LO SPAZIO SACRO DELLA BOXE
da "Cronache del Garantista", 13 marzo 2015
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Tempo fa ho (ri)visto in TV un film di John Ford del 1952, "The quiet man", starring John Wayne e Maureen O'Hara, forse la più bella rossa di Hollywood. Il film è prettamente fordiano anche se la location è in un borgo d'Irlanda, paese di origine del regista. Dall'idillio dell'innamoramento dei due si sale in crescendo verso un finale, possiamo dire, epico, anzi epico-grottesco, con una memorabile scazzottata tra John Wayne e Victor Mac Laglen che coinvolgerà via via l'intero paese, compresi il prete cattolico e il pastore protestante, in una generale ammucchiata tra pascoli di pecore e stradine di pietra. Ovvia conclusione al pub, tra fiumi di birra - immaginiamo la scura Guinness, gloria d'Irlanda. Sì, Ford è sempre affettuoso.
La scazzottata è un topos forse oggi un po' dimenticato e desueto, ma ha funzionato a lungo come elemento catalizzatore nel quale scaricare le tensioni - serie e drammatiche o, come in questo caso, ironiche e giocose - di un film. Nei western, poi, è (o era) un elemento indispensabile. In uno tra i più famosi, "Il cavaliere della valle solitaria" (George Stevens, 1953), la scazzottata ha sottili risvolti psicologici: Alan Ladd e Van Heflin sono innamorati della stessa donna, la moglie di Van Heflin. Non se lo dicono, ma alla fine daranno vita a una scazzottata anch'essa memorabile, nella quale le non confessate gelosie, i sotterranei e sottaciuti risentimenti, alla fine esplodono. Anche qui, come nel film di Ford, la scazzottata è un momento di catarsi benefica. Direi anzi che la scazzottata filmistica, specie nei western, raramente è provocata da odi e violenze negative. Per questo è piuttosto dettagliata, la sequenza è lunga, insistita, godibile: tanto, alla fine c'è la riconciliazione positiva. Qualche volta i cazzotti sono invece espressione di odio o di sentimenti negativi, e allora la sequenza è solo aspettativa e attesa di morte; come ad esempio la scazzottata di un altro grande film, "I giovani leoni" (Edward Dmytryk, 1958), con Montgomery Clift nella parte del debole, del "piccolo" che attraverso la dura prova difende la sua identità (di ebreo) maltrattata e vilipesa dalla società violenta.
uno sport molto americano
Credo che la scazzottata filmistica sia un topos molto americano, non ho ricordo (potrei però sbagliare) di grandi scazzottate nella filmistica europea. In fondo, la scazzottata è un altro modo di raccontare l'etica americana, l'etica del confronto a due, del duello aperto, virile, quasi sempre leale, ma anche un po' machista. Nel suo godibilissimo libro "Sulla boxe" (edizioni 66THAND2ND, 2015, 17,00 euro), la scrittrice (americana) Joyce Carol Oates percorre e ripercorre storia e cronache di boxe che hanno al loro centro l'America - "è il nostro sport più controverso", afferma - e i suoi impareggiabili campioni, tra i quali brillano Tyson e Cassius Clay alias Muhammad Alì, "il peso massimo più geniale dei tempi moderni". Per lei non vi è dubbio che quello sport (o non sport: "Ma che cos'è poi lo sport?"...) è essenzialmente machista, forse anche "potentemente omoerotico" (e stupisce che lei, donna, se ne sia così ardentemente appassionata, fino a diventarne - il libro ce lo garantisce - una autentica esperta). Secondo la Oates il culmine della parabola americana di questo sport va collocato negli anni venti, ma anche nell'immediato secondo dopoguerra la boxe era, non solo attorno al ring del mitico Madison Square Garden, sport assai diffuso, popolare e seguito. Persino da intellettuali snob: Hemingway pare se ne intendesse, scrittore eccellente di boxe fu Norman Mailer. Fuori d'America, il francese Marcel Cerdan, amante della cantante Edith Piaf, ebbe fan nella migliore società.
io, boxeur immaginario
Ho sempre amato la boxe, purtroppo ho mai visto un incontro se non alla televisione. Oggi è difficile assistere ad un incontro di qualità, la TV ne trasmette qualcuno, piuttosto mediocre, in ore impossibili, ma un tempo la boxe offriva spettacoli indimenticabili. I grandi pugili erano come ballerini, come scultori, artisti in piena regola, era un autentico piacere osservarli mentre danzavano (si dice proprio così, i pugili "danzano" saltellando qua e là per non offrire un bersaglio all'avversario) e ogni mossa, ogni spostamento del corpo o del capo ha un senso preciso, segue regole ferree da cui dipende molto, a volte anche la vita. Io stesso ho fatto boxe anche se, correttamente, dovrei dire che ho fatto a pugni. Ero un adolescente, frequentavo le scuole medie, non avevo dunque più di tredici-quattordici anni. Avevo allora un grande amico, Lucio, con cui condividevo la giornata e tutto quello che la giornata potesse contenere, dai giochi alle illusioni e fantasie dell'età, fino alla preparazione dei compiti scolastici, che ci dividevamo equamente e ci scambiavamo spudoratamente, alla faccia dei professori. Andavamo a scuola assieme, la mattina, e tornavamo a casa assieme. Dovevamo a un certo punto traversare un prato incolto, uno straccio ondulato di erbacce tra due strade parallele su cui non si era ancora affacciata la speculazione edilizia. Arrivavamo al centro del prato, gettavamo a terra le cartelle, ci toglievamo, quando le avevamo, giacche o cappotti, e cominciavamo a fare a pugni. Non c'era un motivo perché ci picchiassimo, eravamo molto amici, ma i nostri pugni calavano, con voluttà direi, sulle guance arrossate o in mezzo all'esile torace del poco attendibile avversario. Dopo un po', stanchi, smettevamo, riprendevamo abiti e cartelle e tornavamo, sempre assieme, a casa.
La cosa ci piaceva, escogitai un modo per renderla ancora più attraente. Tra la cianfrusaglie di mia madre pescai un pezzo di stoffa robusta, mi pare di ricordare fosse di quel tessuto che si usava per le divise militari, detto grigioverde ma in realtà più verde che grigio. Chiesi a mia madre di ritagliarvi e di cucirne quattro sacchetti di cui le diedi le misure. Li riempii di stracci di ogni stoffa, colore e tipo. Infilando la mano tra questi ritagli, avevamo quasi dei veri guantoni da boxe. Perfino il colore si addiceva alla funzione. Chiamai Lucio, nella mia stanza spostammo da un lato il tavolo su cui di solito facevo i compiti, e cominciammo a darcele di santa ragione. Fieri dei nostri bellissimi guantoni, cercammo di imitare i veri boxeurs, il loro repertorio di mosse, i colpi essenziali, il jab e il cross, l'uppercut, il punch o lo hook, le finte, le schivate, il continuo saltellare. Della variegata terminologia, specialmente quella - così affascinante - inglese, divenni esperto quando, anni dopo, divorai un paio di manuali di boxe. I miei assaggi adolescenziali come boxeur non furono un gran che, pochi lo sanno ma la boxe è una pratica complessa. Nel suo film "Million dollar baby" (Clint Eastwood, 2004), l'allenatore Clint Eastwood dice alla giovane appassionata allieva che "nella boxe devi sempre fare il contrario di quello che ti sentiresti di dover fare". La Oates va sul lirico, e sostiene che "sul ring...il pugile 'nato'...coltiverà una...doppia personalità per vanificare la strategia di gioco" dell'avversario. I pugili, "come i giocatori di scacchi, devono prendere decisioni su due piedi, devono essere capaci di improvvisare nel bel mezzo del combattimento". Cita poi José Torres, un ex campione del mondo dei pesi mediomassimi: "Noi pugili c'intendiamo di bugie. Cos'è una finta? Cos'è un gancio sinistro che parte come un jab? Cos'è un colpo d'assaggio? Cos'è pensare una cosa e farne un'altra?" Oddio, lo stesso si può sostenere anche per altri sport, ma nel pugilato la velocità psicologica, la reattività servono ad evitare il devastante pugno del ko.
Io e Lucio ci appassionammo poco alle vicende di Carnera, ci appariva un mito, una leggenda, ma sfocata e lontana dai nostri interessi; solo nel dopoguerra cominciai ad imbattermi in figure di pugili che attrassero la mia attenzione. Li ritrovo ora nei ritratti che ne fa la Oates. Il repertorio dei nomi da lei citati è infinito, anche se nella lista non troviamo, mi pare, nessun italiano oltre il folkloristico Carnera, nemmeno i bravissimi Nino Benvenuti, Patrizio Oliva o il più grande in assoluto, Bruno Arcari. Per lei, massima espressione della boxe moderna è, l'ho già accennato, Cassius Clay, che famoso lo divenne già da dilettante, vincendo il titolo dei mediomassimi alle olimpiadi romane del 1960. Gli contendono il primo posto nella classifica il grandissimo Joe Louis o "l'imbattuto" Rocky Marciano, ma Cassius Clay assunse presto, "come atleta, campione e icona culturale", un significato "che va al di là dello sport e che nessun altro pugile ha mai raggiunto, né è probabile che raggiunga...".
la leggenda di Cassius Clay
Clay era un nero. Secondo la Oates "i pugili più straordinari sono neri", forse "the niggers" scaricano o, meglio, scaricavano in quel duro sport tutto il peso di frustrazione e di risentimento che covava la loro condizione di "coloured", "diseredati dalla nostra società del benessere" e condannati a vivere in "ghetti impoveriti... dove la rabbia, se non il furore, ha ragione di esistere". Prima di Muhammad, Joe Louis aveva quasi assunto il ruolo di "vendicatore" della razza battendo per k.o. nel 1938, nei soli centoventiquattro secondi dell' "incontro di boxe più famoso della storia americana", il rappresentante della razza superiore ariana, il tedesco Max Schmeling. Ma Muhammad divenne "il portatore dell'immagine di un'epoca" influenzando, con i suoi comportamenti "ostentati e controversi", seguiti spasmodicamente dall'"attezione mediatica", "una nuova generazione di neri". Al di là dell'evento sportivo e delle sue cinquantasei vittorie (e solo cinque sconfitte) Cassius Clay fu figura carismatica. Assunse il nome di Muhammad Alì all'epoca delle grandi battaglie per i diritti civili dei neri e della guerra in Vietnam, diventando così, oltre che un pugile, una figura politica. Polemizzò con il governo e l'autorità e nel 1967, durante la guerra nel Vietnam, rifiutò di vestire la divisa militare ("Sentite, io non ho nente contro questi vietcong") così diventando "una delle figure più denigrate d'America"; addirittura, secondo il Dipartimento di Stato,"un possibile rischio per la sicurezza". Figuriamoci cosa gli accadrebbe oggi, la conversione all'islamismo lo farebbe diventare bersaglio di ogni polemica antiterrorista.
