martedì 19 luglio 2016




I RADICALI VERSO IL CONGRESSO DELLA VERITA’
Da “L’opinione”, 20/07/2016


La polemica divampa, dilaga sulla stampa,  invelenisce ogni giorno di più gli animi di quanti siano interessati alle sorti dell’eredità (e degli ereditieri)  di Marco Pannella. Forse, finalmente,  potranno veder soddisfatta le loro curiosità. Dal 1° al 3 settembre prossimo si terrà il  Congresso (40°, straordinario) del Partito Radicale Nonviolento  Transpartito Transnazionale e in quella sede si tireranno le somme, a partire dalla querelle che divide eredi  veri e presunti del messaggio pannelliano.  Voleranno gli stracci del gossip amati dai giornalisti, ma è sperabile che nell’ (insolita) aula congressuale possano volare anche idee, progetti, visioni, utopie adeguate a quel grande messaggio. Chi vivrà, e andrà al Congresso, vedrà.  Vedrà anche altro: il Congresso offre, al di là delle contese ereditarie ai loro vari livelli, anche un pizzico di novità.  Si  terrà  infatti nel  carcere romano di Rebibbia. A parte due bellissimi convegni di studio  su Ernesto Rossi tenutisi anni fa nel carcere di Pallanza, dove Rossi fu a lungo recluso  ma che ora è stato trasformato in Scuola Superiore per le guardie carcerarie, è la prima volta in assoluto, credo, che il congresso di un partito si tiene in un luogo di pena.
Per me, entrare a Rebibbia  non sarà una novità, avevo visitato quelle celle come deputato, esercitando un mio diritto istituzionale riesumato nella prassi da Marco Pannella e dai suoi radicali. Ovviamente, l’autorizzazione al congresso  è stata concessa, dalle autorità preposte, proprio in omaggio a Marco Pannella e alla sua appassionata  attenzione ai problemi dei carcerati e di tutti coloro le cui vite gravitano attorno al carcere.
Ormai è di dominio pubblico la spaccatura verticale che da tempo lacera la “galassia radicale”. Al di là di possibili intrighi sotterranei  volti all’impossessamento della sigla “radicali”, allo scatenamento di ovvi interessi  personali e particolari, ecc., lo scontro è - o dovrebbe essere - politico. E pertanto  dovrebbe interessare molto l’opinione pubblica, e i mezzi di informazione che la orientano. Da sempre, l’iniziativa politica radicale ha messo in atto, con le sue sfaccettature teoriche e di prassi,  eventi  centrali per l’intera società, non solo italiana. Le battaglie pannelliane hanno spaziato dall’Europa al Tibet, dai Montagnard all’Iraq fino a Mosca o all’ONU, non sempre amata ma riconosciuta come fulcro importante dello scenario politico mondiale. Lungo questi scenari, i radicali di Pannella hanno saputo cogliere i problemi dell’attualità e dar loro una risposta, comunque dare loro una attenzione altrimenti negata. Ora che è scomparso, a Marco Pannella viene dato il riconoscimento di eccezionale  lungimiranza. Ma non si riesce a  (o non si vuole) cogliere il nocciolo profondo del percorso da lui tracciato .

