo, riprendevamo abiti e cartelle e tornavamo, sempre assieme, a casa.
La cosa ci piaceva, escogitai un modo per renderla ancora più attraente. Tra la cianfrusaglie di mia madre pescai un pezzo di stoffa robusta, mi pare di ricordare fosse di quel tessuto che si usava per le divise militari, detto grigioverde ma in realtà più verde che grigio. Chiesi a mia madre di ritagliarvi e di cucirne quattro sacchetti di cui le diedi le misure. Li riempii di stracci di ogni stoffa, colore e tipo. Infilando la mano tra questi ritagli, avevamo quasi dei veri guantoni da boxe. Perfino il colore si addiceva alla funzione. Chiamai Lucio, nella mia stanza spostammo da un lato il tavolo su cui di solito facevo i compiti, e cominciammo a darcele di santa ragione. Fieri dei nostri bellissimi guantoni, cercammo di imitare i veri boxeurs, il loro repertorio di mosse, i colpi essenziali, il jab e il cross, l'uppercut, il punch o lo hook, le finte, le schivate, il continuo saltellare. Della variegata terminologia, specialmente quella - così affascinante - inglese, divenni esperto quando, anni dopo, divorai un paio di manuali di boxe. I miei assaggi adolescenziali come boxeur non furono un gran che, pochi lo sanno ma la boxe è una pratica complessa. Nel suo film "Million dollar baby" (Clint Eastwood, 2004), l'allenatore Clint Eastwood dice alla giovane appassionata allieva che "nella boxe devi sempre fare il contrario di quello che ti sentiresti di dover fare". La Oates va sul lirico, e sostiene che "sul ring...il pugile 'nato'...coltiverà una...doppia personalità per vanificare la strategia di gioco" dell'avversario. I pugili, "come i giocatori di scacchi, devono prendere decisioni su due piedi, devono essere capaci di improvvisare nel bel mezzo del combattimento". Cita poi José Torres, un ex campione del mondo dei pesi mediomassimi: "Noi pugili c'intendiamo di bugie. Cos'è una finta? Cos'è un gancio sinistro che parte come un jab? Cos'è un colpo d'assaggio? Cos'è pensare una cosa e farne un'altra?" Oddio, lo stesso si può sostenere anche per altri sport, ma nel pugilato la velocità psicologica, la reattività servono ad evitare il devastante pugno del ko.
Io e Lucio ci appassionammo poco alle vicende di Carnera, ci appariva un mito, una leggenda, ma sfocata e lontana dai nostri interessi; solo nel dopoguerra cominciai ad imbattermi in figure di pugili che attrassero la mia attenzione. Li ritrovo ora nei ritratti che ne fa la Oates. Il repertorio dei nomi da lei citati è infinito, anche se nella lista non troviamo, mi pare, nessun italiano oltre il folkloristico Carnera, nemmeno i bravissimi Nino Benvenuti, Patrizio Oliva o il più grande in assoluto, Bruno Arcari. Per lei, massima espressione della boxe moderna è, l'ho già accennato, Cassius Clay, che famoso lo divenne già da dilettante, vincendo il titolo dei mediomassimi alle olimpiadi romane del 1960. Gli contendono il primo posto nella classifica il grandissimo Joe Louis o "l'imbattuto" Rocky Marciano, ma Cassius Clay assunse presto, "come atleta, campione e icona culturale", un significato "che va al di là dello sport e che nessun altro pugile ha mai raggiunto, né è probabile che raggiunga...".