L'ente americano preposto al pugilato gli tolse la licenza e Cassius/ Ali perse, credo, cinque anni di carriera. Dopo vari processi e appelli, la Corte Suprema degli Stati Uniti lo reintegrò nei suoi diritti e il grande pugile ritornò a combattere. Poté così sostenere incontri passati alla storia, del costume prima ancora che della boxe. Tre (la cosidetta "Ali-Frazier trilogy") furono quelli che sostenne con Joe Frazier, uno con George Foreman. Il primo incontro con Frazier si svolse nel 1971 e viene definito come "Fight of the Century", "Incontro del secolo" (8 marzo 1971, New York). Era valido per il Campionato del mondo WBA-WBC, e fu vinto da Frazier. I due sostennero il secondo match nel 1974 sempre a New York, il terzo a Thrilla a Manila, nelle Filippine, nell'ottobre del 1975. Vinse Ali.
un astuto stratagemma
Il match tra Ali e Foreman ebbe luogo nell'ottobre del 1974. Viene ricordato come "The Rumble in The Jungle" ("La rissa nella giungla") perché si svolse allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). George Foreman era il campione del mondo in carica, Alì lo era stato e voleva riprendersi il titolo per diventare così il secondo a riuscire nell'impresa dopo Floyd Patterson. Fu in questa occasione che Ali utilizzò in modo sopraffino la tecnica del "rope-a-dope". Il nome, dicono le leggende, era originalmente "dope on the ropes", la forma con cui divenne famoso è dovuta ad un pubblicista, tal John Condon. Durante le prime sette riprese, Ali continuamente indietreggiava davanti agli attacchi di Foreman, appoggiandosi alle corde del ring. Da una parte, grazie alla loro elasticità, la trovata attutiva i colpi di Foreman, dall'altra lo sfiancava costringendolo ad un dispendio enorme di energie nello sforzo di inseguire e aggredire Ali e buttarlo giù. Quando, verso la fine dell'ottavo round, si accorse che Foreman era stremato, Ali sferrò una serie di jab e uppercut che fecero crollare il rivale al tappeto per il conteggio finale. Foreman accusò gli allenatori di Ali di aver allentato le corde per favorire il loro campione, e accampò numerose altre scuse per spiegare la sconfitta. Tempo dopo, i due si riconciliarono. Alla consegna dei Premi Oscar dove Ali veniva premiato per "When We Were Kings" - un documentario sull'incontro in Zaire - il fuoriclasse ebbe difficoltà a salire sul palco per via del Parkinson. Fu aiutato a salire i gradini da Foreman. in seguito Foreman si sarebbe ripreso il titolo confermandosi come un vero campione.
Un bel libro che si legge d'un fiato, quello della Oates, seria documentazione ma anche omaggio a quella che, protetta ma anche praticata nel XVIII secolo dagli aristorcratici inglesi, venne definita la "noble art". Affettuosamente, la Oates ci ricorda infine che "la boxe è calata in uno spazio sacro che esisteva prima della civiltà o, per usare una frase di D.H. Lawrence, 'prima che Dio fosse amore' ".
domenica 15 marzo 2015
sabato 7 marzo 2015
Domenico Segna
Intervista a Angiolo Bandinelli
"Giardini Crudeli"
Edizioni Pendragon, 2014
euro 10.00
Era una muraglia di ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche..”: una pagina non sempre ricordata de I Promessi sposi del Manzoni fa da esergo al tuo romanzo.
La pagina manzoniana mi ha detto che il grande scrittore osservava la natura, o almeno il giardinetto sotto casa, con occhi non molto dissimili dai miei, la sua pagina si fonde perfettamente con le mie. Io l'ho scoperta molto dopo aver finito il mio lavoro e leggerla mi ha persino sgomentato, perché mai avrei pensato di trovare così profonda affinità di atteggiamento in uno scrittore di altri tempi, gusti e, soprattutto, statura. Credo che la pagina manzoniana sia un “unicum” per densità, non penso di assere arrivato a quella sua polifonia. Generosi amici critici, parlando del mio libro, hanno anche evocato gli intrichi (intrighi?) verdi di Zola o Proust. Ma il giardino-peccato più affascinante è per me quello nel quale Lady Chatterley incontra segretamente e colpevolmente il guardiacaccia...
Un fazzoletto di terra eletto a simbolo, il tuo: la voglia di coltivare fiori, piante, così belle, così crudeli. Esse sembrano comportarsi come gli esseri umani, o piuttosto, in questo tuo libro, sono quest’ultimi che si comportano come delle piante. Da dove nasce questo amore per i giardini, quale è il tuo sguardo sugli uomini, sulle donne, su quei rari esseri umani, protagonisti di secondo piano, che metti in scena nelle pagine del tuo romanzo “Giardini crudeli”?
L'amore per i giardini mi è stato trasmesso da mia moglie, scozzese (non "inglese", amava precisare). Ma, in generale, i britannici - diciamo - sono, a differenza di noi latini ed italiani eredi di una millenaria tradizione "cittadina", figli di una cultura ancora profondamente legata alla terra. Uno dei loro grandi stereotipi umani e civici è il "Country Gentleman", etc. In più, il padre di mia moglie era un esperto agronomo, amministratore di grandi "farm", e mia moglie è vissuta, da bambina, in un ambiente ricco di natura. Da grande, magari, ne scappò via, per andare a vivere a Londra, o a Boston o infine Roma. Ma quando comperammo il nostro giardinetto umbro lei ritrovò le sue radici, e mi ci avvolse. Cominciammo a curare il pezzetto di terra, e per me fu una scoperta, una vera novità, anche se io stesso vengo da un ceppo campagnolo (toscano) se non contadino: mia nonna faceva il pane in casa, e io amavo l'odore che saliva dalla madia dove lei impastava la farina. Forse dalle scoperte fatte nel nostro giardino nasce una sorta di distacco dall'"umano", che passa in secondo piano rispetto alla "natura" per poi assumere da questa sensazioni, emozioni, vincoli, passioni e magari vizi, con un rovesciamento sicuramente non molto usuale, sul piano letterario. I critici di una Agenzia letteraria cui avevo inviato il dattiloscritto si meravigliarono, e mi risposero che sembrava proprio che i personaggi del racconto fossero le piante. Per loro era strano: evidentemente non avevano capito nulla di quelle mie pagine.
Leggendo “Giardini crudeli” mi sono ritrovato immerso in una sorta di distopia, a tratti mi ha fatto venire in mente un “conte philosophique”, un racconto filosofico di Voltaire…rovesciato. Dopo aver conosciuto tutti i mali della vita, l'unica certezza, conclude Candido, il protagonista dell’omonimo romanzo volterriano, è "che bisogna coltivare il proprio giardino". Il problema è che queste piante, questi fiori, questo stesso giardino sono il nostro miserabile specchio e, dunque, anche quest’unica certezza del povero Candido sembra avere in te come sbocco un “nichilismo religioso”. In fondo così Ti ho sempre visto, un “nichilista religioso” dall’ironico sorriso che ancora mantieni intatto.
Sono onorato di sentirti dire che il mio libro ha qualcosa del "conte philosophique", alla Voltaire. Un amico critico, Matteo Marchesini, lo ha definito "una parabola". E' indubbio che in me ci sia qualcosa del moralista, in fondo i miei studi più profondi e intensi sono stati di carattere filosofico, e Sant'Agostino, con le sue "Confessioni", è un mio grande amore. Ma sono diffidente di etichette e definizioni, anche di una assai prestigiosa (o almeno snobistica) quale è l'esser visto come un “nichilista religioso”. Ma non va dimenticato che forse nei miei giardini, che io ho chiamato “crudeli”, c'è anche un bel pizzico di Sade. Mentre scrivevo non pensavo proprio a cose del genere, l'ipotesi è stata avanzata da poco, e mi ha inizialmente stupito. Forse questa connotazione di sadismo, se non di crudeltà, non piacerà al lettore. Oggi (ma forse sempre) si ama il “lieto fine”, che non fa pensare. Beh, il mio libro non è di questo genere. Magari non ci sono riuscito, ma la mia ambizione è fare pensare un po'...
Crociano impenitente, del filosofo abruzzese – lo so che lui si considerava napoletano, ma un napoletano che passava tutte le estati in montagna mi sembra un bizzarro ossimoro, un strano incrocio di una pianta coltivata tra le zolle di Saturno – hai prediletto il suo ultimo periodo: in una tua poesia lo immagini come ipnotizzato dal “verde orrore”, una Vita, nella sua crudezza virente destinata a sommergere, come ha sottolineato Matteo Marchesini, le categorie dei distinti.