Sapranno i suoi eredi  essere all’altezza? Lo scontro che avverrà a Rebibbia dovrà fornire la risposta. Da una parte ci sono quanti intendono mantenere dritta la barra sulle ultime indicazioni pannelliane, sdipanate lungo un asse non casuale, anzi estremamente coerente: la lotta per una  giustizia giusta ed efficiente; per una riforma, quindi, delle istituzioni giuridiche e carcerarie a partire dall’amnistia e dall’indulto invocati anche, dinanzi alle massime  autorità e istituzioni italiane, da Giovanni Paolo II e da Francesco; per un “diritto” che riconosca i “diritti” di una umanità che si proietta su percorsi antropologici globalizzati, fino  a ieri sconosciuti, in una comunità internazionale sempre più in debito di democrazia e a rischio di implosione  irreversibile;  e infine, per l’ultimo tema  individuato da Marco con strabiliante intuizione e modernità, il diritto “umano” alla conoscenza, un diritto tornato almeno per qualche ora sulle prime pagine dei giornali a seguito delle risultanze della Commissione Chilcot, voluta dal governo britannico per far luce sulla guerra voluta da Bush e Blair.
Questi, a mio avviso, i temi urgenti (e coerenti) su cui Pannella si è tenacemente tenuto stretto e cui il Congresso dovrà dare una risposta. Non sarà facile né automatico che ciò accada,  soprattutto per l’opposizione che ci è coagulata attorno alla sigla di Radicali Italiani, un nucleo di forte resistenza e rifiuto di queste priorità. C’è in loro un abbagliamento, una sorta di cecità che nasconde, nega alla radice le tematiche che furono care a Pannella. Si guarda piuttosto,  con malcelata invidia, alle esperienze grilline portatrici, ad avviso di questi contestatori, di successi  numerici ed elettorali. Per colpire l’eredità di Marco Pannella  si invoca  il ritorno ad una normalità statutaria che cela la volontà di una “normalizzazione” politica ed ideale.
La decisione di tenere il Congresso - dopo anni  di  forzata e sofferta “messa in mora” del dettato statutario che prevede un congresso a  scadenza fissa  -   è stata resa possibile grazie ad una iniziativa che lo Statuto comunque prevede, la  raccolta delle firme necessarie per la tenuta del Congresso da parte di un terzo degli iscritti al Partito da almeno sei mesi. E’ stata una decisione difficile, contestata a lungo da Radicali Italiani che  aveva invece caldeggiato la convocazione di una assemblea con potestà deliberative del “Senato” del Partito, un organismo dalla vita inconsistente come molte delle norme statutarie, vittime di una lunga stagnazione del Partito.  Dopo una tenace opposizione, Radicali Italiani ha finalmente preso atto, con la mozione votata nell’ultimo Comitato Nazionale (svoltosi  a Roma nei giorni scorsi) della legalità della convocazione.  Dunque il Congresso si  terrà – a meno di ripensamenti, di pressioni o di colpi di mano – nel carcere di Rebibbia.  Lì, sgomberato il campo da questi capziosi incidenti procedurali, si vedrà chi vuole davvero proseguire una lotta politica iniziata mezzo secolo fa in nome del  “diritto alla vita” e alla “vita del diritto”. Penso di conoscere abbastanza questo lungo cammino. C’ero dall’inizio.