la leggenda di Cassius Clay
Clay era un nero. Secondo la Oates "i pugili più straordinari sono neri", forse "the niggers" scaricano o, meglio, scaricavano in quel duro sport tutto il peso di frustrazione e di risentimento che covava la loro condizione di "coloured", "diseredati dalla nostra società del benessere" e condannati a vivere in "ghetti impoveriti... dove la rabbia, se non il furore, ha ragione di esistere". Prima di Muhammad, Joe Louis aveva quasi assunto il ruolo di "vendicatore" della razza battendo per k.o. nel 1938, nei soli centoventiquattro secondi dell' "incontro di boxe più famoso della storia americana", il rappresentante della razza superiore ariana, il tedesco Max Schmeling. Ma Muhammad divenne "il portatore dell'immagine di un'epoca" influenzando, con i suoi comportamenti "ostentati e controversi", seguiti spasmodicamente dall'"attezione mediatica", "una nuova generazione di neri". Al di là dell'evento sportivo e delle sue cinquantasei vittorie (e solo cinque sconfitte) Cassius Clay fu figura carismatica. Assunse il nome di Muhammad Alì all'epoca delle grandi battaglie per i diritti civili dei neri e della guerra in Vietnam, diventando così, oltre che un pugile, una figura politica. Polemizzò con il governo e l'autorità e nel 1967, durante la guerra nel Vietnam, rifiutò di vestire la divisa militare ("Sentite, io non ho nente contro questi vietcong") così diventando "una delle figure più denigrate d'America"; addirittura, secondo il Dipartimento di Stato,"un possibile rischio per la sicurezza". Figuriamoci cosa gli accadrebbe oggi, la conversione all'islamismo lo farebbe diventare bersaglio di ogni polemica antiterrorista.
L'ente americano preposto al pugilato gli tolse la licenza e Cassius/ Ali perse, credo, cinque anni di carriera. Dopo vari processi e appelli, la Corte Suprema degli Stati Uniti lo reintegrò nei suoi diritti e il grande pugile ritornò a combattere. Poté così sostenere incontri passati alla storia, del costume prima ancora che della boxe. Tre (la cosidetta "Ali-Frazier trilogy") furono quelli che sostenne con Joe Frazier, uno con George Foreman. Il primo incontro con Frazier si svolse nel 1971 e viene definito come "Fight of the Century", "Incontro del secolo" (8 marzo 1971, New York). Era valido per il Campionato del mondo WBA-WBC, e fu vinto da Frazier. I due sostennero il secondo match nel 1974 sempre a New York, il terzo a Thrilla a Manila, nelle Filippine, nell'ottobre del 1975. Vinse Ali.
un astuto stratagemma
Il match tra Ali e Foreman ebbe luogo nell'ottobre del 1974. Viene ricordato come "The Rumble in The Jungle" ("La rissa nella giungla") perché si svolse allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). George Foreman era il campione del mondo in carica, Alì lo era stato e voleva riprendersi il titolo per diventare così il secondo a riuscire nell'impresa dopo Floyd Patterson. Fu in questa occasione che Ali utilizzò in modo sopraffino la tecnica del "rope-a-dope". Il nome, dicono le leggende, era originalmente "dope on the ropes", la forma con cui divenne famoso è dovuta ad un pubblicista, tal John Condon. Durante le prime sette riprese, Ali continuamente indietreggiava davanti agli attacchi di Foreman, appoggiandosi alle corde del ring. Da una parte, grazie alla loro elasticità, la trovata attutiva i colpi di Foreman, dall'altra lo sfiancava costringendolo ad un dispendio enorme di energie nello sforzo di inseguire e aggredire Ali e buttarlo giù. Quando, verso la fine dell'ottavo round, si accorse che Foreman era stremato, Ali sferrò una serie di jab e uppercut che fecero crollare il rivale al tappeto per il conteggio finale. Foreman accusò gli allenatori di Ali di aver allentato le corde per favorire il loro campione, e accampò numerose altre scuse per spiegare la sconfitta. Tempo dopo, i due si riconciliarono. Alla consegna dei Premi Oscar dove Ali veniva premiato per "When We Were Kings" - un documentario sull'incontro in Zaire - il fuoriclasse ebbe difficoltà a salire sul palco per via del Parkinson. Fu aiutato a salire i gradini da Foreman. in seguito Foreman si sarebbe ripreso il titolo confermandosi come un vero campione.
Un bel libro che si legge d'un fiato, quello della Oates, seria documentazione ma anche omaggio a quella che, protetta ma anche praticata nel XVIII secolo dagli aristorcratici inglesi, venne definita la "noble art". Affettuosamente, la Oates ci ricorda infine che "la boxe è calata in uno spazio sacro che esisteva prima della civiltà o, per usare una frase di D.H. Lawrence, 'prima che Dio fosse amore' ".
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