Croce è un filosofo in senso innanzitutto etico: direi, curiosamente, alla Shaftesbury. Croce ci indica dei valori umani, colti dagli "exempla" forniti dallo studio della storia, che per lui è innanzitutto storia "etica": anche se, negli ultimissimi anni, rivalutò un certo vitalismo, come radice (toh!) profonda e ineliminabile dell'Essere o, se vuoi, della Coscienza.
Eliot, un santo giglio, Coleridge, un’illegale mariujana, Stevenson una pianta rampicante: Angiolo Bandinelli, radicale storico, a quale pianta vorresti essere associato?
Facciamo un mix? Mia moglie organizzava dei vasi con dentro poutpourri di foglie e petali di vari fiori. Ne venivano fuori profumi ed odori molto belli.
Domenico Segna
martedì 24 febbraio 2015
SEGMENTI DI TEORIA POLITICA RADICALE
da (Cronache del Garantista, 22/02/2015)
Le idee? Camminano sui corpi
“Dal corpo del malato al cuore della politica”. E' il motto, l'insegna, sotto la quale l'Associazione Luca Coscioni conduce le sue battaglie. E' un motto, una insegna di grande spessore: evoca i temi e i problemi che una seria e forte politica sanitaria/assistenziale dovrebbe affrontare per far sì che i corpi malati vengano seguiti, curati, secondo le migliori norme e disposizioni possibili. Su questi temi e problemi, l'Associazione è sempre attenta - addirittura da una posizione di avanguardia - pungolando costantemente le autorità responsabili perché reperiscano i mezzi economici ed umani, ammodernino le strumentazioni, adeguino i trattamenti così che il malato, il disabile, il sofferente possano ricevere l'assistenza migliore possibile e persino recuperare, grazie ai ritrovati della tecnica, una parte almeno delle abilità e capacità perdute. L'Associazione si occupa anche della morte, in quanto anch'essa è "momento" della vita. Ma con quel suo motto si spinge ben più avanti: ci avverte che il corpo è non solamente - come pure deve essere - "oggetto", "cura", della politica; della politica è soprattutto "soggetto". Forse, ne è il vero, ultimativo soggetto.
Siamo dinanzi ad una rivoluzione culturale, che ha lontane origini e determina uno specifico modello politico destinato ancora, probabilmente, ad un lungo cammino. A mettere in moto questa rivoluzione furono in Italia, oltre mezzo secolo fa, i radicali guidati da Marco Pannella. Provenivano da esperienze ideali diverse, il nucleo centrale direttamente dalla breve parabola di quel partito radicale che era nato, nel 1955, per iniziativa di liberali, azionisti, socialisti (più un nutrito gruppetto di giovani usciti dalle esperienza della politica universitaria) ma presto si era esaurito e agli inizi degli anni '60 stava agonizzando, per le inadeguatezze di una classe dirigente non preparata al compito e non sufficientemente attenta e disponibile verso le novità che stavano manifestandosi su scala mondiale e richiedevano forme nuove di impegno politico e sociale. I radicali che assunsero, dietro a Marco Pannella, la responsabilità di quella tradizione e di quel nome, seppero invee essere pienamente contemporanei delle grandi rivoluzioni che stavano sconvolgendo la scena politica americana per poi propagarsi, globalmente, in tutto l'Occidente.
i figli dei fiori
Nei primi anni '60 nasceva nella Università di Berkeley, in California, il "Free Speech Movement" in opposizione alla guerra nel Vietnam. Nel 1969, nel corso di una famosa "protesta" al Parco del Popolo circa l'utilizzazione di un lotto di terra, gli studenti entrarono in conflitto con la Guardia Nazionale: se non il seme, fu l'abbrivio di un movimento culturale e politico che rovesciò e riformulò i canoni dell'etica pubblica, delle istituzioni e persino dell'economia. Nasceva in quegli ambiti la cultura "hippie" dei cosidetti "figli dei fiori" , destinata a diffondersi in tutto il mondo. Il termine «hippie» deriva da «hipster», ed era stato inizialmente utilizzato per descrivere i "beatnik" che avevano ereditato i valori della "Beat Generation" creando comunità i cui membri esploravano, attraverso l'impiego di stupefacenti, il rock e la rivoluzione sessuale, le emozioni e gli stati profondi della coscienza. Intransigenti antimilitaristi (anche se totalmente avversari del contemporaneo pacifismo di stampo filosovietivco) si opposero alla guerra nel Vietnam, inalberando motti divenuti presto famosi, "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" e l'erasmiano "Fate l'amore, non la guerra". Nel 1967 lo "Human Be-In", un raduno giovanile tenutosi a San Francisco, rese popolare la cultura hippie preparando il terreno per la leggendaria "Summer of Love" dell'estate 1967 e per il festival di Woodstock di due anni dopo. La ricerca della totale libertà per l'individuo era il significato insito nel loro stile di vita. La rivoluzione si espanse a macchia d'olio.
Dagli anni sessanta ad oggi, la moda e i valori "hippie" hanno avuto un notevole impatto sulla società, molti suoi aspetti e stili di vita sono diventati di comune dominio. La diversità culturale e religiosa, l'attenzione prestata ad ogni elemento spirituale che si contrapponga alla società consumista, hanno raggiunto pubblici eterogenei, in una miriade di forme. Ma, al di là del folklore, la cultura hippy ha investito nel profondo la prassi e la teoria del far politica, innestando prepotentemente al suo centro, per la prima volta, il corpo. Nasceva qui il moderno libertarismo, che sostituiva - anche sul piano teorico - il tradizionale liberalismo. Del liberarismo - diciamo - alla Constant, il libertarismo nato nei campus americani coglieva il rispetto per il diritto e la legge. Prendeva però, subito dopo, altre strade. Non a caso le sue radici profonde riemergevano dalla fine dell'ottocento, dalla epopea di una Londra vittoriana attraversata dai fremiti innovatori di un socialismo "umanitario" di altissime ambizioni. In che cosa il libertarismo nato da quel socialismo premarxista si distingueva dal liberalismo, diciamo così, classico? Il liberalismo insegnava ad agire sulle istituzioni attraverso il partito e cercava di modificare e migliorare le leggi mettendo in campo procedimenti e canali legalitari e parlamentari. Il libertarismo sviluppatosi a partire da una cultura socialista e dalla prassi dei figli dei fiori pose il singolo, l'individuo, come diretto interlocutore - nella sua fisicità - delle istituzioni. Ed era un singolo che rivendicava per sé - ma non solo per sé - nuovi diritti, mai fino ad allora entrati nel circolo della politica: i "diritti civili". Nasceva il concetto e la speranza di una democrazia nuova, integrale, attenta alla "persona".
l'individuo, non il partito
Pur rispettoso dell'iniziativa partitico-parlamentare di stampo liberale, il libertario apre l'interlocuzione con l'Istituzione ponendo in atto una serie di pratiche a carattere fortemente individuale, soggettivo. Il modello essenziale e fondamentale della sua prassi politica è l'"azione diretta": il libertario utilizza, come strumento di lotta, innanzitutto il suo proprio corpo, nella sua fisicità e visibilità. La politica liberale si fa in parlamento, quella libertaria nasce per la strada. Con i più classici sit.in (o i "walk around" e le "cartellonate" dei radicali italiani) grazie ai quali attirare l'attenzione dei media e della stampa (e quindi fare informazione) ma anche con l'arma dello sciopero della fame, può porre all'opinione pubblica, direttamente piuttosto che attraverso il parlamento, le sue domande, i suoi interrogativi. L'iniziativa dei pochi, addirittura del singolo, diventa tema di una più vasta riflessione e iniziativa. Il libertario non è però un violento, non può essere assimilato ad alcuni movimenti di "dissenso" che hanno occupato recentemente le piazze americane o europee, dagli "Occupy" agli "Indignados" ai "Podemos", ai rivoluzionari delle primavere arabe fino ai grillini italiani che pure si richiamano all'individualismo e praticano un antistatualismo esasperato. Anche in questi movimenti è viva una carica libertaria (che si nutre anche dall'uso del web e dei "social network", ambiziosi di praticare una informazione "alternativa", svincolata dalle pastoie, dagli obblighi, dalle reticenze, dai silenzi e anche dalle menzogne di quella praticata dai "media" istituzionali) ma i metodi non sono paragonabili con quelli del libertario nato dal grande filone anglosassone/americano degli anni sessanta e dalle sue attuali propaggini, quando e dove esistano. Questo libertario pone innanzitutto un problema di legalità, chiede che i suoi diritti ("diritti civili") vengano riconosciuti da una legge votata in parlamento. Il diritto è esempre un punto obbligatorio di riferimento, la legge richiesta viene spesso presentata e suggerita nelle sue articolazioni, mentre i movimenti di tipo "Occupy" - movimenti più di rivolta che di proposta - non hanno una pari rigorosa determinatezza negli obiettivi e molto spesso si (auto)limitano all'agitazione di una protesta diretta contro la "casta" politica, indicata cone responsabile dell'attuale, globale, crisi, o anche contro un "mercatismo" che favorirebbe (anche secondo uno studioso oggi di moda, Picketty) una inaccettabile diseguaglianza nella ripartizione dei beni e dlle ricchezze.