mercoledì 29 giugno 2016



Sul dopo Pannella: risposta a Sofri
Da Il Foglio, 14 giugno
Sottraendosi alle insidie di una polemica centrata sulle amministrative ancora – per via dei ballottaggi – in corso, una polemica che vede lacerata e frammentata, tra aspre polemiche, la “galassia” radicale, Adriano Sofri prova a tracciare il percorso di un futuro possibile per quella galassia e, in particolare, per il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. E’ una questione su cui, ovviamente, si  arrovellano i radicali, assieme a quanti con i radicali, o con Pannella, hanno avuto una commistione di intenti più o meno stretta o intima. Ma è bello - e personalmente lo ringrazio - che a porre la domanda sia uno istituzionalmente non-radicale, anche se dei radicali e di Pannella da sempre strettissimo sodale, di lotte e di vita. Credo purtroppo sia il solo.
Per darci una immagine di cosa sia (o sia stato) il partito radicale dalle sue origini, Sofri trascrive una bellissima lettera in cui Pannella fa una sorta di riassunto dello Statuto, il documento fondante approvato al III° Congresso del Partito (Bologna, 1967) : “L’iscrizione non comporta alcuna forma di disciplina (...) si compra la tessera, come si compra un biglietto di treno (...). Un partito nonviolento è il luogo dell’incontro di gente di buona volontà...”, ecc. Quello Statuto, ricorda opportunamente Sofri, era per i radicali quel che per altri è “il manifesto o il programma”. E si chiede “se l’impegno a tenere o rimettere insieme i pezzi della galassia radicale potrebbe partire da ‘Tornare allo Statuto’”.  Sarebbe bello, se non fosse impossibile. Sofri non ricorda (non può, evidentemente) quel che Marco nella sua lettera sottace, e cioè che quella “gente di buona volontà”, cui non era chiesto di “sacrificare la propria libertà a una identità collettiva”, era poi anche quella che Marco stesso, con il suo immenso carisma, sapeva compattare e “scagliare” su un obiettivo, un unico obiettivo, carico di forza esplosiva come di volta in volta furono  il divorzio, l’aborto, i referendum, l’amnistia, ecc. “La gente di buona volontà”, gli iscritti o militanti del partito, di anno in anno, nei congressi, sceglievano tra le tante iniziative possibili, e perseguivano solo quella che veniva approvata a maggioranza qualificata. E di volta in volta, anno dopo anno, c’era chi “comperava” il biglietto del treno radicale ma anche chi ne scendeva, non condividendo la scelta congressuale. Così sono state via via costruite tutte le iniziative, vincenti o perdenti,  per le quali Pannella spese la sua carica carismatica.
Da qualche anno, questa caratteristica dell’obiettivo “unico si era perduta: in tanti degli ultimi congressi, la mozione era diventata un centone che raccattava ogni minimo suggerimento, idea, proposta avanzata nella sede congressuale da questo o quello dei presenti. Questo sistema serviva a vincere i congressi, e si è via via istituzionalizzato diventando la molla effettiva della nascita di “Radicali Italiani”, convinti di poter recuperare attraverso la moltiplicazione degli obiettivi quel consenso (elettorale) che la prassi monotematica sembrava aver fatto perdere. Non ci si accorgeva di stare imitando e perfino precedendo, per questa via, il movimento grillino e rinfocolando tutte le infinite rabbie anticasta che stanno dissolvendo ogni possibilità di una politica ancora definbile come razionale.
Il monotematismo pannelliano aveva la sua fonte profonda nella rigorosa e testarda analisi del sistema politico italiano, con la sua partitocrazia, la sua ingovernabilità. Pannella introdusse nel lessico il termine di “alternativa”, in un paese nel quale neppure il termine di “alternanza”” aveva un suo legittimo status, stretto come era nella morsa del consociativismo, dell’unità nazionale, ecc. Al di là dell’obiettivo del momento (il divorzio, l’aborto, ecc.) le campagne pannelliane ponevano al centro l’obiettivo di scardinare il sistema, favorendo la nascita e la crescita, appunto, di una “alternativa” di classi dirigenti (anche sul piano sociologico), nonché - evidentemente - di istituzioni (sistema elettorale uninominale, effettivo bipartitismo, niente finanziamento ai partiti...). In qualche modo, somigliava a quell’intransigente moralismo con cui Giuliano Ferrara combatte l’ammorbante “pensiero unico”, del dilagante “politically correct”. E non per caso Pannella dimostrò attenzione verso la “brava gente” grillina. Con un distinguo: lui aveva come bandiera e punto di riferimento il diritto, la legge, Grillo ha un sistema valoriale di tipo contenutistico, identico o parallelo a quello delle forze che combatte.
Il lascito di Pannella è molto complesso, ma quasi sempre misconosciuto. Un notissimo studioso della politica, Sergio Romano, ha osservato che l’indicazione gandhiana di Pannella era fuori luogo, perché l’Italia non è un paese paragonabile a quell’India che Gandhi portò, con le sue campagne nonviolente, all’indipendenza dall’Inghilterrra colonialista. Non si è mai avvertito che, grazie alla scelta nonviolenta gandhiana Pannella ha potuto, all’epoca della guerra fredda, mettere in piedi un movimento antimilitarista che si poneva in diretto confronto politico con il pacifismo di scuola comunista, caldeggiato dall’URSS e dilagante in Italia e in Europa. L’antimilitarismo pannelliano era di pretto stampo occidentale, era nato nel dialogo costante con i movimenti di liberazione americani, dichiaratamente anticomunisti. La non-violenza pannelliana fu, successivamente, un efficace antidoto alla violenza rivoluzionaria predicata (e perseguita) dai movimenti sessantottino e successivi, quelli della  “rivoluzione sulla canna del fucile” (Mao). Durante la guerra nel Vietnam , i radicali poterono invocare la pace guardando alla nonviolenza dei monaci buddisti e non agli eserciti di Ho-Chi Min. La nonviolenza pannelliana fu dunque un preciso discrimine politico, e di grande efficacia. E’ una eredità pannelliana che rischia di essere vanificata. Non è la sola. Con molta precisione, Sofri individua altri punti sempre validi del lascito pannelliano (distanziandosi da Bordin, per il quale ‘dell’eredità di Pannella è inutile parlare”): per esempio auspica  che “il desiderio di riaffrontare con una ambizione ‘sproporzionata’ lo stato del mondo sia la chiave di una rinnovata iniziativa radicale” in parallelo con la campagna per”il diritto alla conoscenza come fonte  della transizione allo stato di diritto in tutto il mondo” (che non è, come dubita Sofri, una mera “tautologia”, ma un serissimo progetto).  Sono questi i due pilastri che aprono la vista, come avverte Sofri,  su un “orizzonte internazionalista” capace di combattere ”i pescecani dello statalismo nazionalista europeo”.
Proprio perché anche io ritengo essenziali questi obiettivi e vorrei che non si disperdessero nel nulla, non sono d’accordo con Sofri sulla necessità di tenere - comunque - un Congresso del Partito Transnazionale. Ci si dovrà arrivare, ma quando si avrà la fiduciosa prospettiva che possa essere qualcosa di nuovo e di produttivo, non la fotografia di un esistente che oggi è in sicuro deficit di possibilità, e di speranze.