Sicuramente, dietro alla protesta ci sono ragioni politicamente anche profonde, che però richiederebbero un altro, diverso approccio (forse ce ne occuperemo più avanti).
l'individuo, non la massa
Per gli attuali movimenti, comunque, quel che conta è la massa: la massa che gremisce la piazza, che sfida la polizia e le forze dell'ordine con la massiccia quantità dei patecipanti all'evento, ecc. Il libertario agisce invece, al meglio, da solo. In questa sua visibile solitudine sprigiona tutta la dialettica politica del confronto tra, appunto, l'individo, e l'istituzione. All'istituzione anonima, il libertario oppone se stesso, con tanto di nome e cognome, ponendo a volte a repentaglio, comunque sempre esponendo il suo proprio corpo: non si copre il volto con il fazzoletto, non fa nulla per sfuggire alla arresto o alla cattura. Al massimo, darà vita ad un sit-in per rimuoverlo da quale le forze dell'ordine dovranno sollevarlo di peso. Mette così in moto una dialettica carica di implicazioni teoriche di estrema attualità, se è vero che la (ri)fondazione delle istituzioni statuali e di governo dovrà tener conto dei "ciritti civili", che per definizione sono diritti dell'individuo. Da questa differenza di metodo, oltre che di obiettivi, la preoccupazione che i recenti movimenti del dissenso possano naufragare nei loro intenti: essi non danno spazio all'individuo, all'individuo che con la sua consapevole iniziativa di "disobbedienza civile" si trasforma in "soggetto", visibile e determinato, della politica. Questa incapacità a proporre un interlocutore precisamente individuabile, un vero "soggetto", può avere la conseguenza che i movimenti del dissenso non ottengano i risultati prefissi ed anzi, in molti casi, finiscano col rafforzare l'elemento autoritario e "reazionario" del potere, che si arrocca in sé giustificando questa sua chiusura con la necessità di difendere le istituzioni dalla violenza cieca della piazza, accusata di essere disgregatrice, incapace di assumere responsabilità di governo. I radicali italiani nati negli anni sessanta sono libertari nel senso più stretto: ogni loro iniziativa è responsabile iniziativa di governo.
l'individuo si fa "soggetto"
Il potere teme il confronto con l' "individuo", avverte che costui richiama e mette in moto cospicui elementi di confronto ideale e istituzionale. Per questo cerca di demonizzarlo, ne distorce l'immagine dinanzi all'opinione pubblica, quando non riesce a seppellirla nel silenzio. Il potere (volto violento dell'autorità) fa informazione, fa persino pubblicità alla rivolta delle masse dissenzienti, ben sapendo che l'immagine della massa scomposta e violenta spaventa l'opinione pubblica; cerca invece accuratamente di non far vedere il volto e il corpo di chi fa lo sciopero della fame o pratica un sit-in mentre viene caricato dalla polizia assieme al suo cartello, perché sa bene che l'opinione pubblica - anche la più moderata e restia - finirà col parteggiare simpateticamente con l'inerme manifestante. Che in quel momento non è più solamente l'"individuo", ma diventa "soggetto". L'individuo, nel suo storico manifestarsi ad opera dell'Illuminismo settecentesco, si "contrappone" allo Stato ed al potere, ma in forme inadeguate e confuse. Nel contrapporsi, il "soggetto" libertario agisce, opera, dialoga, si muove attraverso la cronaca e cerca di toccare la Storia.
rischi ed equivoci
C'è un rischio, che qualcuno ha recentemente avvertito: quello di dare una interpretazione estetizzante al tema del rapporto tra politica e corpo. Il fascismo, come - paradossalmente - il terrorismo (o, durante la seconda guerra mondiale, i kamikaze giapponesi che si suicidavano gettandosi con il loro aereo sulle navi avversarie) pose il corpo al centro della sua azione politica: ma lo fece offrendolo alla morte. Solo con la morte ("la bella morte") il corpo entrava in politica, ieri per i fascismi, oggi per i vari fondamentalismi. Per i radicali è il contrario. Per i radicali il corpo chiede di vivere, chiede salute. Il motto è "Vita del diritto, diritto alla vita".
da (Cronache del Garantista, 22/02/2015)
Le idee? Camminano sui corpi
“Dal corpo del malato al cuore della politica”. E' il motto, l'insegna, sotto la quale l'Associazione Luca Coscioni conduce le sue battaglie. E' un motto, una insegna di grande spessore: evoca i temi e i problemi che una seria e forte politica sanitaria/assistenziale dovrebbe affrontare per far sì che i corpi malati vengano seguiti, curati, secondo le migliori norme e disposizioni possibili. Su questi temi e problemi, l'Associazione è sempre attenta - addirittura da una posizione di avanguardia - pungolando costantemente le autorità responsabili perché reperiscano i mezzi economici ed umani, ammodernino le strumentazioni, adeguino i trattamenti così che il malato, il disabile, il sofferente possano ricevere l'assistenza migliore possibile e persino recuperare, grazie ai ritrovati della tecnica, una parte almeno delle abilità e capacità perdute. L'Associazione si occupa anche della morte, in quanto anch'essa è "momento" della vita. Ma con quel suo motto si spinge ben più avanti: ci avverte che il corpo è non solamente - come pure deve essere - "oggetto", "cura", della politica; della politica è soprattutto "soggetto". Forse, ne è il vero, ultimativo soggetto.
Siamo dinanzi ad una rivoluzione culturale, che ha lontane origini e determina uno specifico modello politico destinato ancora, probabilmente, ad un lungo cammino. A mettere in moto questa rivoluzione furono in Italia, oltre mezzo secolo fa, i radicali guidati da Marco Pannella. Provenivano da esperienze ideali diverse, il nucleo centrale direttamente dalla breve parabola di quel partito radicale che era nato, nel 1955, per iniziativa di liberali, azionisti, socialisti (più un nutrito gruppetto di giovani usciti dalle esperienza della politica universitaria) ma presto si era esaurito e agli inizi degli anni '60 stava agonizzando, per le inadeguatezze di una classe dirigente non preparata al compito e non sufficientemente attenta e disponibile verso le novità che stavano manifestandosi su scala mondiale e richiedevano forme nuove di impegno politico e sociale. I radicali che assunsero, dietro a Marco Pannella, la responsabilità di quella tradizione e di quel nome, seppero invee essere pienamente contemporanei delle grandi rivoluzioni che stavano sconvolgendo la scena politica americana per poi propagarsi, globalmente, in tutto l'Occidente.
i figli dei fiori
Nei primi anni '60 nasceva nella Università di Berkeley, in California, il "Free Speech Movement" in opposizione alla guerra nel Vietnam. Nel 1969, nel corso di una famosa "protesta" al Parco del Popolo circa l'utilizzazione di un lotto di terra, gli studenti entrarono in conflitto con la Guardia Nazionale: se non il seme, fu l'abbrivio di un movimento culturale e politico che rovesciò e riformulò i canoni dell'etica pubblica, delle istituzioni e persino dell'economia. Nasceva in quegli ambiti la cultura "hippie" dei cosidetti "figli dei fiori" , destinata a diffondersi in tutto il mondo. Il termine «hippie» deriva da «hipster», ed era stato inizialmente utilizzato per descrivere i "beatnik" che avevano ereditato i valori della "Beat Generation" creando comunità i cui membri esploravano, attraverso l'impiego di stupefacenti, il rock e la rivoluzione sessuale, le emozioni e gli stati profondi della coscienza. Intransigenti antimilitaristi (anche se totalmente avversari del contemporaneo pacifismo di stampo filosovietivco) si opposero alla guerra nel Vietnam, inalberando motti divenuti presto famosi, "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" e l'erasmiano "Fate l'amore, non la guerra". Nel 1967 lo "Human Be-In", un raduno giovanile tenutosi a San Francisco, rese popolare la cultura hippie preparando il terreno per la leggendaria "Summer of Love" dell'estate 1967 e per il festival di Woodstock di due anni dopo. La ricerca della totale libertà per l'individuo era il significato insito nel loro stile di vita. La rivoluzione si espanse a macchia d'olio.
Dagli anni sessanta ad oggi, la moda e i valori "hippie" hanno avuto un notevole impatto sulla società, molti suoi aspetti e stili di vita sono diventati di comune dominio. La diversità culturale e religiosa, l'attenzione prestata ad ogni elemento spirituale che si contrapponga alla società consumista, hanno raggiunto pubblici eterogenei, in una miriade di forme. Ma, al di là del folklore, la cultura hippy ha investito nel profondo la prassi e la teoria del far politica, innestando prepotentemente al suo centro, per la prima volta, il corpo. Nasceva qui il moderno libertarismo, che sostituiva - anche sul piano teorico - il tradizionale liberalismo. Del liberarismo - diciamo - alla Constant, il libertarismo nato nei campus americani coglieva il rispetto per il diritto e la legge. Prendeva però, subito dopo, altre strade. Non a caso le sue radici profonde riemergevano dalla fine dell'ottocento, dalla epopea di una Londra vittoriana attraversata dai fremiti innovatori di un socialismo "umanitario" di altissime ambizioni. In che cosa il libertarismo nato da quel socialismo premarxista si distingueva dal liberalismo, diciamo così, classico? Il liberalismo insegnava ad agire sulle istituzioni attraverso il partito e cercava di modificare e migliorare le leggi mettendo in campo procedimenti e canali legalitari e parlamentari. Il libertarismo sviluppatosi a partire da una cultura socialista e dalla prassi dei figli dei fiori pose il singolo, l'individuo, come diretto interlocutore - nella sua fisicità - delle istituzioni. Ed era un singolo che rivendicava per sé - ma non solo per sé - nuovi diritti, mai fino ad allora entrati nel circolo della politica: i "diritti civili". Nasceva il concetto e la speranza di una democrazia nuova, integrale, attenta alla "persona".