venerdì 24 giugno 2016



TOH! FORSE LA RAGGI E’ UNA VERA RENZIANA

Da “L’Opinione” del 23 luglio 2016

Si sa, il comico dice spesso la verità, anzi, spiattella proprio quelle verità che altri non osa dire seriamente. Parlo di quel  tipo di comico che punge vicende, situazioni , personaggi  reali, insomma il comico che fa satira. E’ un personaggio letterario e teatrale  noto fin dall’antichità. I romani di uno cosi dicevano:  “Castigat ridendo mores”: sferza, ridendo, i (cattivi) costumi. In questa simpatica specialità  Grillo fu bravissimo, sia in Tv che sui palcoscenici di mezz’Italia. Anche la sua carriera politica cominciò con l’esercizio di una sferzante e implacabile satira sociale e politica su platee e palcoscenici. Oggi che fa il politico a tempo  pieno  dice più o meno quel che diceva da comico: attacca, sferza, aggredisce quelli che ritiene i siano i mali del paese, a  partire da quella ingombrante casta di privilegiati che sono l politici professionisti. Le folle lo applaudivano come comico satireggiante, perhé non dovrebbero votare per lui, il politico moraleggiante? La satira, ribadiamolo ancora, dice verità scomode, ma che piacciono alla gente.

C’è ora il rischio che i grillini divenuti sindaci provino a mettere in pratica le battute al vetriolo  del loro maestro e leader. Così apprendiamo, per esempio, che le tirate e gli sberleffi contro la speculazione edilizia che ha arricchito, specialmente a Roma, generazioni di palazzinari e infiniti Consigli di Amministrazione  di grandi Immobiliari potrebbero diventare i temi  di una decisa politica urbanistica. Il nuovo assessore, Paolo Berdini, è da tempo noto e qualificato esponente delle tesi  più radicalmente ostili ad una indiscriminata crescita edilizia. Vuoi  vedere che questa volta a Roma davvero verranno tagliate le unghie ai grandi e spiccoli speculatori, palazzinari o immobiliari che siano?  Ma la battaglia contro la speculazione sulle aree fabbricabili non era un  cavallo di battaglia delle sinistre, dei democratici e  dei loro urbanisti? Altroché, però raramente, e in modo approssimatico e cauteloso, diventavano oggetto di una seria attenzione dei loro assessori e  amministratori: i cassetti delle loro scrivanie rigurgitavano di progetti  messi  nel dimenticatoio, o quasi.