l'individuo, non il partito
Pur rispettoso dell'iniziativa partitico-parlamentare di stampo liberale, il libertario apre l'interlocuzione con l'Istituzione ponendo in atto una serie di pratiche a carattere fortemente individuale, soggettivo. Il modello essenziale e fondamentale della sua prassi politica è l'"azione diretta": il libertario utilizza, come strumento di lotta, innanzitutto il suo proprio corpo, nella sua fisicità e visibilità. La politica liberale si fa in parlamento, quella libertaria nasce per la strada. Con i più classici sit.in (o i "walk around" e le "cartellonate" dei radicali italiani) grazie ai quali attirare l'attenzione dei media e della stampa (e quindi fare informazione) ma anche con l'arma dello sciopero della fame, può porre all'opinione pubblica, direttamente piuttosto che attraverso il parlamento, le sue domande, i suoi interrogativi. L'iniziativa dei pochi, addirittura del singolo, diventa tema di una più vasta riflessione e iniziativa. Il libertario non è però un violento, non può essere assimilato ad alcuni movimenti di "dissenso" che hanno occupato recentemente le piazze americane o europee, dagli "Occupy" agli "Indignados" ai "Podemos", ai rivoluzionari delle primavere arabe fino ai grillini italiani che pure si richiamano all'individualismo e praticano un antistatualismo esasperato. Anche in questi movimenti è viva una carica libertaria (che si nutre anche dall'uso del web e dei "social network", ambiziosi di praticare una informazione "alternativa", svincolata dalle pastoie, dagli obblighi, dalle reticenze, dai silenzi e anche dalle menzogne di quella praticata dai "media" istituzionali) ma i metodi non sono paragonabili con quelli del libertario nato dal grande filone anglosassone/americano degli anni sessanta e dalle sue attuali propaggini, quando e dove esistano. Questo libertario pone innanzitutto un problema di legalità, chiede che i suoi diritti ("diritti civili") vengano riconosciuti da una legge votata in parlamento. Il diritto è esempre un punto obbligatorio di riferimento, la legge richiesta viene spesso presentata e suggerita nelle sue articolazioni, mentre i movimenti di tipo "Occupy" - movimenti più di rivolta che di proposta - non hanno una pari rigorosa determinatezza negli obiettivi e molto spesso si (auto)limitano all'agitazione di una protesta diretta contro la "casta" politica, indicata cone responsabile dell'attuale, globale, crisi, o anche contro un "mercatismo" che favorirebbe (anche secondo uno studioso oggi di moda, Picketty) una inaccettabile diseguaglianza nella ripartizione dei beni e dlle ricchezze.
Sicuramente, dietro alla protesta ci sono ragioni politicamente anche profonde, che però richiederebbero un altro, diverso approccio (forse ce ne occuperemo più avanti).
l'individuo, non la massa
Per gli attuali movimenti, comunque, quel che conta è la massa: la massa che gremisce la piazza, che sfida la polizia e le forze dell'ordine con la massiccia quantità dei patecipanti all'evento, ecc. Il libertario agisce invece, al meglio, da solo. In questa sua visibile solitudine sprigiona tutta la dialettica politica del confronto tra, appunto, l'individo, e l'istituzione. All'istituzione anonima, il libertario oppone se stesso, con tanto di nome e cognome, ponendo a volte a repentaglio, comunque sempre esponendo il suo proprio corpo: non si copre il volto con il fazzoletto, non fa nulla per sfuggire alla arresto o alla cattura. Al massimo, darà vita ad un sit-in per rimuoverlo da quale le forze dell'ordine dovranno sollevarlo di peso. Mette così in moto una dialettica carica di implicazioni teoriche di estrema attualità, se è vero che la (ri)fondazione delle istituzioni statuali e di governo dovrà tener conto dei "ciritti civili", che per definizione sono diritti dell'individuo. Da questa differenza di metodo, oltre che di obiettivi, la preoccupazione che i recenti movimenti del dissenso possano naufragare nei loro intenti: essi non danno spazio all'individuo, all'individuo che con la sua consapevole iniziativa di "disobbedienza civile" si trasforma in "soggetto", visibile e determinato, della politica. Questa incapacità a proporre un interlocutore precisamente individuabile, un vero "soggetto", può avere la conseguenza che i movimenti del dissenso non ottengano i risultati prefissi ed anzi, in molti casi, finiscano col rafforzare l'elemento autoritario e "reazionario" del potere, che si arrocca in sé giustificando questa sua chiusura con la necessità di difendere le istituzioni dalla violenza cieca della piazza, accusata di essere disgregatrice, incapace di assumere responsabilità di governo. I radicali italiani nati negli anni sessanta sono libertari nel senso più stretto: ogni loro iniziativa è responsabile iniziativa di governo.
l'individuo si fa "soggetto"
Il potere teme il confronto con l' "individuo", avverte che costui richiama e mette in moto cospicui elementi di confronto ideale e istituzionale. Per questo cerca di demonizzarlo, ne distorce l'immagine dinanzi all'opinione pubblica, quando non riesce a seppellirla nel silenzio. Il potere (volto violento dell'autorità) fa informazione, fa persino pubblicità alla rivolta delle masse dissenzienti, ben sapendo che l'immagine della massa scomposta e violenta spaventa l'opinione pubblica; cerca invece accuratamente di non far vedere il volto e il corpo di chi fa lo sciopero della fame o pratica un sit-in mentre viene caricato dalla polizia assieme al suo cartello, perché sa bene che l'opinione pubblica - anche la più moderata e restia - finirà col parteggiare simpateticamente con l'inerme manifestante. Che in quel momento non è più solamente l'"individuo", ma diventa "soggetto". L'individuo, nel suo storico manifestarsi ad opera dell'Illuminismo settecentesco, si "contrappone" allo Stato ed al potere, ma in forme inadeguate e confuse. Nel contrapporsi, il "soggetto" libertario agisce, opera, dialoga, si muove attraverso la cronaca e cerca di toccare la Storia.
rischi ed equivoci
C'è un rischio, che qualcuno ha recentemente avvertito: quello di dare una interpretazione estetizzante al tema del rapporto tra politica e corpo. Il fascismo, come - paradossalmente - il terrorismo (o, durante la seconda guerra mondiale, i kamikaze giapponesi che si suicidavano gettandosi con il loro aereo sulle navi avversarie) pose il corpo al centro della sua azione politica: ma lo fece offrendolo alla morte. Solo con la morte ("la bella morte") il corpo entrava in politica, ieri per i fascismi, oggi per i vari fondamentalismi. Per i radicali è il contrario. Per i radicali il corpo chiede di vivere, chiede salute. Il motto è "Vita del diritto, diritto alla vita".
mercoledì 28 gennaio 2015
Una inutile strage?
da "Il Foglio", 29/1/2015
Senza
il rituale scambio di strumenti diplomatici (così si conviene
ai
nostri tempi barbarici) la guerra è finalmente scoppiata.
Covava
sotto le ceneri. Un Occidente tormentato da qualche perplesso
distinguo scruta dagli spalti l'Islam avanzare come gli
arcieri nella
foresta di Macbeth, li vedi e non li vedi. Del conflitto
conosciamo
tutto: i contendenti, le opposte ragioni, le asimmetriche
strategie,
almeno qualcuno dei capi e comandanti. Teatro dello scontro?
Conosciamo anche questo, un quotato giornale ha pubblicato un
inserto
dal titolo eccitante: "Atlante dell'attacco al cuore
dell'Europa". Uno degli articoli proclama: "Dalle piazze,
la libertà". Sulle piazze si può discutere, l'importante è
che lo scontro sia letto come scontro tra "libertà"
(meglio: liberté) e "sottomissione", il preveggente titolo
dell'ormai famoso romanzo di Houellebecq. Niente vie di mezzo,
la
"sottomissione" - ovviamente all'Islam - sarebbe
l'inevitabile destino che l'Europa, perdendo la guerra, deve
attendersi. La sconfitta, peraltro, era decretata da tempo:
per una
quantità di intellettuali, politologi, opinionisti, da Samuel
Huntington, a Robert Kagan, a Bernard Lewis, etc., l'Europa è
un
territorio venusiano, devoto alla molle e imbelle dea della
seduzione
dei sensi, dimentico del maschio decisionismo di Marte. Ma
l'Europa è
sineddoche dell'intero Occidente: il giurista e politologo
cattolico
Boeckenfoerde sostiene che i disastri economici attuali
rivelano la
presenza di una spirale autodistruttiva che la modernità
occidentale sembra avere in sé. Il capitalismo occidentale
"non soffre
solo di propri eccessi, della bramosia e dell'egoismo degli
uomini
che agiscono in esso", ma segnala una crisi che tocca anche la
sua idea-guida "in quanto razionalità strumentale". A
disagio è l'intera architettura del sistema... E ora
aggiungete alla
lista la Francia: il saggista e giornalista del "Figaro"
Eric Zemmour, nel suo «Suicide français», sostiene che la
Francia dei francesi si sta autodistruggendo di fronte
all’Islam e
che forse si deve cominciare a pensare al rimpatrio di massa
di
quegli immigrati, come fu il caso per i francesi di Algeria
alla
proclamazione dell’indipendenza dell’ex colonia. Un fuggi
fuggi
generale, una resa senza condizioni.
Non
condivido questa (ri)costruzione. Mici incaponisco. Non penso
che
l'Occidente - e con esso l'Europa - sia la terra dell'occaso,
del
tramonto. L'Occidente non solo ha esportato fino a ieri tutti
i
valori costitutivi della e delle culture mondiali, ma ha ancor
oggi
immensi compiti che solo la sua tradizione e capacità
evolutiva
possono garantire. Il primo è, in assoluto, la difesa e la
promozione del concetto di persona, sua eredità e patrimonio
pressoché esclusivo. Questo concetto nasce della fusione di
tradizioni millenarie, dalla grecità classica e stoica a
quella
specificamente romana e a quella cristiana. Si intreccia, in
un
dialogo-scontro secolare, con quello di individuo, nel quale a
mio
avviso erroneamente si ispira in modo esclusivo la modernità.
Ha
dimensioni e confini vari, può dilatarsi dal nichilismo di
Cioran
fino al personalismo di Maritain, in un confronto e dibattito
serrato
ma, nel suo genere, unico. Sbaglierò, ma temo che in molte
culture
non occidentali poco se ne sappia e lo si apprezzi. E non
penso tanto
o solo alla cultura e spiritualità islamica quanto, per dire,
a
quella confuciana. I catastrofisti del tramonto
dell'Occidente,
rinfocolati dalla strage di Charlie Hebdo, hanno una strana
idea di
progresso e di civiltà: per costoro questi valori hanno senso
solamente nell'aggressività, nella esibita e ovviamente sempre
vincente superiorità militare e di conquista, comunque in una
reazione di tipo militar-poliziesco. Con la mia spicciola
cultura
liberale, io invece ritengo che non vi sia progresso che non
promani,
sviluppi e realizzi al possibile il concetto di persona. Che è
un
concetto eminentemente inclusivo. Non inerte né irenico, ma
esigentemente colloquiale: non annichila l'"altro".
Una
efferata coincidenza ha fatto sì che la strage dell'Charlie
Hebdo
arrivasse in contemporanea con l'uscita del libro di
Houellebecq così
assurto, da libello satirico qual era, ad espressione di una
pensiero
grande e profetico. Ma al massimo, a mio avviso,
"Sottomissione"
è un ennesimo esempio di visione utopica novecentesca,
preceduto da
molte altre opere del genere, da "Noi" di Zamyatin a
Orwell, allo Huxley de "Il mondo nuovo" e all'italianissimo
(e poco considerato) "L'Uomo è forte" di Corrado Alvaro
(rientra nel novero, parallelamente, anche "Arancia
meccanica",
di Stanley Kubrick). Le utopie elaborate dal Rinascimento di
Tommaso
Moro e Campanella fino a socialismo democratico e
solidarista di
Fourier puntavano, ottimisticamente, alla costruzione della
città
ideale, con molto Platone nella ricetta. L'utopia moderna è
stata
pessimista e catastrofista; soprattutto, queste opere si
ispiravano,
per satireggiarlo, al modello dello Stato sovietico, e in
generale,
totalitario. Quando quel sistema è crollato, hanno peduto
l'aura profetica, se mai l'hanno avuta, restano per il loro
valore
letterario.
mercoledì 17 dicembre 2014
Da:
Angiolo Bandinelli
"Giardini crudeli"
pagg. 78
Ediz. Pendragon, 2014
10,00 euro
Capitolo 3
Da
quando -
con Baudelaire -
la poesia è condannata all'urbano, tocca alla prosa penetrare le
lusinghe del paesaggio. Ma a suo rischio: può uscirne indenne, e può
esserne travolta e perirne. Il giardino è il labirinto, dentro ogni
giardino c'è un vago orrore di violenze e di blandizie, di sacrifici
crudeli. Chi riuscirà a cogliere i segreti e le metafore di un
giardino, le trame grazie alle quali i suoi proprietari consumano il
rapporto con uno spazio delimitato e fantastico, con una natura
ristretta eppure imprevedibile, quasi sempre fallendo e ritraendosene
amareggiati (e a noi resta solo farci strada attraverso l'impalpabile
e mai accettata incuria in cui decadono, prima o poi, i più belli e
famosi giardini)?
Ma
i giardini sono ormai rari. E' possibile che in città, anche nei
quartieri più aridi o sulle terrazze, scarni riquadri verdi di fiori
e piante abbiano un posto di riguardo e opulento, e ad essi si
rivolgono fruttuosamente
le rubriche dei settimanali dedicate a ciò che è perduto; ma sono
veri giardini, quelli dove si coltivano piante senza radici nel
profondo? E neppure sono belli i giardini pubblici, le piante senza
un padrone languono, il giardino vive nel rapporto lungo col tempo e
con le gelosie di chi lo cura. Resta la tristezza dolce dei vecchi
giardini abbandonati nelle ville e nei suburbi, delle aie e dei
cortili.
Il
giardino di Matteo e Camilla è piccolo, un fazzoletto dietro la casa
(ancora una stalla restaurata), pochi metri quadrati che si
affacciano su un muro a secco a filo del quale, due metri più in
basso, corre la viottola da dove entrano in paese le macchine
agricole e i trattori. Un giardino, dunque, che offre pochi spazi.
Dalla casa si scende sul terrazzo, rettangolare, cinto da una sottile
ringhiera. Due corte gradinate in pietra, una di qua e una di là, e
si è nel prato. A destra si innalza un alloro, alla sinistra c'è
invece un enorme rosmarino, da cui si dipartono e al quale richiamano
tutte le delizie e tutte le promesse. Quelli che capitano nel
giardino se ne escono in esclamazioni ammirate, giurano che mai hanno
visto un cespuglio di rosmarino uguale a questo. E' di dimensioni
davvero inconsuete. I rami oscillano protesi in festoni, spasmodici,
in tutte le direzioni, e sormontano il terrazzo infilandosi tra le
sbarrette della ringhiera: amano la pietra, l'arenaria che accumula e
riverbera il calore del sole. Basta sfiorarli, passare la mano sugli
aghi succulenti, per ritrarla impregnata di essenza, che resta a
lungo, pesante.
Matteo
lo comprò che entrava tutto in un vasetto di plastica nera interrato
in un'aiola insieme a centinaia di altri, in bell'ordine. Voleva
qualche pianta officinale, e un rosmarino non poteva mancare accanto
alla salvia, all'origano, alla ruta, alla menta, alla borragine. Il
rosmarino crebbe rapidamente. Più rapidamente di ogni altra pianta
del giardino, eccetto l'alloro che lo fronteggia col suo fogliame
nero. Ora è un cespuglio così folto che cinque persone tenendosi
per mano riescono appena ad abbracciarlo, e dilaga fino a coprire
metà del terrazzo. Per quasi tutto l'anno è una festa di verde e di
blu, il blu inconsunto dei fiori che in tutte le stagioni ne
punteggiano il mantello. All'inizio dell'estate i rami infittiscono,
si gonfiano di umori, i nuovi sopra i vecchi rivestiti di squame, e
guadagnano qualche centimetro ancora sulla ringhierina che avvolgono
e celano con la forza e l'intensità di una piovra terrestre. Matteo
prova un po' di orrore dinanzi a questa pianta. Gli fa venire in
mente, come nessun'altra, il ceppo oscuro delle cose e delle anime.
Il
suo profumo e i suoi fiori richiamano incessantemente una popolazione
di insetti varia e inusitata. Accorrono da ogni parte, ammantano il
cespuglio di un ronzare
turbolento.
Vespe gialle e nere, api piumose con le zampette appesantite dal
polline,
calabroni
bluastri e coleotteri rivestiti di scaglie - nere, o scintillanti di
tutte le smagliature dell'iride - partono in volo o si posano
leggermente. Certi aprono la corazza e ne estraggono, come quando un
violino esce dalla custodia, ali ronzanti visibili solo per un attimo
prima che l'insetto torni a librarsi a mezz'aria. Mantidi impacciate,
come fossero caricate di un peso enorme o rese ottuse da un male
segreto, farfalle svolazzanti in scatti maniacali, tutta un'arnia in
continuo e irrefrenabile moto. Sembra obbediscano a un richiamo, o
piuttosto a un ordine che vieta loro di fermarsi un istante. Volano
da un rametto all'altro, da un mazzetto di fiori a un cespo, si
posano su un grumo blu e subito si precipitano su uno più in là,
incalzando e penetrandolo con sottili antenne e proboscidi per
suggerne profumi e cere.
Mentre
sono ancora indaffarati le ali trasparenti li strappano via per
trascinarli, malvolentieri, dall'altra parte del cespuglio dove il
rito riprende, ugualmente assillato. Dietro già altri zampettano,
aggrappandosi ai rami e agli aghi verdi sotto i quali il rosmarino ha
il colore della cenere, o scavalcando nodosità e forcelle tra cui si
stende una tela di ragno polverosa. La danza delle ali comincia il
mattino presto, appena i raggi del sole, cadendo dai vertici
dell'azzurro come una pioggia, si infiltrano tra i rami e fanno
sentire il loro tepore. Si fa più intensa fino a culminare a
mezzogiorno, sotto una luce che si è fatta arida. Il ritmo è ora
intenibile, sembra che l'intero cespuglio sia scosso e vibri
all'unisono, ed è difficile avvicinarglisi: vespe, calabroni, api
volteggiano attorno all'intruso sfiorandolo, scattando ansiose. Nel
pomeriggio il rosmarino si distende nella calura e profuma di resina,
un richiamo torbido, dolciastro e repellente. Il pellegrinare delle
api si fa più rado verso sera, quando pochi stanchi insetti vanno
ancora in giro quasi stessero cercando di raccogliere gli avanzi del
banchetto altrui, quanto è stato lasciato dall'avidità dei
commensali del giorno e dalla loro furia di accumulare essenze e
polveri dorate. Inattese danze
proseguono
languide, fin dentro l'autunno e il primo inverno, di straniti
coleotteri. Deboli, ubriachi per la stanchezza, si lasciano andare e
cadono al suolo con le elitre aperte e le ali scosse da un tremito.
Poco
discosto, Matteo osserva un lillà. E' un alberello smilzo, un
bastoncino che sostiene pochi rametti a raggiera. Camilla ha voluto
assolutamente un lillà, nel giardino. In ognuno dei giardini della
zona, anche nei più poveri dove la terra secca brucia tra i
cespugli, davanti al muretto o proprio in faccia alla casa c'è
sempre un lillà, mai troppo alto e mai troppo bello. Solo a
primavera, per un paio di settimane, i pennacchi dei lillà diventano
la colorata bandiera del giardino, dell'orto, e attirano
l'ammirazione dei passanti. Amano strapparne i mazzi violetti, e
portarseli a casa. Gli amici in visita ne chiedono sempre, e non
vengono mai respinti a mani vuote. Come se i sottili alberelli
avessero il dono di riprodurne in magica quantità.