Almeno a una prima vista, i programmi delle giunte grilline di Roma e Torino contengono idee e progetti  un tempo cari alle sinistre, compreso il PD (magari con qualche eccesso di zelo. come la riluttanza a mettere in vendita i carrozzoni degli enti municipalizzati e malgestiti).  Dunque, non ha torto Renzi quando si complimenta con i grillini per quella che riconosce come una loro vittoria giusta e legittima, perché loro hanno “dato voce al cambiamento”, quel cambiamento che il suo partito, o la sua minoranza interna, ha negato a lui. Sì, in certo modo e, si intenda, con tutti i limiti, il grillismo può essere visto, in controluce, come una variante del renzismo. Renzi ha perso non perché è stato troppo Renzi, come lo accusano i suoi compagni (si fa per dire) delle sinistre interne,  ma perché è stato “poco “ Renzi,  perché non lo è stato fino in fondo come rottamatore e promotore del cambiamento tante volte promesso a parole. E credo sia chiaro che molta della insoddisfazione da cui è scaturito il voto protestatario nasca dalla rabbia per le troppe promesse rimaste inevase. In un suo recente commento, l’ottimo Stefano  Folli ha potuto tranquillamente sostenere che tutto potrebbe “risolversi  individuando una Chiara Appendino o una Vrginia Raggi renziana (è in fondo il retropensiero è che entrambe sarebbero renziane se solo le circostanze temporali avesser incrociato diversamente i destini personali)”.  Se questa (non troppo balzana) ipotesi non si è fatta realtà è perché “la dimensione renziana...si  è trovata a convivere con una tradizione dedita a coltivare le proprie radici nel territorio. Radici all’improvviso perdute, certo anche per gli errori compiuti: ad esempio, quello di immaginare che fosse possibile vivere di rendita, pressoché immobili nel tumulto dei tempi”.
 Già, il “tumulto dei tempi”: quello che – diciamolo – non viene colto né da Renzi né tantomeno dalle sue inconsapevoli ma zelanti seguaci  con tessera grillina.  

venerdì 27 maggio 2016



POPULISMI, ELITES, ISTITUZIONI
(da "L'Opinione", del 27/52016)

Ahimè, sì, i populismi dilagano.  Anche in Austria, dove pure le ultime elezioni hanno segnato un loro arresto, il torbido rigurgito fa presa su metà del paese. Negli Stati Uniti i sondaggi danno il populista estremo (forse il più estremo), Trump, in testa rispetto alla Clinton. Per  quanto la si potesse (e la si possa) stimare per la sua sicura conoscenza dei più intimi segreti della politica e dunque per una esperienza che non potrebbe che essere necessaria al suo paese e al mondo, è stato forse  un errore candidare Hillary: anche in America, l’opinione pubblica è stanca della politica e delle sue più solide e accreditate personificazioni, del  suo eterno establishment,  e persino un uomo così poco credibile come Trump può  convincere e conquistarsi  un consenso,  magari solo rabbioso e in negativo: un  consenso protestatario, che mette  in discussione l’antica e solida certezza, di cui – anticipando sull’uscita di un suo libro – ci fa partecipi con un suo articolo sul “Foglio” ( 31 marzo u.s.)  Mattia Ferraresi. A suo avviso, al centro dell’esperienza storica degli U.S.A. “abita l’idea dell’unione, un tutto organico che supera lo schema degli interessi di parte, proiettando sullo schermo della storia umana una nuova dimensione del  vivere civile, lontana dalle faziose degenerazioni europee”: oggi,  tale secolare certezza appare scossa e fragile. La Francia ha la sua consolidata dinastia Le Pen e, infine, tra pochi giorni vedremo se l’ondata populista e antipolitica travolgerà anche la Gran Bretagna, provocando una “Brexit” che avrà effetti  catastrofici, non solo per la Gran Bretagna ma per l’Europa tutta.