Anche
Camilla ha voluto il suo lillà. Bisognava allora andare al vivaio,
comprare la piantina in vaso. Invece, Matteo una notte ha preso la
vanga, è uscito, si è diretto per lo stradello fin sotto il
giardino dei vicini dal quale un gran ciuffo di lillà diffonde in
giro polloni e virgulti primaverili, alcuni dei quali sono riusciti a
farsi largo fin tra i sassi della strada, a qualche metro dalla
pianta madre. Matteo si è dato da fare con la vanga. La notte era
chiara e la strada era bianca, con ombre stagliate. Ha lavorato
sordamente per non farsi sentire dai vicini, che sono in casa e
tengono le finestre aperte e illuminate nell'aria tiepida. Sassi
tenaci si sono opposti ai suoi sforzi. La
vanga
ha sbattuto con clangore, a un certo momento. I vicini si sono
affacciati per vedere chi sia, nel buio, a provocare estranei rumori.
Matteo si è dovuto fermare per qualche istante. Alla fine, è
riuscito a strappare la piantina con la radice e a portarsela a casa,
dove è giunto trafelato.
venerdì 5 dicembre 2014
Da “L'Opinione”, 5 dicembre 2014
(giornale telematico: www.opinione.it)
Le dolorose tenerezze
dei “Giardini crudeli”
di Barbara Alessandrini
05 dicembre 2014CULTURA
Con "Giardini crudeli", edito da Pendragon, Angiolo Bandinelli esordisce come brillante e piacevolissimo autore di prosa nell'attuale e un po' ingessato panorama letterario italiano. “Sono il più vecchio esordiente della letteratura italiana - si diverte - ho superato anche Camilleri”.
Una cosa è certa, al di là di come arbusti, fiori, eventi e personaggi si intrecciano nel suo libro, si tratta di un esordio in "verde". La sua personalissima versione del green-style. Voleva scrivere “un libro dolce”, il nostro caro "radicale impunito" (ha iniziato su questa testata a scrivere per i giornali), “tra l'esercizio di stile e un girovagare per conoscere me stesso, per parlare della crudeltà degli uomini come riflesso di ciò che chiunque abbia pratica di giardinaggio conosce; tutte verità comprese mettendo per tanti anni le mani nella terra”. Più tardi la scoperta, “solo dopo averlo terminato, di aver scritto in realtà un libro sadico che racconta la spietatezza della natura”. Sì, volendo semplificare si tratta di un racconto descrittivo, un testo fito-analitico che osserva la dimensione efferata e imprevedibile del mondo vegetale e i meccanismi in cui l'uomo, la sua vocazione alla perenne concorrenzialità, alle astuzie, alla gelosia, alla vanità, si rifletta, lungo un tracciato di analogie spesso cupe con piante e fiori, in quelle sopraffazioni e crudeltà: semplice strategia di sopravvivenza. Per entrambi è in gioco il predominio, la supremazia sugli altri esemplari.
Per chi è abituato a leggere la sua raffinata produzione saggistica, poetica e di attento traduttore dei più grandi autori della letteratura inglese e francese, questo agile ma denso libro di Bandinelli non può che confermare la sua raffinata perizia nel giocare con un lessico coltivato con la cura e l'amore del tempo e svelare un'altrettanto accudita capacità letteraria e umanistica di cogliere tutta l'ambivalenza simbolica dello spazio del giardino, di scrutare vizi, morbosità, pieghe e increspature dell'animo umano attraverso approfondite conoscenze naturalistiche e botaniche.
La sensazione di una vocazione calligrafica evapora man mano che ad imporsi è quella prosa consistente e corposa con cui l'autore fissa le oscillazioni e l'imprevedibilità dei legami umani così come dei moti di piante e fiori nella feroce difesa del proprio spazio vitale. Tra sarmenti, nodosità, forcelle, rizomi e un straordinario campionario di fiori e piante che delizia il lettore spaziando dalle rose, dai tulipani ai corimbi verdi, dai tassi barbassi, alla malva, dall'iris ai corimbi verdi e blu dai pissolit agli alissi bianchi, "Giardini crudeli" è insieme un'impietosa visione grandangolare, controcampo, fotografia panoramica dall'alto ma anche sguardo circoscritto rubato tra gli interstizi di una siepe la cui chioma a tratti si sfoltisce. E' tuttavia parziale definire “sadico”, come è lo stesso autore a sostenere, lo sguardo con cui Bandinelli osserva ogni azione che si prospetta nella mente dei protagonisti di questi giardini e cattura le vicende in questo racconto, volutamente scarno di accadimenti ma concentrato in una dimensione spazio-temporale al cui interno affiorano una infinità di spietate dinamiche, metafore, sedimentati rimandi a precedenti letterari e mitologici sui giardini. Sì, dominano le connessioni tra le tormentate strategie di fiori e piante, le lotte profonde e ovattate tra radici, tra sopraffazione e vitalità, le competizione tra foglie e arbusti per guadagnarsi un lembo di luce e l'aspro cammino dei rapporti umani.
“Il giardino è il labirinto dentro ogni c'è un vago orrore di violenze blandizie, di sacrifici crudeli”. Il fil rouge che tiene insieme tutta la narrazione dei giardini è quello della crudeltà e della sopraffazione imposte dall'insensato gesto della violenta potatura iniziale di un rosaio, “un massacro”, che altera l'equilibrio di un progetto iniziale dei protagonisti, scoperto proprio nella fase in cui tutto dovrebbe ricominciare, in cui “la trama delle relazioni con la casa, il giardino, i vicini non è ancora ripresa” ed il cui spettro pervaderà tutto il racconto, fornendo anche una delle conclusioni del libro. L'errore umano produce alterazione dell'equilibrio che spinge ogni forma a “confrontarsi accanitamente con la vicina”. Rimane nei protagonisti un "horror vacui" che avviluppa quando ci si trova al cospetto di una realtà decurtata di spinta vitale e che nel racconto si manifesta tanto sul piano della progettualità botanica quanto su quello psicologico, quando le domande eluse “lasciano una specie di vuoto e una ha voglia di riempirlo”.
Sadismo, dunque, rincorso dall'autore che ama riproporlo anche in una rigorosa descrizione dello strazio centellinato a cui il gatto dei protagonisti sottopone un topolino. Tutto è scontro nello spazio del giardino, lievita in modo sordo e deflagra quando l'autore chiude l'interazione dei personaggi dei suoi cammei umani incastonati tra sospensione e attesa. Il perimetro verde in cui si consumano piccoli eroici gesti quotidiani, diventa sede e specchio di attitudini psicologiche e spirituali, la gelosia e vanità per ciò che ricompensa passione, dedizione e cura, il desiderio di domare la natura. Quantomai indovinato, è vero, il titolo “Giardini crudeli”. E' proprio Bandinelli ad evocare la lunga tradizione di riferimenti all'ambivalenza dello spazio dei giardini ove “c'è un vago orrore di violenze e di blandizie, di sacrifici crudeli”, perché vi si insinua la rappresentazione del massacro, della violenza, e indizi di sofferenza, pigrizia, vanità e orgoglio. Ma i giardini sono anche stazione di partenza per un viaggio nel tempo, piante e fiori si svelano proustiane madeleine, casuali corrimano della memoria, ritrovamento delle “tenerezze dolorose che ti assediano”. E insieme anche epifanie di passati irrefrenabili impulsi e di giovanili esperienze erotiche.
Un gelsomino, un lillà, un alloro e un rosmarino, bastano a risvegliare un vissuto sedimentato nella memoria e di cui attualizzano frammenti, a restituire frammenti del tempo ritrovato. “L'odore del giglio è l'odore della chiesa...è intollerabile, è l'odore della coscienza” ricorda il protagonista, è l'altra faccia del gelsomino, il cui profumo denso, pervasivo è penetrante come il ricordo di “un peccato rimpianto”: la scoperta del suo giovane corpo, un “peccato” consumato in un angolo di solitudine accarezzata da quei minuscoli fiori bianchi, che si svela nuovamente in un languore poi, dopo, solo accennato e attualizzato dall'autore in chiusura del racconto. Dunque giardino sede di dolce sensualità e complicità contro il metallico e monolitico e “nero” alloro.
Il giardino nutre la fisicità e i suoi ineludibili richiami, le sue imposizioni che possono condurre a rivendicare il diritto all'offesa, quella brutalmente fatta dalla iniziale maldestra potatura al 'corpo' del rosaio, e quella chiamata e desiderata come atto di riconoscimento di sé, da un corpo femminile trascurato, perché “non si può amare qualcuno se non se ne conosce il corpo”, così scrive l'amica dei protagonisti nella sua acre lettera finale, “a me piace toccare, e annusare e strofinarmi alle cose. A tutte le cose”. Perché “le cose bisogna conoscerle, saperle conoscere, per farle opulenti e dolci, ricche e felici”. Anche da questa conoscenza che afferra l'oltraggio del corpo, l'atto fondante di infierire su di esso, può passare l'amore.
Questo descrive la sofisticata penna dell'autore, questa trama, che talvolta si infittisce tal altra si allenta, di stati d'animo e condizionamenti, una metafora della rete di rapporti che come un giardino “vivono nel rapporto lungo col tempo e con le gelosie di chi lo cura”, si gonfiano di umori, come gli uomini all'inizio dell'estate. E, come nell'esistenza umana “ci sono piante che nessuno compra mai, che non si comperano”. E' così e basta. Come a voler svelare la similitudine tra le esistenze ben coltivate e i veri giardini. E nei veri giardini la rosa è regina, “il fiore per eccellenza” l'unico dalle cangianti cromie: rosse, gialle bianche striate, di multiforme materialità dalla leggerezza della seta, alla carnosità del velluto. Ad essa l'autore affida il compito di catalizzare e rivelare formidabili dedizioni e inossidabili bassezze umane, liquidata dagli sguardi abituati a scorrere solo sul sentimento dell'invidia, come fiore sempre uguale a se stesso privo di qualità odorose e di carattere, specchio di stati emotivi opposti, dai più gregariamente entusiasitici ai più livorosi che in quella bellezza non intravedono altro che “una tara oscura”. Ma il giardino è anche rappresentazione di antichi capricci e di incontenibili impulsi (al furto ad esempio): “come si può far la storia degli impulsi? Impossibile, però gli impulsi si confessano”.
Eppure “Giardini crudeli” non è solo narrazione di una realtà di simboli oscuri ma vi si dispiega anche una prospettiva luminosa della loro ambivalenza: “La felicità - scriveva Sant'Agostino - è continuare a possedere ciò che già si possiede” (Le bonheur c'est de continuer à desirer ce qu'on possede”). La felicità può esser tradita da tracciati feroci, quasi un'ombra saturnina ammantasse lo spazio botanico, ma sgorga dalle pagine di Bandinelli anche tutto ciò che lui pensava sarebbe stato il suo libro, un libro dolce, un omaggio alla moglie scozzese (“questo giardino era il nostro, anzi il tuo”) che ha preso forma riflettendo sulla diversità tra la natura cittadina degli italiani e quella inglese profondamente incline alla cultura del paesaggio e della campagna. Un testo frutto di perizia descrittiva e conoscenze sedimentate e di un occhio che, come ci dice lo stesso autore è “esercitato dalla familiarità per cogliere la traccia, il moncherino dal contorno netto e crudele o invece dove la mano è stata inabile, malamente sfrangiato”. Bandinelli però vuole molto di più ed offre compiaciuto al lettore anche il regalo di sollecitarlo a colmare le inevitabili lacune di chi non abbia familiarità con la dimensione agreste. E' convinto: “da quando con Baudelaire la poesia è condannata all'urbano tocca alla prosa penetrare le lusinghe del paesaggio”.
La verità è che il libro di Bandinelli scantona abilmente qualsiasi definizione tesa ad ingabbiarlo in un genere letterario prestabilito. Sono pagine che fluttuano tra il romanzo breve, il carnet di viaggio introspettivo e la parabola in cui domina la capacità analitica e sempre in bilico tra il razionalismo che non perde un passaggio logico ed l'irrazionalismo evocativo e suggestivo.
E' vero, è sempre quel gesto violento, sadico, quella violazione, la potatura scriteriata di un rosaio, ad aprire il racconto e a fornire una della due chiusure così dialoganti ma antinomiche nel comune richiamo alla sfera erotica, appena evocata in una e scarnificata nell'altra. Bandinelli lascia che in trasparenza si colga sempre ciò che lui ha ben metabolizzato: la terra e la natura ci forniscono sul nostro conto più insegnamenti di tutti i libri, proprio perché oppone resistenza. Ma c'è qualcosa oltre quel gioco dei rimandi simbolici, quel groviglio di sentimenti, di perfidie, astuzie e vacue competizioni tra vicini ormai imprigionati nelle loro frenesie, oltre la messa a dimora di sentimenti e aspettative, esplode l'incantevole esibita conoscenza di esemplari floreali che pochi spiazzanti passaggi psicologici bastano a far precipitare dalla dimensione del grazioso a quella del lezioso. Si mostrano dettagliate rappresentazioni dei fenomeni meteorologici e descrizioni puntuali della ritrovata vitalità degli insetti intorno a quel rosmarino, “ceppo oscuro delle cose e delle anime”. Ecco, tutto questo chiama, anzi, chiede, meraviglia in chi legge, domanda stupore per la creatività pur crudele della natura piegata alla progettualità umana.
Parafrasando Gian Battista Marino esiste un'altra chiave di lettura di queste pagine dedicate alle "foreste" dei giardini, altrettanto lecita: “E' del giardin il fin la meraviglia”. Che, per quanto ci impegniamo a ingabbiarla in orridi sentimenti, piccinerie spirituali e motivi di competizione, scontri e litigi, sarebbe anche quello dell'esistenza umana. Almeno così ci piace credere. Seneca scriveva che “solo l'albero che ha subito le aggressioni del vento è davvero vigoroso. Perché è durante questa lotta che le sue radici, messe alla prova, si fortificano”. Bandinelli lo sa, è un poeta giardiniere e conosce bene l'importanza del passaggio dalle tenerezze odorose alle “tenerezze dolorose”.
venerdì 28 novembre 2014
PROSPETTIVA
CLASSICA E LUMINISMO CRISTIANO
(da "Il Foglio")
Nel
suo capolavoro, ”La prospettiva come forma simbolica”, il grande
critico d'arte Erwin Panofsky analizza il tema del passaggio storico
e culturale dall'antichità classica greco-romana al medioevo
cristiano. Scrive: “...Degna di particolare considerazione è
un'opera come il mosaico di Abramo in San Vitale a Ravenna [sesto
secolo d. C.]. In quest'opera è dato toccare addirittura con mano il
disfacimento della concezione prospettica (…). E' difficile trovare
un esempio più evidente di come la regola dello spazio semplicemente
intersecato dall'orlo del quadro cominci di nuovo a cedere di fronte
alla legge della superficie da esso delimitata, la quale non deve
permettere che si guardi attraverso bensì deve essere semplicemente
colmata (…); l'antica 'apertura sullo spazio' comincia a chiudersi
(…), i singoli elementi dell'immagine - mentre hanno quasi
completamente perduto il loro nesso dinamico mimetico-corporeo e il
loro nesso spaziale-prospettico - appaiono legati da un nesso nuovo
e, in certo modo, più intrinseco: un ordito immateriale ma omogeneo
e privo di lacune, nell'ambito del quale l'alternanza ritmica di
colore e oro e - nei rilievi - l'alternanza ritmica di chiaro e
scuro creano un'unità coloristica e luministica”. E, a proposito
di questa 'unità coloristica e luministica', Panofsky sottolinea: “è
una unità la cui forma particolare trova a sua volta un riscontro
teoretico nella concezione dello spazio propria della filosofia
dell'epoca: nella
metafisica della luce del neoplatonismo pagano e cristiano”...
Districandoci
tra i tecnicismi del linguaggio critico, alla fine coglieremo quel
che Panofsky vuole dirci, e cioè che tra l'arte greco-romana
classica e quella che si sviluppa nell'ambito della cultura cristiana
primitiva si apre uno iato, se non un abisso. L'arte classica
rappresentava lo spazio filtrandolo attraverso l'artificio ottico
della prospettiva, l'arte cristiana abbandona la prospettiva - e con
essa la rappresentazione di una natura 'osservata' con gli occhi e i
sensi - per rappresentare il mondo come una unità 'immateriale',
esaltata da una 'alternanza ritmica di colore e oro' o di 'chiaro e
scuro' tesa ad esprimere una visione tutta spirituale e, direi,
'mentale'. Panofsky scriveva nel 1924; una ventina di anni prima un
altro grande critico d'arte, Alois Riegl, aveva notato come l'arte -
meglio, la scultura - della tarda romanità, più che sullo spessore
imitativo (e prospettico) del rilievo, puntasse sul colorismo e
sull'effetto luce-ombra prodotto dall'uso del trapano, che perforando
la superficie della pietra creava un punto scuro (anzi, un reticolato
di punti oscuri) in forte contrasto con il bianco della pietra:
ancora luminismo, insomma, contro il 'naturalismo' dello schema
prospettico. Ci troviamo di fronte a due modalità non solo
dell'espressione artistica ma della intera visione del mondo, che si
fronteggiano senza compenetrarsi l'una con l'altra. Approfondiamo...
“Lo
spazio non è altro che la luce più sottile”. Chi scrive questo
tagliente definizione – riportata da Panofsky - è Proclo. Il
critico la commenta: “è un'affermazione in cui il mondo viene
concepito per la prima volta come un continuo e, insieme, privato
della sua compattezza e della sua razionalità: lo spazio si è
trasformato in un fluido omogeneo e, se così si può dire,
omogeneizzante, ma non misurabile, anzi privo di dimensioni...”
Proclo è il filosofo del quinto secolo che approfondì il pensiero
di Plotino. Avversato dai cristiani, condivideva con loro
l'immaginario complessivo del mondo, e il breve inciso riferitoci da
Panofsky è già una perfetta ancorché sintetica anticipazione del
pensiero e della civiltà medioevale.
Che
cosa voglio dire? Semplicemente che certi attuali dibattiti e
affermazioni circa la necessità di rinnovare e raccordare i rapporti
tra la ragione, tipica della civiltà greca, e la fede cristiana, non
tengono conto del fatto che, appunto, il cristianesimo primitivo e
medievale segnò una frattura profonda rispetto alla classicità: la
fede, la luce che viene da Dio (l'Uno neoplatonico), divenne elemento
determinante e assoluto nella concezione del mondo. In altra forma,
uno dei più alti paradigmi della religiosità cristiana, “Credo
quia absurdum”, era, alla sensibilità greca, abissalmente
inconcepibile. L'assurdo – lo scandalo (della croce?) - diventava
il centro della vita dello spirito.
Tutto
quel che del mondo classico poteva essere assorbito e utilizzato
dalla nuova, sconvolgente fede, venne catturato nel corso del
secolare dibattito tra gli intellettuali dei due campi, il pagano e
il cristiano. Il naturalismo della ragione ritornò a galla e alla
fine divenne antagonista della fede, ma semplificare oggi la
questione proponendo una loro riconciliazione è affermazione di
stampo volontaristico: tornare alla 'ragione' classica, riproporla
come interlocutrice di una fede che si è a sua volta profondamente
evoluta, pare a me un artificio, un errore teorico-storico. Anche
perché è assente, oggi, un elemento essenziale: l'univocità delle
interpretazioni su cosa sia la fede e soprattutto su cosa sia la
ragione. Siamo comunque in un ambito prettamente culturale, non
ontologico.
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