Populismi, dunque: veri e propri  tsunami  psicologici, sociologici o antropologici, in ogni parte del mondo (anche il Sud America ha, in questo senso, i suoi guai).  Porteranno sicuramente, quanto meno, una lunga stagione di insicurezze, politiche ed economiche, che potremmo definire il rovescio o la contropartita della globalizzazione: perché proprio alla globalizzazione (tecnologica ed economica...) viene attribuita la responsabilità finale dell’inquietante fenomeno.  Ma, attenzione: è  responsailità, o non piuttosto merito? Non mi stupirei se qualcuno, alla fine, arrivasse a sostenere che  il fenomeno dell’insorgenza dei populismi è un dato positivo, basta saperlo leggere. Benedetto  Croce diceva che non si fa storia del “negativo”. Anche in quanto sta accadendo oggi e che ci pare incomprensibile e, in definitiva, irrazionale, forse si potrà (o si dovrà) trovare una ragione “positiva”, una “giustificazione”.  Insomma, prima o poi forse anche qui troveremo una conferma dell’hegeliano “ciò che è reale è razionale”.

E’ comunque vero  che qualcosa, se non l’intero mondo come lo conoscevamo fino a ieri, si sta dissolvendo.  Poiché non  sembra possibile (o non sembra a me  possibile) dipanare un filo rosso che ci conduca a capire quanto avviene, mi  rifaccio ad un esempio noto: la dissoluzione dell’Impero romano con la penetrazione  (e definitiva loro installazione) dentro i suoi confini di popolazioni che non potevano certo competere, per sviluppo civile. Gli stessi protagonisti o coevi di quelle vicende si chiesero sgomenti  come  potesse  accadere che Roma, la millenaria e sacra capitale, venisse saccheggiata da orde di barbari (410 p.co, ad opera dei Visigoti di Alarico) ).  Fu Sant’Agostino a trovare una risposta. Vera o “falsa” che fosse, frutto di una fantasia politica unica ed eccezionale, la visione agostiniana plasmò di sé le vicende successive, la storia dell’Europa intera. Le “invasioni barbariche” diedero luogo a formazioni culturali diverse ma positive, nuclei di  formazioni nazionali e culturali che hanno anche esse fatto la storia, sono stati fenomeni  grandiosi.

Non so se oggi c’è in giro un equivalente di sant’Agostino capace di spiegarci quanto  sta accadendo: comunque non si torna indietro dalla globalizzaione, tutte le tecnologie della comunicazione spingono per il suo ulteriore sviluppo. In questo quadro, due sono – mi pare - i problemi da risolvere, i nodi da sciogliere per avviare una storia “diversamente” normale: il problema delle élites e quello delle istituzioni. In un recente editoriale sul Corriere della Sera (25 maggio u.s.) Antonio Polito sosteva “l’alternativa alle secessioni europee [cioè alla diaspora provocata dai populistmi, n.d.r.] dovrebbero essere loro, i governi dell’Europa Carolingia, del nocciolo duro, dei sei paesi fondatori...”. Ma come è possibile chiedere a quanti  sono profondamente coinvolti  nella crisi di risolverla? Anche loro sono parte del problema.  Però, poi, a fianco della crisi delle élites c’è la crisi delle Istituzioni, in primo luogo degli Stati Nazionali. Questo problema è particolarente grave in Europa: nessuno dei Paesi europei, dall’Italia alla Francia alla stessa Germania o all’Inghilterra gode più della fiducia dei suoi cittadini, ed è delegittimato al ruolo che pretende di rappresentare nel concerto internazionale.

Dunque, i populismi non sarebbero che un effetto – non una o “la” causa – della crisi attuale. E non è sicuro che la globalizzazione sia un fenomeno solo negativo, su cui rovesciare tutte le responsabilità.  Allora, dove cercare le radici della crisi? E soprattutto, come individuare una soluzione, o un “pacchetto” di soluzioni possibili e affidabili? Ma qui il serpente si morde la coda. Perché la risposta dovrebbe essere: “occorrono élites lungimiranti e coraggiose...”. Appunto.